Il festival a domicilio – Biografilm versione #iorestoacasa (parte seconda, preceduta da due notizie importanti sul futuro del/dei cinema)

Prima di riprendere con le pellicole del Biografilm proposte in questi giorni sulla piattaforma #iorestoacasa di MyMovies (qui la prima parte), in questa sorta di antipasto della rassegna bolognese, mi preme riportare due notizie di questi giorni che ci fanno capire quanto questa emergenza sanitaria cambierà, con tutta probabilità, il mondo del cinema e della distribuzione.

La prima arriva dalla California. Tutti noi sappiamo quanto l’Academy sia stata, soprattutto negli scorsi anni, conservatrice e irremovibile quanto alle regole per l’ammissione delle pellicole alla cerimonia degli Oscar. Tanto da far intuire una certa avversione nei confronti di chi, in questi anni, incarna il principale pericolo alla concezione tradizionale del cinema (Netflix, ovviamente). Ebbene, il coronavirus ha tuttavia costretto l’Academy a cambiare le regole, facendo venir meno uno storico requisito. Per essere candidato all’Oscar, infatti, un film deve normalmente essere distribuito nella contea di Los Angeles durante il precedente anno solare per almeno una settimana. La regola è stata sospesa, ma – si è affrettata a precisare l’Academy – sarà ripristinata quando riapriranno le sale cinematografiche.

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Il festival a domicilio – Biografilm versione #iorestoacasa (parte prima)

Tra le cose che ci sono venute a mancare in questo periodo di segregazione forzata dovuta all’emergenza coronavirus c’è stata (e ci sarà) sicuramente, oltre alla possibilità di guardare i film in sala – esperienza surrogabile soltanto a malincuore, per i cinefili ‘duri e puri’, con la visione sul piccolo schermo –, anche quella di frequentare i festival del cinema. I più importanti tra quelli che hanno dovuto giocoforza chiudere i battenti (o rifugiarsi dietro la formula del rinvio a data da destinarsi) sono stati, a marzo, il Bergamo Film Meeting, che avrebbe dovuto tenersi proprio nei giorni in cui la città lombarda diventava il drammatico epicentro della crisi italiana; ad aprile, il Far East Film Festival di Udine, rinviato a fine giugno (ma con scarse probabilità di potersi tenere effettivamente in quelle date); c’è stato poi il roboante annuncio del rinvio a data da destinarsi del Festival di Cannes – per volgere lo sguardo anche oltre i nostri confini – con le ipotesi che sono circolate, chissà quanto fantasiose, della possibile liaison con la Mostra del cinema di Venezia per un’edizione in tandem a inizio settembre. Di questi giorni, infine, è la notizia della cancellazione del Festival di Locarno, altra importante rassegna cinematografica europea.

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contemporary stuff: Shark – Il primo squalo, di Jon Turteltaub

Ci sono un nero, un indiano, un cinese… no, non è l’inizio di una barzelletta ma il vademecum dei responsabili del casting del cinema contemporaneo, che per essere politically correct e puntare ad incassi globali devono ormai seguire regole ferree di ingaggio degli attori. Il ruolo del protagonista, ovviamente, resta affidato al wasp di turno, il macho Jason Statham, abbastanza convincente nella parte di ribelle e scazzato, impavido e temerario esperto di soccorso sottomarino. Al suo fianco la quota rosa asian Li Bingbing, che i suoi quarantacinque anni se li porta benissimo e deve essere quanto di più vicino al concetto di gnocca per un orientale. La quota rosa wasp Jessica McNamee, ossia la bambola bionda che non può mai mancare. La quota rosa indie Ruby Rose, che in Australia deve essere una celebrità e che rappresenta la gggiovane alternativa. E poi, per l’appunto, il campionario di etnie, ognuna delle quali ha i suoi warholiani quindici minuti di celebrità: l’afroamericano Page Kennedy; un altro cinese, Winston Chao (nome grandioso, half british, half chinese, con un pizzico di retrogusto vintage su due ruote); Cliff Curtis, neozelandese di origine maori, ma dai chiari connotati indiani, per strizzare l’occhio al quinto della popolazione mondiale che il mercato hollywoodiano ancora non riesce a conquistare; il giapponese Masi Oka; e visto che alla produzione hanno voluto veramente esagerare c’è pure il nordico Ólafur Darri Ólafsson, di chiare origini islandesi.

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contemporary stuff: Reality, di Matteo Garrone

Luciano, pescivendolo napoletano che arrotonda il salario grazie ad un traffico illegale di robot da cucina, gestito insieme alla moglie, viene spinto dalla famiglia a tentare un provino per entrare nel Grande Fratello. Superate le prime fasi delle selezioni, Luciano è in attesa della chiamata che deve confermargli se è stato preso o meno nella trasmissione. Un’attesa che si trasformerà in un’ossessione patologica, mettendo in crisi il suo rapporto con la moglie, il suo lavoro e la sua sanità mentale…

Dopo il successo di Gomorra, Garrone rimane in Campania ma cambia registro, dedicandosi ad una commedia tragicomica, agrodolce, ma assolutamente efficace ed incisiva nel mostrare uno spaccato sempre più rappresentativo della società di oggi, quella di coloro che sono attratti dalla prospettiva del successo televisivo, incarnato dal fenomeno dei reality.

