Cronache semiserie dal Torino Film Festival – con la top20 dei film di Powell & Pressburger

Prendersi una settimana di ferie per rinchiudersi nei cinema. Svegliarsi alle 7 anche il sabato e la domenica per vedere film. Insomma: quello che per un cinefilo è una medaglia da appuntarsi al petto e che per il resto dei comuni mortali è una manifestazione di squilibrio psichico.

Il Torino Film Festival è tornato ad essere british. Del resto la direttrice del festival, Emanuela Martini, è un’esperta di cinema inglese ed erano passati ben sei anni dall’ultima retrospettiva in salsa britannica, quella su Joseph Losey del 2012 (direttore del festival era Gianni Amelio, con la Martini suo braccio destro). Stavolta la “retro” è toccata a Powell & Pressburger (di seguito P&P), binomio di primo piano del cinema d’oltremanica e, in generale, degli anni Quaranta e Cinquanta.

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Al cinema: Bohemian Rhapsody, di Bryan Singer (e Dexter Fletcher)

È sicuramente uno dei film più attesi del 2018 e i primi dati degli incassi (quasi 3 milioni e mezzo di euro nei primi tre giorni di proiezioni) stanno dando ragione a chi lo riteneva tale. Bohemian Rhapsody racconta la storia del gruppo inglese dei Queen, dalla loro formazione, nel 1970, ad uno dei momenti più alti raggiunti dalla band, la partecipazione al concerto di beneficenza Live Aid tenutosi a Wembley nel 1985. È un film sui Queen, ma è anche e soprattutto un film sul frontman del gruppo Freddie Mercury, che amava definirsi il solista più che il leader della band.

I Queen sono stati uno dei gruppi di maggior successo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, ragion per cui l’approccio ad un film come Bohemian Rhapsody può avvenire essenzialmente in tre modi.

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Quell’assurda decina: #5 – Piccoli omicidi, di Alan Arkin

piccoli omicidi 2La commedia fu un genere poco battuto dagli autori della New Hollywood, un po’ perché predominavano i toni disillusi e tragici del dramma, un po’ perché nell’età classica il genere aveva raggiunto vette con cui difficilmente ci si poteva confrontare. Eppure anche nella commedia sussistevano i margini per portare un po’ d’innovazione, come fece Alan Arkin adattando un’opera teatrale di Jules Feiffer, la quale, presentata a Broadway una prima volta, aveva avuto un’accoglienza a dir poco tiepida, salvo poi essere riproposta, dopo l’iniziale rigetto, in seguito al successo nei teatri d’oltreoceano.

Piccoli omicidi è una black comedy surreale e grottesca che prende di mira la società americana e la violenza nelle metropoli. Fin dall’inizio assistiamo al pestaggio (per la maggior parte fuori campo) del protagonista Alfred da parte di teppistelli che lo provocano mentre sta svolgendo il suo lavoro di fotografo (di escrementi, come si verrà a sapere in seguito).

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Lo scrigno: I cancelli del cielo, di Michael Cimino

i cancelli del cielo 1Come molti ormai sapranno, nella rubrica Lo scrigno presentiamo i “film dimenticati, introvabili, invisibili” ma che meritano di essere recuperati, ripescati da un oblio in cui sono finiti spesso immeritatamente. Inserendo tra di essi I cancelli del cielo qualcuno potrebbe dunque obiettare: ma come?… un film così famoso in una rubrica di questo tipo?

Il fatto è che I cancelli del cielo è un film più famigerato che famoso. O, per meglio dire, famoso perché famigerato. Quello di Michael Cimino è stato a lungo considerato come il film fallimentare per eccellenza, uno dei peggiori flop nella storia del cinema. Un’opera che molti conoscono ma che in pochi hanno visto, ancor meno nella sua versione “integrale”, quella del “montaggio originale” da oltre tre ore e mezza.

