Al cinema & Speciale Oscar 2019: Cold war, di Paweł Pawlikowski

Siamo in Polonia, nel 1949, e per terra c’è un sacco di fango ciac ciac. Il che già è tutto diverso dal trailer, insopportabile, con due tizi in abito da sera, lui che suona il piano e lei che canta, su basi jazz, ma languidamente. Ma è un processo, ci si arriva. Nel fango e nella pauta (sì, la PAUTA!) un direttore di coro sta cercando… il coro, letteralmente. Stanno mettendo insieme un gruppo folcloristico di giuovani che balli e canti le arie contadine. Fanno audizioni. Il  direttore è Wiktor, ha l’aria malinconica.

Nel coro entra Zula, una bella topa di cui si capisce e si dice che già tutti si innamorano. Partono le camporelle tra Wiktor e Zula, lei gli confessa che lo deve spiare (si sottende che Wiktor sia comunista, ma per chi sta sopra not enough). Il coro intanto è diventato una macchina da propaganda (probabilmente una Trabant), costretto a inframmezzare i canti di campagna a quelli sul grande leader Stalin, coi baffoni sullo sfondo.

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Al cinema & Speciale Oscar 2019: Green book, di Peter Farrelly

Un nero raffinato pianista che wow e un grezzo elettore grillino dalle mani grosse e il cuore grande, in viaggio per l’America di quando i nigga li gonfiavano di botte, impareranno a conoscersi e rispettarsi e amicizia e bla. Ecco, questo è tutto il film, e lo si poteva dire dopo aver visto il trailer. E nemmeno tutto eh! Metà.

Al netto di questa mia polemica sulla prevedibilità dei film – da un lato mi sono reso conto che ormai i film che trovo belli sono quelli che un po’ di stupore lo tirano fuori, dall’altro che sono un cagacazzo, e o sto zitto sempre o ho da ridire su tutto, c’est pourquoi finisce che nessuno mi sopporta :/

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Al cinema: Capri-Revolution, di Mario Martone

Capri è bella ma, nel 1914, ci vivrei. C’è un sole grosso così che rende il mare brillocco e Lucia, che guarda le pecore della famiglia, dietro la montagna. Da lì nota, e noi con lei, un gruppo di giovinastri nudo sulla scogliera che fa il saluto al sole o qualcosa del genere. Non dicono Ommmm solo perché non era ancora à la page. Facile immaginare la perplessità di una capraia nel 1914 di fronte a una scena del genere. Non che ora li riterremmo del tutto dritti.

Comunque, sull’isola c’è una comune di youngsters internazionali, capitanata dal pittore e filosofo e un sacco di altre cose Seybu; medico, musico (imprenditore! Operaio!), che quando non guida gli altri se la gira per l’isola, un po’ un incrocio tra Cristo e un qualche amico di Thor/Loki.

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Quell’assurda decina: #7 – Blancanieves, di Pablo Berger

Siamo in una Spagna luminosa e biancheggiante, Sevilla, nacchere e chitarra. Perché il film è un bianco e nero muto, girato nel 2012 e CON DENTRO DEI NANI!

Antonio Villalta è un toreador (toricidio) ricco e figo, con una moglie gnocca e incinta. Ma in seguito a un incidente nell’arena si risveglia tetraplegico e vedovo, perché la moglie è morta contemporaneamente dando alla luce Carmen. Un’infermiera ambiziosa lo accudisce e sposa, divenendo matrigna della bambina, la quale è amata solo dalla nonna. Che ovviamente MUORE!

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Quell’assurda decina: #3 – Anche i nani hanno cominciato da piccoli, di Werner Herzog

hqdefaultC’è questo fatto che io ho sincera una predilezione per i nani e insomma, detto così pare un po’ brutto ma tant’è. Puntualizzo che non guardo porno coi nani (anche se ce n’era uno su Biancaneve che faceva troppo ridere, e poi ci sarebbe Diprè con Nana puttana, ma vabbè). Parlando di nani, cioè relativamente spesso ma con gente un minimo selezionata – io lo chiamo “il solito pezzo sui nani” – questo film è il riferimento ultra da tirar fuori: è bellissimo il titolo, è bellissimo da raccontare, è tutto bellissimo. Incluso l’incipit di Wikipedia, che dice “un film con attori nani non professionisti”.

