Al cinema: Gotti – Il primo padrino, di Kevin Connolly

gotti 1Ma sì, mettiamocelo “padrino” nel titolo. Che tanto è gratis e magari porta pure qualche centinaio di migliaia di euro in più al botteghino. Ed infatti il film di Kevin Connolly, nonostante la pioggia di recensioni negative piovutegli addosso e le stroncature pressoché unanimi della critica, ha superato nel nostro Paese il milione di euro di incassi. Un risultato più che discreto, considerato tutto.

Ma sì, mettiamo “padrino” nel titolo (che poi perché “il primo?) e mettiamo pure una citazione sulla locandina, che fa figo e non impegna. Beh, non è proprio così, perché se scomodi anche solo il termine “padrino” ti impegni eccome. Ti presti a dei confronti che rischiano di essere impietosi. Inutile dire che il film di Connolly non è nemmeno da mettere vicino alla trilogia di Francis Ford Coppola (nemmeno al terzo capitolo, che di quella trilogia è sicuramente l’opera meno riuscita). Ma non è da mettere vicino nemmeno alla media dei gangster movie degli ultimi vent’anni, un genere cinematografico che, si sa, è impegnato in una parabola discendente simile a quella del western.

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Lo scrigno: Una squillo per l’ispettore Klute, di Alan J. Pakula

klute 1Quando si pensa alle opere del filone crime della New Hollywood vengono subito in mente due capisaldi come Dirty Harry (Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo!) e French Connection (Il braccio violento della legge), entrambi del 1971. Due film arcinoti, ma usciti (anche in Italia) qualche mese dopo il Klute di Alan J. Pakula, il cui titolo in italiano sembra richiamare proprio il film con Eastwood, non fosse che ciò è cronologicamente impossibile. Se i film di Siegel e Friedkin abbracciano in maniera più decisa il sottogenere del poliziesco, introducendo peraltro novità interessanti nella definizione dello stesso, il Klute di Pakula è invece un noir a tutto tondo, che scava nella tradizione dell’hard-boiled americano, a sua volta destrutturando un genere che negli anni Quaranta e Cinquanta era stato ampiamente codificato. Il detective Klute di Pakula, interpretato da un dimesso ma efficace Donald Sutherland, è ingenuo quasi ai limiti del commovente. È un perdente a trecentosessanta gradi, non ha nulla della baldanzosa autoironia che connotava molti dei detective del noir classico, à la Humphrey Bogart, per intenderci (anch’essi sostanzialmente dei disillusi, ma comunque brillanti e sagaci).

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Al cinema: La profezia dell’armadillo, di Emanuele Scaringi

armadillo 1Dove sono finiti tutti i fan di Zerocalcare? Il primo film tratto da un’opera del celebre e celebrato fumettista aretino aveva generato grosse aspettative e prometteva di fare il botto nelle sale, esattamente come accade in libreria per ogni nuova graphic novel di Michele Rech in arte Zerocalcare. Nulla di tutto ciò è avvenuto: nel primo weekend La profezia dell’armadillo non è arrivato nemmeno a 150.000 euro di incassi, pur essendo stato proiettato in quasi 180 sale (il che vuol dire poco più di 800 euro di media-sala, un risultato assolutamente deludente per un film di richiamo nei primi giorni dall’uscita). Nella seconda settimana il film non è andato meglio, facendo lievitare i ricavi complessivi a poco più di 250.000 euro. Insomma, la Fandango di Procacci con La profezia dell’armadillo sembra aver fatto un clamoroso buco nell’acqua.

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Al cinema: Lucky, di John Carroll Lynch

lucky 1Quando, prima dell’inizio del film, tra un trailer e l’altro, hanno proiettato la pubblicità della Amplifon, un sospetto sul target avrebbe dovuto sorgermi. Lucky è essenzialmente la storia di un novantenne a cui tutti vogliono bene nel paesino in cui abita. Vive da solo, trascinandosi stancamente tra le routine quotidiane. Ogni sua giornata diventa così un rito, che inizia con la ginnastica mattutina e prosegue con la frequentazione di vari locali del posto, con le immancabili parole crociate al seguito.

Opera prima da regista dell’attore John Carroll Lynch, Lucky è essenzialmente l’omaggio di un caratterista ad uno dei più grandi caratteristi americani, il mitico Harry Dean Stanton, scomparso l’anno scorso a novantuno anni di età.

