Al cinema: Solo: A Star Wars Story, di Ron Howard

sololocandinaMettiamo subito le carte sul tavolo (quelle di Sabacc ovviamente); o sei per la Saga nella sua continuity o sei per gli spin-off. Ok dai è una esagerazione, tuttavia nelle chiacchiere post-cinema davanti a panino e birra alla fine si finisce sempre là, lucasiani della prima ora vs. quelli che Star-Wars-non-ci-vado-matto-però-Rogue-One-figata. Ciò che risulta lampante è che l’inesauribile franchise di George Lucas ha trovato una nuova linfa creativa e mille possibilità sembrano aprirsi in un universo così potenzialmente infinito; il secondo step di questo progetto, dopo l’imprevedibile (o forse no?) enorme successo di Gareth Edwards che sforò il tetto del miliardo di USD con Rogue One, vede la origin story di uno degli eroi più amati della Alleanza Ribelle, il pilota, faccendiere e guascone Han Solo che nella serie “classica” era interpretato da… no, vabbè che ve lo dico a fare: da lui

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Top 20 fantascienza (n.11 e n.10)

fanta 4Ci avviciniamo alla top ten di questo nostro viaggio intergalattico alla scoperta dei migliori film di fantascienza. In questa tornata “scopriremo” (vabbè  si fa per dire, qua i lettori ne sanno ben più di noi) che gli arcani mondi non sono soltanto oltre stelle e nebulose, ma anche nei meandri più reconditi della nostra mente. E che per fare della buona fantascienza non sempre è vincente ricorrere in modo massiccio all’armamentario tecnologico dell’era digitale… Può un pupazzo o una vecchia maschera di gomma battere la grafica del computer? Oh sì, certamente. Può una storia particolarmente geniale fare a meno di memorabili interpretazioni? Anche. Potenza della narrazione, lo strumento più antico di cui dispone l’uomo.

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Al cinema: Avengers Infinity War, dei fratelli Russo (senza spoiler)

Avengers-Infinity-War-1322280Un film del genere ha un solo, vero, grande nemico: non è il malvagio Thanos ma è il terribile, sadico, impietoso demone dello SPOILER. Vero è che ci sono diversi gradi di sensibilità, io stesso generalmente non ho mai tenuto in gran conto la sindrome da svelamento, ma ci sono film in cui anticipare dettagli significanti della trama è davvero delittuoso, un po’ come rivelare l’assassino in un giallo ben congegnato. Mi vengono in mente alcuni vecchi film in cui la produzione chiedeva esplicitamente nei credits al gentile pubblico di non svelare alcunchè della trama per non rovinare la visione ad altri. Quindi, ben consapevole che molti non aspettano altro che gridare ai quattro venti le loro impressioni, per estrema imprudenza se non in malafede, prima di vedere questo ultimo capitolo del Marvel Cinematic Universe mi sono ben guardato dal leggere commenti e recensioni. Sono così arrivato a Infinity War (parte I) “intatto” e con l’intero bagaglio Marvel alle spalle (o quasi, mi mancano lo stand alone di Dr. Strange, Iron Man 3 e tutta la saga degli X-Men che comunque qui non c’entrano nulla).

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oldies but goldies: Questo pazzo, pazzo, pazzo, pazzo mondo, di Stanley Kramer

questo-pazzo-pazzo-pazzo-pazzo-mondo-ce-2-dvdLa commedia americana anni ’60 è una vivace, chiassosa bomba di colore, irrompe nelle sale in Panavision e formati affini, è certo meno signorile delle sophisticated comedies in bianco e nero di soltanto qualche anno prima, ma non di meno è sorretta da sceneggiature di gran pregio. E’ il caso del rocambolesco road movie Questo pazzo, pazzo, pazzo, pazzo mondo, diretto dal grande Stanley Kramer (oggi forse uno tra i più illustri dimenticati della vecchia gloriosa Hollywood) e scritto con formidabile estro dai coniugi William Rose e Tania Price Rose, un patchwork di infallibili meccanismi comici per un gran parterre di caratteristi, personaggi che come anelli concentrici seguono il loro singolare percorso confluendo verso l’unica meta. L’antefatto è presto riassunto: in una di quelle affascinanti, interminabili highways che serpeggiano nel deserto americano, un uomo esce di strada a tutta velocità con la sua cadillac; prima di spirare, rivela a un gruppo di automobilisti accorsi in suo aiuto l’esistenza di un tesoro nascosto a Santa Rosita in California. Continua a leggere “oldies but goldies: Questo pazzo, pazzo, pazzo, pazzo mondo, di Stanley Kramer”