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Al cinema: Funeralopolis – A Suburban Portrait, di Alessandro Redaelli

locandinaDunque. Io ero in questo cinema che attendevo di entrare, e cominciano ad arrivare punkabbestia, o non so che, ma tanto io mi metto davanti, e c’è un preciso momento in cui ho avuto l’impressione di trovarmi in prima fila solo (oh, aver gente accanto al cinema è insopportabile dai), con dietro tutte file di punkabbestia, o non so che. Il film è una specie di documentario, o non so che, il regista ha seguito per un anno e mezzo le vite di Vash(ish) e Felce.

Vash e Felce sono due rapper horrorcore, che non so cosa sia, direi una roba con barre del tipo vado a puttane/ti stupro il cane, mondo rapina/con l’eroina di Bresso, cioè no dico dai, Bresso, archetipica località dell’infinito (e infinitamente brutto) hinterland milanese (ciao a tutti quelli che leggono dall’hinterland milanese, vi si lovva), palazzoni popolari e disagio.

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Al cinema: Mission: Impossible – Fallout, di Christopher McQuarrie

locandinaC’era una volta il cinema dinamico, su cui avevo fatto una tesi. Di laurea eh, ma piccola, di estetica. Non so di chi fosse l’idea, né ricordo i film, ma era tutto sviluppato dal parallelismo tra il precipitare dinamico della guerra, soprattutto a partire dai conflitti del ‘900, descritto da Paul Virilio (questi filosofi francesi hanno sempre dei nomi assai fighi, n’est-ce pas?) e il corrispettivo cinematografico. Ricordo solo di averci messo A 30 secondi dalla fine di Konchalovskji, e chissà quali altre stronzate. Era bello perché infilavo un po’ quel che cazzo mi pareva, dall’Arrivo del treno alla stazione in su. Tout ceci per dire che qui sta Tom Cruise che corre per più di due ore. Quando non corre o picchia o è picchiato, variazioni quando gli sparano. Ogni tanto spara pure lui, ma è molto di più il tempo in cui gli sparano. C’è una trama, ma è del tutto superflua, o appunto, fluida, e cascata come scroscia una.

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Speciale Venezia 75: Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, di Roy Andersson

locandinaUna sorta di fissità riflessiva si aggira per l’Europa: c’è un filo ma è abbastanza esile, e sono le peripezie di due tizi, venditori di scherzi con l’esplicito intento di far sorridere la gente, soprattutto denti da vampiro, sacchetti delle risate e una maschera orribile. Anche extralunghi eh. I due sono triiiiisti, venditori porta a porta, che bisticciano e tornano ricorsivamente, vivono in un triiiste affittacamere per persone sole e non vendono mai una cippa. I quadri sono fissi, composti in maniera rigorosa assai e pittorica, la telecamera inquadra 39 (non le ho contate) scenette d’autore, di diverso peso e durata: le prime sulla morte, ma oltre a loro ci sono l’insegnante di tango e il suo prediletto che le leva le mani di dosso, entrambi tornano sullo sfondo di un’altra scena, e poi il capitano di marina che non trova il suo appuntamento, e ben due scene spaziali (no nel senso di 2001 eh), nell’andirivieni temporale: quella alla locanda di Lotte la zoppa di Goteborg (un bacio per un bicchierino) e soprattutto quella di Carlo XII di Svezia, che entra in un bar (splash) di periferia, finestroni larghi, slot machine e fuori tralicci e fabbriche abbandonate. Passa l’esercito dell’800, diretto alla guerra contro la Russia, gli astanti sono perplessi, per 6 minuti scorrono reparti di soldati fuori dalla vetrina.

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Speciale Venezia 75: Hana-bi – Fiori di fuoco, di Takeshi Kitano

hanabiA me invece piace pensare ai fiori di fuoco come ai fori che sbocciano dai corpi al contatto col colpo di pistola – ti farò male più di un colpo di pistola. Ma visto che ci sono altre 8 interpretazioni più sensate, non è così (non nelle prime 8 posizioni, at least). I fuochi d’artificio, che accesi non scoppiano ma poi non dovrebbero e scoppiano, e accendono un fiore nel cielo. Nishi-san è un classico Violent Cop. Salta il turno a un appostamento, per andare in ospedale a trovare la moglie malata. Scopre che ha la leucemia, spacciata. Peu après, gli dicono che Horibe, il collega di turno al posto suo, è stato colpito (–> finirà in sedia a rotelle), e un altro e un altro, uno morto e uno no. Belin, che giornata di merda.

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