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contemporary stuff: Assassinio sull’Orient Express, di Kenneth Branagh

Dopo aver risolto con arguzia il mistero di un furto commesso a Gerusalemme, alla chiesa del Santo Sepolcro, il detective belga Hercule Poirot si mette in viaggio sull’Orient Express, ospite del suo amico Bouc, direttore del treno, per raggiungere Londra partendo da Istanbul. Durante il tragitto viene avvicinato da un losco figuro che afferma di essere stato minacciato di morte e che vorrebbe ingaggiarlo per proteggerlo e per scoprire chi gli manda le lettere minatorie che ha ricevuto. Ma quel tizio non piace per nulla a Poirot, che rifiuta l’incarico. Poco dopo, l’uomo viene trovato morto nella sua cabina e Bouc chiede al detective di indagare sull’accaduto. Il treno è fermo a causa di una valanga che ha bloccato i binari e Poirot è convinto di dover circoscrivere il novero dei sospettati ai componenti della carrozza in cui si trovava la vittima…

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contemporary stuff: L’imbalsamatore, di Matteo Garrone

Quarto lungometraggio di Matteo Garrone, L’imbalsamatore lancia definitivamente il regista romano nel panorama dei giovani su cui il cinema italiano è disposto a scommettere. Un’apertura di credito che Garrone saprà sfruttare alla grande, diventando in pochi anni uno dei cineasti di punta del cinema italiano del nuovo millennio.

La storia dell’imbalsamatore Peppino Profeta si ispira a una vicenda di cronaca sceneggiata dallo stesso regista con Ugo Chiti e Massimo Gaudioso. Una storia di degradante quotidianità in un contesto di disagio quale quello in cui vive il nano imbalsamatore Peppino, le cui tendenze omosessuali vengono a galla quando conosce il giovane e affascinante Valerio, che crede di aver trovato il modo di sbarcare il lunario con un lavoro che lo appassiona, ma non si avvede (o finge di non avvedersi) delle attenzioni che gli riserva il suo maestro e datore di lavoro.

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Breve viaggio nell’horror classico in 36 film – parte seconda

Questo breve viaggio nell’horror classico (qui la prima parte) si era interrotto con lo scoppio della seconda guerra mondiale, evento cardine del Novecento che, tra le altre cose, ha avuto effetti anche sulla settima arte. Sono anni bui e drammatici per la popolazione, che portano ad una profonda mutazione nella concezione della paura. E il cinema si adegua, revisionando i canoni dell’horror e iniziando una proficua liaison tra quest’ultimo e un altro genere che sarà protagonista degli anni Quaranta, il noir.

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Al cinema: Jojo Rabbit, di Taika Waititi

[Attenzione: spoiler diffusi]

Si apre e si chiude con due anacronismi musicali Jojo Rabbit. Si comincia con i Beatles e Komm, gib mir deine Hand versione in lingua tedesca di I Want to Hold Your Hand, cantata dagli stessi Fab Four. E già siamo dalle parti della trovata geniale, perché il pezzo – che nella versione in studio è stato inserito nella raccolta Past Masters – viene presentato in una registrazione live, con tanto di grida forsennate dei fan, mentre scorrono sullo sfondo le immagini di repertorio dei comizi hitleriani davanti a folle di componenti della Hitler-Jugend, la gioventù hitleriana. Accostare raduni nazisti e beatlesmania, due diverse – ma simili – espressioni di una manifestazione oceanica del consenso, è il primo escamotage degno di nota di un Taika Waititi che dopo la parentesi cinecomic di Thor: Ragnarok torna alla regia con un’opera liberamente tratta dal romanzo Come semi d’autunno di Christine Leunens.

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Al cinema: 1917, di Sam Mendes

E’ quasi inevitabile che le discussioni attorno a quest’opera si incentrino principalmente su questioni tecniche: i due piani sequenza di cui si compone il film; gli stacchi fittizi (à la Hitchcock) all’interno di essi; la mobilità della macchina da presa. Discorsi sicuramente necessari, ma che non devono far perdere di vista il fatto che Mendes usi questi espedienti non come mero esercizio di stile, bensì per rincorrere – a suo modo – la chimera della piena immersione dello spettatore nell’opera, con risultati straordinari.

Le carrellate nelle affollatissime trincee sono debitrici di Kubrick e del suo Paths of Glory, è innegabile. Come è innegabile che con quelle lunghe camminate Mendes ci scaraventa dentro quelle trincee in una sorta di tapis-roulant interattivo, che certe moderne tecnologie di realtà virtuale avrebbero solo da imparare.

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