Su Netflix: The Vietnam War, di Ken Burns e Lynn Novick

Chi utilizza i software di editing multimediale made in Cupertino (iPhoto, iMovie e Final Cut Pro) sicuramente avrà sentito parlare di Ken Burns, regista di documentari newyorkese il cui nome è stato associato dalla Apple ad uno dei più semplici ma suggestivi effetti di montaggio video. Il Ken Burns effect consiste nello zoomare lentamente, avanti o indietro, su una fotografia, o nello spostarsi su di essa con l’equivalente di una panoramica. Un effetto che oggi viene largamente utilizzato dai registi televisivi e dai documentaristi, e che in realtà non è stato inventato da Ken Burns, bensì soltanto da questi utilizzato intensivamente e proficuamente per i suoi documentari, tra cui la sua ultima fatica, The Vietnam War.

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Al cinema: Domino, di Brian De Palma

Nel travagliato crepuscolo della carriera di Brian De Palma viene ad aggiungersi un film disconosciuto, dopo una serie di pellicole di scarso successo o dalle tormentate vicende distributive. Domino è arrivato nelle sale soltanto a metà 2019, sebbene fosse in fase di post-produzione già sul finire del 2017 (o almeno: quando il Torino Film Festival dedicò a De Palma una retrospettiva, questi non poté accettare l’invito adducendo quella motivazione).

Una produzione internazionale, ma soprattutto danese (con la partecipazione di altri finanziatori europei provenienti da Francia, Italia, Belgio, Paesi Bassi), per una storia che racconta l’angoscia del Vecchio Continente negli anni del terrorismo e dell’ISIS, pur ipotizzando le vicende ambientate in un recente futuro.

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Al cinema: Welcome Home, di George Ratliff (recensione espresso)

Mi son fatto l’idea che la Ratajkowski sia un tantino sopravvalutata (sopravvalutata ma pulita, dato che si fa più di una decina di docce soltanto nei 90 minuti di Welcome Home).

Non per la recitazione (in quello si può definire una miracolata, più che una sopravvalutata).

È che non mi sembra questa incarnazione di Venere, come taluni vogliono farla passare. Fisico perfetto, quello non si discute. Ma talvolta ha questa espressione da ranocchietta (non voglio fare il difficile, sono libere considerazioni di un osservatore critico / oggettivo -o presunto tale-).

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Fly Me to the Moon: #6 – Apollo 13, ovvero: quando la Luna iniziava a stufare, ecco l’incidente che risolleva la suspense

La frase non era nemmeno quella.

Cambia il tempo verbale… cosa vuoi che sia?

Eppure, messa in quel modo, contribuisce a generare un maggior pathos rispetto a quella originale.

Sono passate 55 ore e 55 minuti da quando l’Apollo 13 è partito da Cape Canaveral, alle 2:13 del pomeriggio dell’11 aprile 1970.

Jack Swigert, uno dei membri dell’equipaggio, si rivolge al controllo missione: “Okay, Houston, we’ve had a problem here“.

Passano 8 secondi: “This is Houston. Say again please“.

Al che interviene il comandante della missione, il capitano Jim Lovell: “Houston, we’ve had a problem. We’ve had a main B bus undervolt

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Fly Me to the Moon: #4 – L’uomo che comprò la Luna (e di come si può realmente comprare pezzi di Luna)

Gli Americani saranno anche i primi (e finora gli unici) ad averci messo piede, ma la Luna è prima di tutto proprietà di pescatori e poeti, quelli che la conoscono per davvero o che grazie ad essa tirano a campare. È il messaggio che trasmette L’uomo che comprò la Luna, secondo film di Paolo Zucca, una di quelle commedie sui generis, fuori dagli schemi, che fanno nutrire ancora qualche speranza per il cinema italiano.

Qualche considerazione va fatta, innanzitutto, sulla fortuna che questo film sta ottenendo nei cinema della penisola: uscita in sordina a inizio aprile e distribuita inizialmente (per quasi un mese) nella sola Sardegna, l’opera è giunta poi nelle principali città italiane, con una distribuzione sicuramente non capillare ma efficace. E lo dimostra il fatto che il film sia ancora proiettato sui grandi schermi a distanza di quasi tre mesi dall’uscita, grazie al più classico dei passaparola, strumento che, come sappiamo, può spesso costituire la fortuna del cinema d’autore di nicchia, quello che non può contare su budget di produzione importanti o sull’aiuto dei grandi distributori.

