Speciale Oscar 2019: Opera senza autore, di Florian Henckel von Donnersmarck

Mi è capitato di citare Florian Henckel von Donnersmarck davanti a una ristretta compagine di gente mediamente acculturata, ancorché non cinefila. Ebbene, le espressioni sui visi dei miei interlocutori spaziavano da chi pensava che stessi parlando di un ministro di Bismarck, a chi invece era convinto che stessi facendo riferimento al colonnello della Wehrmacht che per poco non riuscì ad assassinare Hitler nel ‘44. In pochi conoscono infatti il regista di questo Opera senza autore, titolo oltremodo accurato sotto questo profilo.

Eppure è difficile che un nostro contemporaneo non abbia visto almeno una delle pellicole dirette da questo regista, che pure aveva girato – prima di Werk ohne Autor – soltanto due film.

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Addio a Bruno Ganz: La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler, di Oliver Hirschbiegel

Berlino è la città in cui sono ambientati i due film per i quali era maggiormente conosciuto, e proprio mentre si svolgeva la sessantanovesima Berlinale è giunta la notizia della morte di Bruno Ganz, attore svizzero di madre italiana nato a Zurigo il 22 marzo del 1941.

La Berlino grigia e malinconica di Wim Wenders in Der Himmel über Berlin (Il cielo sopra Berlino), il film che ha consacrato Ganz a livello internazionale con il ruolo da protagonista dell’angelo Damiel.

E la Berlino del 1945, devastata e circondata dai russi, di Der Untergang, il film scelto per ricordare questo grande interprete del cinema europeo.

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Al cinema & Speciale Oscar 2019: La favorita, di Yorgos Lanthimos

Che dietro La favorita non ci sia la mano di Efthymis Filippou, storico screenwriter di Lanthimos, si intuisce già dopo un quarto d’ora in cui non accade nulla di inquietante o stravolgente. La sceneggiatura, per quanto ben scritta, non regala infatti alcun agguato viscerale e procede spedita mescolando dramma e tradizione (e un pizzico di humour). Del resto Lanthimos non poteva continuare a prendere a schiaffoni gli spettatori ad ogni suo nuovo film (anche se c’è chi l’ha fatto e continua a farlo) e con La favorita il regista greco cambia decisamente registro, narrando l’intrigante e avvincente – ma niente affatto sconvolgente – disputa tra due ciniche primedonne che si contendono il favore della regina Anna d’Inghilterra nei primi anni del diciottesimo secolo.

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Al cinema & Speciale Oscar 2019: Vice – L’uomo nell’ombra, di Adam McKay

Con buona pace dei latinisti e dei puristi, iniziamo col dire che il titolo va pronunciato vais, altrimenti si perde il doppio senso di una parola che in inglese significa contemporaneamente vice e vizio. Non che Dick Cheney, il personaggio immortalato in questa pellicola di Adam McKay, avesse particolari vizi. O almeno: ne aveva uno soltanto, ma bello grosso. Il potere. Tanto che era pronto a dire di no alla vicepresidenza degli Stati Uniti perché ritenuto un ruolo poco prestigioso. Più o meno come uno direbbe no all’invito ad una festa di compleanno di un cugino di terzo grado.

Ma il buon Dick aveva intuito che quello non sarebbe stato un ruolo da vicepresidente come gli altri. Strette di mano, tagli di nastro alle inaugurazioni. Lì si trattava di fare il vice di George W. Bush, uno che a malapena ti sa fare la O col bicchiere.

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Giornata della memoria: tre film sull’olocausto, per non dimenticare

Oggi si celebra il Giorno della memoria, la ricorrenza istituita dalle Nazioni Unite per commemorare le vittime dell’olocausto. La data del 27 gennaio fu scelta in quanto in quel giorno del 1945 le truppe dell’Armata Rossa, che avanzavano verso la Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz, abbandonato dalle S.S. non dopo aver cercato di eliminare (almeno in parte) le prove dello sterminio.

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Al cinema: Glass, di M. Night Shyamalan (no spoiler)

Tocchiamola piano fin da subito: Shyamalan ha fallito clamorosamente. E le radici di questo delitto perfetto che si chiama Glass sono da ricercare negli ultimi dieci secondi di Split, in quell’epilogo con cui il regista di origine indiana ha voluto sacrificare un’opera di assoluto valore (parlo di Split) sull’altare della sequelizzazione. Perché al giorno d’oggi se non fai una trilogia non sei nessuno e Shyamalan non avrà voluto essere da meno quando ha pensato di collegare quel film su un criminale affetto da un disturbo dissociativo dell’identità ad una sua precedente opera in cui trattava – in maniera interessante, c’è da dire – il tema del supereroe, quando ancora non era inflazionato come ai giorni nostri (correva l’anno 2000).

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Quell’assurda decina: #9 – Dogville, di Lars Von Trier

Correva l’anno 2003 quando Dogville viene presentato in concorso al Festival di Cannes. Lars Von Trier è reduce da una Palma d’Oro, vinta tre anni prima per Dancer in the Dark, e dalla fondazione del movimento Dogma 95 con cui, insieme all’amico regista Thomas Vinterberg, si proponeva di dare una scossa al cinema contemporaneo, con precise regole stilistiche e contenutistiche, formalizzate in un manifesto programmatico. Regole da cui gli stessi fondatori si discosteranno ben presto, rimanendo di fatto un esperimento effimero e incompiuto.

Se Idioti – sesto lungometraggio di Von Trier e secondo film del Dogma – rispettava quelle regole, già con Dancer in the Dark Von Trier se ne era di fatto discostato (e infatti il film non rientra nella continuity del Dogma). E fu un bene, c’è da dire, visto che con Dancer in the Dark Von Trier otterrà la ribalta internazionale, che probabilmente non avrebbe avuto rimanendo ancorato a quella forma di fondamentalismo registico.

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Confronti (impietosi): Annientamento vs. Stalker

Iniziamo col dire che Alex Garland è tutt’altro che un tipo poco originale. Prima di dedicarsi al cinema aveva scritto alcuni romanzi, uno dei quali è diventato il soggetto di un film di successo di Danny Boyle, The Beach, con Leonardo Di Caprio nei panni del protagonista. Garland ha collaborato nuovamente con Boyle – che evidentemente aveva trovato in lui una succosa fonte di idee – scrivendogli due sceneggiature originali, quelle di 28 giorni dopo e Sunshine.

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contemporary stuff: Mektoub, My Love: Canto Uno, di Abdellatif Kechiche

Porta Palazzo incontra San Salvario. Questa la capisce solo chi è di Torino, per cui mettiamola così: movida maghreb. Dopo un incipit a qualche inquadratura dal porno, ecco servite tre ore di sbevazzate, feste in spiaggia, parliamo-del-più-e-del-meno con la cumpa e cose così.

Zio di qua, zia di là, tutti a chiamarsi zii, ma sono veri nipoti, mica i tamarri delle case popolari. E baci e bacetti in continuazione.

È tutto un bere e un baciarsi l’ultimo film di Abdellatif Kechiche, tre ore di amarcord primi anni novanta in una comunità franco-tunisina di Sète, cittadina francese dell’Occitania, lido di Montpellier.

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