Speciale Russia: L’isola, di Pavel Lungin

ostrov 00La grande Madre Russia ha un’anima che affonda le sue antiche radici nella spiritualità ortodossa, con i fumi dell’ incenso, le folte barbe sopra i talari neri, i rossi, gli ocra e gli ori di candelieri e iconostasi. Il cinema non ha mancato di celebrare questo afflato mistico anche per l’ affascinante tratto estetico che si fonde con i maestosi paesaggi continentali, prestandosi magnificamente alla macchina da presa; si pensi ad esempio al densissimo e luminoso Andrey Rublyov di Tarkovskij, che fonde gli elementi naturali con l’arte sacra (le cose visibili e invisibili), un carosello che accarezza i temi della fede in un’epoca medievale violenta, dell’ascetismo e del paganesimo rurale, della Bellezza in senso dostoevskijano. Ma anche in tempi ben più recenti, un regista se vogliamo un po’ meno ultraterreno, uno che con estrema leggerezza sa spostarsi dall’autoriale al mainstream quale Pavel Lungin (spesso francesizzato Lounguine, attualmente impegnato a dirigere la versione russa della serie spionistica Homeland) ha saputo cogliere con meravigliosa sintesi il cuore sacro della Russia. Non quello delle sgargianti guglie di San Basilio a Mosca, ma quello sperduto e artico dei monasteri insulari, in una straordinaria storia di penitenza, follia e santità.

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100 di questi Bergman: estati idilliache e tempo nemico

bergman estateSono molti i temi e gli ambienti ricorrenti in Bergman; una stagione che certamente ha segnato la sua filmografia, soprattutto quella giovanile, è l’estate con i suoi umori, l’ozio, la malinconia. In questi due film proposti da Mubi nel percorso monografico dedicato al maestro di Uppsala l’estate nordica ci appare in tutto il suo splendore (pensate a chi vive nelle fredde e buie latitudini svedesi, a cosa significhi la svolta del solstizio!), portatrice di fughe in piccoli paradisi effimeri – come già avevamo visto precedentemente in Un’estate d’amore – e ispiratrice di peccatucci propiziati dalle gioie dello svestimento. Ritorneremo a vivere un idillio di gioventù nella stagione più spensierata con Monica e il desiderio (Sommaren med Monika, 1953) e scopriremo la pochade bergmaniana in una atmosfera decisamente scespiriana con la commedia sentimentale Sorrisi di una notte d’estate (Sommarnattens leende, 1955).

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Al cinema & Speciale Oscar 2018: Lady Bird, di Greta Gerwig

lady birdLo sapevo che andava a finire così: l’ultimo arrivato (in Italia), il più piccolo e probabilmente il meno titolato a vincere la statuetta come miglior film, è quello che ho amato di più. No, tranquilli, non vi dirò di puntare su questo cavallo, so bene che la mia è pura infatuazione e non credo di avere così tanti argomenti per convincervi. Per molti è un filmetto “radical chic”, per altri è tutt’al più un film carino, del tipo “che ci sta a fare in mezzo a quei giganti“, per altri ancora non è altro che la quota rosa avanzata dall’Academy. Per me Lady Bird è la consacrazione di una brillante donna di cinema, Greta Gerwig; la prova definitiva di un’attrice che amo molto, Saoirse Ronan; la controprova che Lucas Hedges è un talento in sorprendente evoluzione, ingiustamente adombrato dal divo del momento Timothée Chalamet.

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100 di questi Bergman: due film sull’amore e i suoi demoni

young ingmar_bergmanIl nostro viaggio alla scoperta dei demoni interiori di Bergman procede e va a intercettare nel catalogo MUBI due pellicole anni ’50, unite tra di loro per il fatto di avere la parola “amore” nel titolo: si tratta del film drammatico Un’estate d’amore (Sommarlek) del 1951 e della commedia Una lezione d’amore (En lektion i kärlek) del 1954. Tranquillizzatevi subito, con Ingmar il Tenebroso non c’è mai nulla di sdolcinato e ruffiano (per storie più felici rivolgersi a Hollywood, California); l’amore qui raccontato è tormentato, lacerato, diviso, sconfitto. Anche quando il tono è quello della commedia, non c’è mai troppo da star allegri…

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Al cinema & Speciale Oscar 2018: La forma dell’acqua, di Guillermo Del Toro

tsowL’acqua è l’elemento centrale di questo racconto fantastico del messicano Guillermo Del Toro, non quella degli abissi di un oceano o lo specchio palustre di una giungla amazzonica, bensì quella di una semplice vasca. Sia essa quella di un laboratorio segreto o quella di un bagno, l’elemento e il suo arcano sono confinati in un incavo di smalto e vetroresina. Serve il sentimento per far fuoriuscire il timido mostro della nostra fantasia, come nell’immaginazione fanciullesca in cui l’acqua invadeva le stanze fino a riempirle con buona pace di ogni suspension of disbelief, ogni via di fuga tappata e sigillata con un semplice asciugamano. Nella onirica sequenza iniziale tutto galleggia attorno alla “grande bambina” Eliza Esposito, che dorme beata in un appartamento sopra al cinema Orpheus; l’elemento avvolgentemente erotico in cui si coccola quotidianamente la travolgerà mostruosamente.

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