Al cinema: Sorry We Missed You, di Ken Loach

Ennesimo film #maiunagioia di un allegro inverno – l’altro è A marriage story, il film che sto sconsigliando di vedere a tutte le persone accoppiate: incluso il protagonista Ricky, roscio molto this is England, che dopo anni di lavori nell’edilizia e sulla scia della crisi del 2008 si butta nella gig economy, chiede alla moglie Abby di vendere la macchina per poter comprare un furgone ed entrare nel rutilante mondo dei corrieri Amazon, dove ognuno è come se lavorasse in proprio; nel senso che tutti i cazzi sono suoi ma ha comunque qualcuno dall’alto (il capo spesso e cattivo del magazzino di spedizioni e l’onnipresente scanner elettronico) che regolano la sua vita. A te i rischi, a noi il guadagno. Amazon non è ovviamente citata. Abby fa l’infermiera a ore, in giro per tutta la giornata a ripulire/aiutare vecchi e disabili, a cui vuole anche un po’ di bene. Che in questo mondo qua mh, signò, non so se sia consentito. Abbiamo due figli, Seb, bravo ragazzo ma very stupido (del resto già il padre non è una cima), appassionato di bigiare scuola e graffiti, e Liza Jane, 11 anni. Genio. Per me la famiglia doveva riunirsi, e poi far decidere tutto a lei, che è l’unica sensata. Pure sulla Brexit, doveva votare solo lei. Io con Liza Jane ho pianto.

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touch of modern: Santa Sangre, di Alejandro Jodorowski

Fenix è Cristo-like, e sta appollaiato su di un trespolo in una bianca stanza. Ha un’aquila tatuata sul petto e scende solo per mangiare pesce crudo, offerto da dottori e infermiere. Balzo indietro, da piccolo viveva in un circo con il padre, Orgo, grande grosso ciula e baloss, lanciatore di coltelli e capo della baracca, e la madre, Concha, trapezista e sacerdotessa di una chiesa non riconosciuta dedicata a una martire cui erano state amputate le braccia dai suoi stupratori – da cui il titolo, la piscina di acqua rossa davanti alla statua della santa. E a una ragazzina muta e mima, Alma, cui voleva gran bene. Ah, tra lo strepitio e le chitarre dei fedeli, la chiesa viene salvinianamente ruspata.

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Al cinema: La Belle Époque, di Nicolas Bedos

Pensavo a come sarà triste, e se ci arriviamo, quando non ci sarà più l’ennesimo riconoscibilissimo prima del film trailer del prossimo Woody Allen. Basta sentire 8 parole, io manco li guardo i trailer.

Siamo a Pa-boh-Francia, Marianna (Fanny Ardant) e Victor (Daniel Auteuil, che compete nel prestigioso contest per il cognome contenente il maggior numero di vocali) sono una coppia agée, e bisticciano in continuazione. Lui è un fumettista disoccupato e odia la tecnologia, oltre alle stupide serie tv prodotte dal figlio uscito da una pubblicità californiana, e si lamenta della metà di tutto. Lei è psicologa con tanta voglia di vivere, come si dice nelle descrizioni in chat, ama viaggiare e scoprire cose nuove e blabla, odia lui, si addormenta con gli occhiali VR addosso e si fa sbattere dal migliore amico di Victor, che per inciso lo ha anche licenziato.

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Al cinema: Psicomagia – Un’arte per guarire, di Alejandro Jodorowski

Un uomo complessato perché il padre lo malmenava da piccolo viene mezzo seppellito vivo su uno scenario di colline. La testa protetta da una bolla di vetro traforata e lasciata fuori, sulla terra viva si sparge carne morta. Decine di avvoltoi arrivano al banchetto.

Alejandro Jodorowski è matto ma lo è da mo’, ora è un anziano matto e da anni si è inventato la psicomagia. La psicomagia vuole curare i traumi della vita delle persone da un binario parallelo alla psicoanalisi freudiana: come quella è basata sulla parola e sul raziocinio, la psicomagia punta forte sull’azione volta a colpire il vissuto e l’inconscio del soggetto, a risvegliare ricordi e curare delusioni seppellite nella memoria.