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Fly Me to the Moon: #2 – Capricorn One, ovvero: ma l’uomo c’è andato o no sulla Luna?

Si scrive Marte ma si legge Luna.

Capricorn One è il nome della missione che dovrà portare il primo uomo sul Pianeta Rosso, dopo il successo dell’allunaggio dell’Apollo 11, cui è seguito però un crescente disinteresse per le altre spedizioni sul satellite terrestre. A Cape Kennedy il missile è in rampa di lancio e a Houston il centro di controllo sta seguendo le ultime fasi prima del decollo. Eppure i tre astronauti selezionati per questa storica missione – il comandante Charles Brubaker e i due ufficiali Peter Willis e John Walker – vengono fatti scendere in fretta e furia dal modulo di comando, a pochi minuti dall’accensione dei propulsori. La NASA è infatti a conoscenza di un serio problema ai componenti del Capricorn che potrebbe mettere a repentaglio la vita degli astronauti. La notizia, però, non può essere diffusa e la missione non può venire annullata, altrimenti causerebbe il definitivo affossamento dei programmi spaziali, già nella bufera per gli altissimi costi di gestione, a fronte di un entusiasmo drasticamente in picchiata da parte dell’opinione pubblica.

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Fly Me to the Moon: #1 – i film di Georges Méliès

Questo viaggio tra i film “sulla Luna” non poteva che cominciare da Georges Méliès, colui che è pressoché unanimemente ritenuto il padre degli effetti speciali e del cinema di fantascienza, ma anche, in senso lato, del cinema di finzione in generale.

Se i fratelli Lumière, infatti, sono considerati i padri del cinema inteso come strumento e mezzo tecnico che aprì le porte allo sviluppo di una nuova forma d’arte, è innegabile che il cinema inteso come invenzione e come finzione nasca soltanto grazie all’opera di Georges Méliès.

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Al cinema: Rocketman, di Dexter Fletcher

Non credo di aver mai parlato del mio leggero daltonismo. Che non incide – almeno credo – sulla mia capacità di gustarmi sfumature e accostamenti cromatici, o di apprezzare o meno la fotografia di un film (o la fotografia in generale). Semplicemente ho qualche problema nel distinguere i colori quando sono troppo vicini, come in quei cerchi pieni di pallini in cui devi riconoscere un numero. Quei test che ti fanno dall’oculista e in cui faccio generalmente scena muta. Tutto ciò per dire che non ho preso bene la scelta della Marv Films, una delle case di produzione che ha finanziato Rocketman, di presentarsi prima dell’inizio del film con un logo ricavato da una tavola di Ishihara. Eppure la mia discromatopsia non mi ha impedito di gustarmi i coloratissimi costumi, occhiali e copricapi di Sir Elton John, protagonista di questo biopic di Dexter Fletcher.

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Al cinema: Pet Sematary, di Kevin Kölsch e Dennis Widmyer

In realtà ero andato al cinema per gli Avengers. A oltre un mese dall’uscita, roba che ormai pure i sassi mi spoilerano. La cassiera del multisala mi fa una supercazzola: siamo spiacenti, ma la sala di Avengers ha uno scappellamento a destra e quindi come se fosse antani abbiamo dovuto annullare la proiezione. Che in realtà significa: c’eri solo tu e col ca**o che ti facciamo una proiezione ad personam. In realtà – e ad onor di cronaca – due tizi prima di me e uno dopo di me avevano chiesto il biglietto per gli Avengers.

Anyway. Che altro c’è che inizia? Pet Sematary, mi dice, pronunciandolo come avrebbe fatto Aldo Biscardi. Vada per quello. È un horror, mi avverte. Lei non sa chi sono io, avrei voluto dirle, e invece mi esce un misero: sì, va bene. È un horror, ripete. Ho trentacinque anni, diamine. Penso di poterlo reggere un teen-horror.

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