Al cinema: Licorice Pizza, di Paul Thomas Anderson

Quando dici P.T. Anderson dici uno dei registi più apprezzati dai cinefili contemporanei. Da cui l’hype per un film come Licorice Pizza, forse il più atteso del primo semestre di quest’anno, almeno per quanto riguarda il cinema d’autore anglo-americano.

Spostare l’asticella sempre più in alto è difficile innanzitutto per lo stesso regista, atteso al varco dopo un capolavoro come Il filo nascosto e dopo aver dimostrato di saper spaziare abilmente tra temi, ambientazioni, periodi storici.

Licorice Pizza è innanzitutto un film straordinario dal punto di vista registico, girato magnificamente pressoché in ogni sequenza. A partire da quella iniziale in cui vengono presentati i due ottimi protagonisti, una slanciatissima (e lanciatissima) Alana Haim e il figlio di Philip Seymour Hoffman, Cooper, che di questo passo si toglierà ben presto l’etichetta non sempre così piacevole di figlio d’arte per consacrarsi quale giovane promessa del panorama attoriale maschile americano.

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Su Netflix: Monaco – Sull’orlo della guerra, di Christian Schwochow

Ormai i film ispirati ai romanzi di Robert Harris possono quasi costituire un canone. Siamo quasi di fronte a un Robert Harris Cinematic Universe (con questo dovremmo essere arrivati a quota sei), solo che non sempre il libro può finire nelle mani di un Polanski, che dalle opere dello scrittore inglese aveva tratto L’uomo nell’ombra (ispirato a Il Ghostwriter) e, soprattutto, L’ufficiale e la spia. Non sempre puoi avere Polanski, talvolta ti capita un Christian Schwochow qualunque, onesto mestierante cinetelevisivo e niente più.

Siamo di nuovo dalle parti della Storia (con la maiuscola) che incontra la storia (con la minuscola) di spionaggio, esattamente come in L’ufficiale e la spia, che però era un capolavoro, mentre questo film Netflix che ruota attorno alla Conferenza di Monaco del 1938 al capolavoro non ci si avvicina neanche un po’ e nemmeno al film degno di essere ricordato. A Monaco si riunirono Hitler, Mussolini, Chamberlain e Daladier, sottoscrivendo un accordo che ritardò di fatto l’inizio della Seconda guerra mondiale, dando a Hitler il via libera all’annessione della regione ceca dei Sudeti, che diversamente si sarebbe preso con la forza. Attorno a quell’evento Harris – che del film è anche produttore, oltre che soggettista – costruiva nel romanzo una spy story fiction ispirata alla figura di Adam von Trott, diplomatico tedesco membro della Resistenza ai tempi del Nazismo, giustiziato dopo aver preso parte al fallito complotto per attentare alla vita del fuhrer nel 1944.

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Su Netflix: Red Notice, di Rawson Marshall Thurber

Excusatio non petita. Le scuse non richieste sono sempre più presenti nei film ad alto contenuto di improbabilità per giustificare le forzature di sceneggiatura, quelle che generalmente portano il pubblico a storcere il naso e ad agitare ritmicamente il ditino in aria ergendosi a guardiano della coerenza logico-temporale-narrativa. E quindi gli sceneggiatori, per prevenire qualunque possibile rimostranza, anticipandola, hanno iniziato sistematicamente a inserire battute e battutine che giustifichino a priori qualunque ipotetica incongruenza. Il risultato potrebbe sconfinare nel riconoscimento di un’arguzia sopraffina (da parte di chi, in realtà, a quei controsensi non ci aveva neanche pensato) e invece, nella stragrande maggioranza dei casi, quelle excusationes si risolvono in spiegoni mascherati o battute che anticipano spiegoni mascherati. E in certi casi, in spiegoni non richiesti.

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contemporary stuff: Race – Il colore della vittoria, di Stephen Hopkins

Una storia che andava raccontata e che Hollywood ha per troppo tempo dimenticato nei cassetti, quella del velocista americano Jesse Owens che conquistò quattro medaglie d’oro alle controverse Olimpiadi di Berlino del 1936. L’evento che doveva glorificare a livello internazionale la Germania nazista fu infatti monopolizzato dall’atleta afroamericano, che a suon di record e medaglie conquistate sotto gli occhi infastiditi del fuhrer dominò la scena, smentendo sul campo le teorie circa la presunta superiorità della razza ariana.

L’intraducibile titolo originale, che gioca sul duplice significato della parola race, che significa corsa ma anche razza, è stato accostato in italiano da un sottotitolo che cerca di replicare il gioco di parole.