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Il futuro del cinema? (la Masterclass di Douglas Trumbull al Trieste Science+Fiction Festival)

Della carriera di Douglas Trumbull ho già parlato diffusamente nel post contenente le mie cronache semiserie dal TS+FF. Una carriera che cominciò nel lontano 1964, l’anno della New York World’s Fair, per la quale Trumbull partecipò alla realizzazione di un cortometraggio, To the Moon and Beyond, proiettato in Cinerama sulla cupola di un planetario, la “Moon Dome”. Grazie a quel lavoro, Stanley Kubrick e Arthur C. Clarke -che avevano visto il documentario alla Fiera- ingaggiarono il ventitreenne Trumbull per fare da Supervisor agli effetti speciali di 2001: Odissea nello spazio. Ma la realizzazione di To the Moon and Beyond è anche un momento che racconta molto della filosofia di Trumbull, che fin da allora era interessato non soltanto alle potenzialità spettacolari che un’opera poteva esprimere, ma anche -e forse soprattutto- a far vivere un’esperienza audiovisiva quanto più immersiva, intensa e coinvolgente possibile allo spettatore.

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Cronache semiserie dal TS+FF, ovvero: da Torino a Trieste per Douglas Trumbull

ts+ff 1Giunto alla sua diciannovesima edizione, il Trieste Science+Fiction Festival ha tirato fuori dal cilindro uno di quei nomi il cui richiamo risulta semplicemente irresistibile per gli appassionati di fantascienza. Douglas Trumbull sarà forse sconosciuto ai più, ma è un’assoluta autorità nella materia. Nato a Los Angeles nel 1942, partecipa -poco più che ventenne- alla realizzazione dell’avveniristico To The Moon and Beyond, proiettato in Cinerama alla Fiera mondiale di New York. Si fa notare così da Stanley Kubrick, che gli chiede di prendere parte, quando aveva soltanto ventitré anni, alla realizzazione del film che avrebbe cambiato per sempre il mondo della fantascienza e del cinema in generale.

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Quell’assurda decina: #1 – The Lobster, di Yorgos Lanthimos

the lobster 1Il primo film in lingua inglese di Yorgos Lanthimos è una pellicola distopica pura, con un minimo appiglio al fantasy, molto suggestiva e dal taglio fortemente autoriale. È una pungente satira della vita di coppia, nascosta dietro lo scenario surreale di un futuro in cui la vita da single è bandita, fino a ritenerla una pratica inumana che merita la trasformazione del trasgressore in animale.

Siamo in un futuro distopico in cui i single vengono catturati e portati in un hotel in cui devono trovare un partner entro un termine di quarantacinque giorni. Se non lo fanno, sono condannati ad essere trasformati in un animale a loro scelta. David, il protagonista, giunge nell’hotel dopo che la moglie lo ha lasciato. Dopo aver fatto amicizia con due uomini, anch’essi single, David prova a trovare una compagna, invano.

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Al cinema: Soldado, di Stefano Sollima

Locandina SoldadoPartiamo dalle cose positive: ci sono ancora (rispetto a Sicario) Benicio del Toro e Josh Brolin. Un duo collaudato ed estremamente efficace, soprattutto se calati in ruoli che sembrano fatti apposta per loro, come in questo caso. Poi, la sceneggiatura è ancora una volta di Taylor Sheridan, il quale, giunto al suo quarto script, si conferma uno degli screenwriter più interessanti di questi ultimi anni, capace come pochi altri di leggere il mito della frontiera in chiave moderna.

E poi ci sono le notizie negative. Tipo che non c’è più Emily Blunt e chiunque abbia un po’ di cuore dovrebbe dolersene.

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Al cinema: Gotti – Il primo padrino, di Kevin Connolly

gotti 1Ma sì, mettiamocelo “padrino” nel titolo. Che tanto è gratis e magari porta pure qualche centinaio di migliaia di euro in più al botteghino. Ed infatti il film di Kevin Connolly, nonostante la pioggia di recensioni negative piovutegli addosso e le stroncature pressoché unanimi della critica, ha superato nel nostro Paese il milione di euro di incassi. Un risultato più che discreto, considerato tutto.

Ma sì, mettiamo “padrino” nel titolo (che poi perché “il primo?) e mettiamo pure una citazione sulla locandina, che fa figo e non impegna. Beh, non è proprio così, perché se scomodi anche solo il termine “padrino” ti impegni eccome. Ti presti a dei confronti che rischiano di essere impietosi. Inutile dire che il film di Connolly non è nemmeno da mettere vicino alla trilogia di Francis Ford Coppola (nemmeno al terzo capitolo, che di quella trilogia è sicuramente l’opera meno riuscita). Ma non è da mettere vicino nemmeno alla media dei gangster movie degli ultimi vent’anni, un genere cinematografico che, si sa, è impegnato in una parabola discendente simile a quella del western.

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