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Confronti: quando la colonna sonora è più celebre del film

ostCi sono colonne sonore e canzoni scritte per il cinema che hanno fatto la storia, contribuendo al successo di autentici capolavori della settima arte. Qualche esempio? Over the Rainbow cantata da Judy Garland e scritta da Harold Arlen e E.Y. Harburg per Il mago di Oz. Oppure la splendida Raindrops Keep Fallin’ on My Head, del genio Burt Bacharach su testo di Hal David e cantata da B.J. Thomas per il film Butch Cassidy. O ancora, per passare alle colonne sonore strumentali, la Marcia imperiale composta da John Williams per L’impero colpisce ancora o l’immortale main theme, ispirato all’urlo del coyote, musicato da Ennio Morricone per Il buono, il brutto, il cattivo.

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contemporary stuff: A proposito di Schmidt, di Alexander Payne

about schmidt 3Mescolare dramma (umano) e commedia non è mai semplice. Ci sono le black comedy piuttosto che le commedie agrodolci, ma ci sono anche dei veri e propri ibridi, come quest’opera di Alexander Payne, vero esperto nel trattare soggetti altrui traendone sceneggiature non originali di grande spessore, come dimostrano i due Oscar vinti proprio in questa categoria (non però per About Schmidt, per il quale Payne si aggiudica – insieme a Jim Taylor – il Golden Globe per la miglior sceneggiatura).

Nel caso di questo suo terzo lungometraggio, il regista-sceneggiatore di Omaha si basa sul romanzo omonimo di Louis Begley, dipingendo un affresco crudo e diretto del fallimento della classe media americana, quella che si crogiola nel mito della produttività e della villetta con giardino, ma che quando giunge il momento dello showdown, della resa dei conti esistenziale, manifesta tutta la propria povertà sostanziale.

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Confronti: quando la spia è donna (Atomica bionda vs. Red Sparrow)

spie 1In poco meno di un anno abbiamo avuto nelle sale due film ambientati nel mondo dello spionaggio e con protagoniste femminili. Un revival di temi già affrontati in tutte le salse nel mondo della settima arte, in un genere, quello della spy-story, che tuttavia aveva abituato a personaggi maschili, con le donne relegate a mera comparsa o a femme fatale di turno (vedi il caso paradigmatico di 007 e delle Bond Girls).

Non che nella storia del cinema non vi siano state in precedenza opere di spionaggio (anche celebri e risalenti) con protagoniste appartenenti al gentil sesso: dalla Mata Hari di Greta Garbo (nell’omonima pellicola del 1931, che era stata preceduta da due film muti – uno dei quali con la “vamp” ante-litteram Asta Nielsen – e che è stata seguita da una serie di altre opere dedicate alla celebre spia olandese) alla Nikita diretta da Luc Besson.

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i luoghi del cinema: il Museo del cinema di Catania

sdrCosa c’entri Catania col cinema non ve lo dirò, anche perché rovinerei la sorpresa a quei pochi che, leggendo questo articolo, dovessero convincersi ad andare a visitare il Museo del cinema della seconda città della Sicilia. Cosa lega Catania alla settima arte ve lo dirà una delle preparatissime guide che vi accompagneranno durante la visita del museo, a chiusura della stessa. E comunque i più informati dovrebbero saperlo, anche perché è più o meno lo stesso motivo per cui un museo del cinema (il più importante d’Italia) è presente nella mia città, Torino.

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oldies but goldies: Che fine ha fatto Baby Jane?, di Robert Aldrich

Che-fine-ha-fatto-Baby-Jane-Bette-Davis 3Il 9 agosto di cento anni fa nasceva a Cranston, Rhode Island, Robert Aldrich. Un regista che raggiunse l’apice della carriera nella Hollywood degli anni Cinquanta e Sessanta, quando diresse la maggior parte dei suoi film più celebri. Dopo aver esordito col western, Aldrich esplorò gli altri generi cinematografici, passando al noir, al war movie e al drammatico. I suoi film più conosciuti sono sicuramente Che fine ha fatto Baby Jane?, del 1962, e il cult antimilitarista Quella sporca dozzina, uscito cinque anni dopo. Di quest’ultimo hanno parlato in maniera oltremodo esaustiva i colleghi de Il Zinefilo, ove è stato presentato un eccellente articolo che ripercorre le influenze sul soggetto di The Dirty Dozen, e de La Bara Volante, con una recensione che se non può essere considerata quella definitiva poco ci manca.

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