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Su Netflix: Il Divin Codino, di Letizia Lamartire

In quest’estate dominata (calcisticamente) dagli europei in differita di un anno, conclusisi trionfalmente per l’Italia, è uscito su Netflix (già da qualche settimana) un film su Roberto Baggio detto Roby.

“R. Baggio” sulla maglietta della nazionale italiana a USA ‘94, nel primo anno in cui si iniziarono a usare i nomi sopra il numero. “Erre puntato” per distinguerlo da Dino Baggio, il meno famoso omonimo che resta scolpito nella nostra memoria soprattutto per quell’accento esasperato sul “Diiino” che usava Bruno Pizzul, con la sua iconica cadenza, leggendo la formazione o citandolo durante le fasi di gioco (mai troppo concitate, nel calcio dei primi anni Novanta che rispetto a oggi sembra un altro sport).

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contemporary stuff: Family Romance, LLC, di Werner Herzog

Per girare i suoi film, Werner Herzog ha viaggiato per il mondo in lungo e in largo (come si è già avuto modo di rilevare altrove) e dunque può stupire il fatto che ne abbia girato uno in Giappone soltanto alla soglia degli ottant’anni.

Può stupire soprattutto perché il Giappone è un condensato di cultura, costumi, ma anche di contraddizioni che per certi versi vanno a nozze con la poetica filmica di Herzog. E infatti il tema di Family Romance, LLC – ultimo film del regista bavarese a essere stato distribuito in Italia, nel dicembre 2020, ancorché sia stato presentato già nel maggio 2019 – è quello della verità e della finzione, tema herzoghiano per eccellenza. Un tema che viene messo in scena grazie a un soggetto decisamente interessante e originale, che costituisce uno dei maggiori punti di forza del film.

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books about movies: 24 fotogrammi per una storia del cinema essenziale ma esaustiva, di Giampiero Frasca

Il sottotitolo ci informa che siamo di fronte a un “manualetto per studenti”, ma in fondo siamo tutti studenti o almeno lo è chi ha una continua pulsione per l’apprendimento. Perché non si smette mai di imparare, come recita un adagio sempre meno attuale in una società sempre più pervasa dal Dunning-Kruger.

Questa “storia del cinema essenziale ma esaustiva” ha un approccio inedito e originale. Sicuramente non il solito approccio di quei saggi che seguono un ordine prettamente cronologico o per Paesi/cinematografie nazionali, o ancora di quelli che affrontano la storia del cinema seguendo la prospettiva dei vari movimenti e waves che si sono succeduti nei decenni.

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books about movies: due libri su Werner Herzog

Nonostante una produzione di film che conta oggi oltre settanta titoli, tra lungometraggi, mediometraggi e corti, tra opere per il grande schermo e film tv, non sono molti, invece, i libri monografici su Werner Herzog, o almeno quelli scritti o tradotti in italiano.

Forse anche perché sono libri necessariamente destinati – a causa dell’estrema prolificità del regista bavarese – a una rapida “obsolescenza”, a meno che vengano aggiornati con successive edizioni.

E infatti ci sono libri preziosi, ma non più aggiornati come quello di Grazia Paganelli del 2008. E ce ne sono altri usciti relativamente di recente e che hanno già perso il beneficio dell’esaustività a causa del ritmo frenetico con cui Herzog ancora oggi, a quasi ottant’anni di età, continua a sfornare film (solo nel 2020 in Italia ne sono stati distribuiti quattro).

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books about movies: La conquista dell’inutile, di Werner Herzog

Il diario di lavorazione di uno dei più folli e ambiziosi progetti cinematografici del Novecento è per definizione un oggetto prezioso per chiunque voglia provare a comprendere tale progetto in tutti i suoi aspetti, dalla genesi allo sviluppo.  

Il film in questione è Fitzcarraldol’opera più impegnativa e grandiosa di Werner Herzog, dal punto di vista produttivo e non solo. E La conquista dell’inutile è il diario di due anni e mezzo (dalla metà del ’79 alla fine del 1981) di una produzione travagliatissima, durante i quali non sono mancati incidenti, disgrazie e imprevisti di ogni sorta.  

Dai complicati rapporti con le tribù indios, alle accuse che piovvero sistematicamente nei confronti del regista bavarese (di sfruttamento, ma anche, addirittura, di traffico di droga e di armi). Dai problemi economico-finanziari, a quelli amministrativi politici. Dall’intrinseca difficoltà dovuta al fatto di dover girare in luoghi isolati e difficili da raggiungere, ai più generici problemi che riguardano la produzione di qualunque film (quelli con gli attori, le comparse e l’organizzazione in generale) e che si amplificano all’inverosimile quando ti trovi in una terra straniera, circondato da indios volenterosi ma comunque di ideali primitivi. 

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