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Al cinema: La vita invisibile di Euridice Gusmao, di Karim Aïnouz

C’è una foresta con delle foglie grosse e verdi così, Cristo di Rio (ahah che sembra una bestemmiahah) clorofilla dappertutto, e una tempesta in arrivo. Euridice e Guida (che però, per amor di portoghesità, chiameremo Euridis e Ghida) sono due sorelle Avere 20 anni che tornano a casa, si perdo(na)no e richiamano. Figlie di famiglia conservatrice, che ruota intorno ai baffi del padre panettiere – in una società se una persona sola ha i baffi è stile, se ce li hanno tutti è bigottismo – la prima sogna di diventare pianista a Vienna, la seconda di bombare tantissimo. Sembrano entrambi sogni legittimi. Il problema è che sei donna negli anni ‘50: una sera, coperta da Euridis, Ghida esce con una marinaio greco, che la prende e se la porta in Grecia per sposarla. Ok, le avremmo potuto dire tutti quanto geniale un’idea non fosse. Torna l’anno dopo incinta e il padre, che nel frattempo ha fatto sposare quella rimasta con un raccapricciante omuncolo medioborghese, la caccia di casa e le dice che Eu è partita per l’Austria.

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Al cinema: The Deep, di Baltasar Kormákur

Heymaey è la più grossa della isole Vestmannaeyjar, subito sotto l’Islanda. Qui una notte del 1984 Gulli e altri amici suoi si preparano a partire l’indomani per qualche giorno di pesca, sbronzandosi abbomba. Al punto che bevono roba tirata fuori da taniche di benza eh.

Islanda anni ‘80, il regno delle camicie a scacchi e dei maglioni di lana grossa con disegni stupidi. Partono, tutto nella norma per un giorno, poi la sera la rete si incaglia, l’argano si rompe e la barca si rovescia. Marzo, fuori fa freschino, tipo -2° e l’oceano sui 5°. Sono in sei, tre muoiono subito annegati, schiantati o altro. Restano Gulli e Palli (gli altri erano Raggi ecc.) attaccati alla chiglia. Che fare, come si domandava quel tale. Mollano la chiglia e cercano di andare verso la costa. Uno sparisce, Palli, che era il suo amico d’infanzia, muore assiderato. Gulli resta solo, parla con i gabbiani, vede il faro e nuota, per circa 6-7 ore.

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Al cinema: La mia vita con John F. Donovan, di Xavier Dolan

Una giornalista riottosa intervista un affermato attore/scrittore/salcazzo in un caffè di Praga. Già così è assai bohemienne. Lui è Rupert Turner, e le racconta, da qui in avanti anzi già prima flash avanteindietro a manetta, del suo rapporto epistolare con il John del titolo, altro attore di successo, stavolta di serie per ragazzini, che Rupert a 11 anni idolatrava. Allora gli ha scritto, John ha risposto e si sono scritti per 3 anni. Fino a quando le lettere sono divenute di pubblico dominio, con relativo BOOM e crisi e pianti. Va da sé le storie corrono separate e parallele su due binari temporali. John ha una manager che cerca di contenerne gli eccessi, ma poi si stufa (ed è Kathy Bathes), una madre travolgente e beona (Susan Sarandon), una migliore amica che per tutto il mondo lui si scopa ma lui ovviamente è gay (perché altrimenti non sarebbe un film di XD. Che bello scrivere XD), e non può rivelare al mondo di esser gay perché altrimenti non sarebbe più l’icona sexy che è.

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Al cinema: Climax, di Gaspar Noé

Dapprincipio ci sono: musica già sulle immagini dei distributori/produttori (arte/wild bunch, quelle cose lì), titoli di coda. Così ce li siamo tolti dai piedi. Una donna bianca nella neve bianca tanta, mezza spoglia e tutta insanguinata, che fa l’angelo rosso. Gaspar Noé è quel tizio matto, ricordato dagli alterna-hipster soprattutto per Irreversible, che non ricordo, e Enter the void, che ricordo e mi aveva dato più fastidio che altro. Quel genere di film da vedere a ventanni (sic) e urlare WHOAAAAAAA. Sbrogliate le formalità, in un televisore incassato tra libri e vhs (siamo nel 1996) scorrono le interviste a un gruppo di giovani, ballerini urban (ma che cazzo significa? Insomma, no classici) più o meno francesi aggregati a una troupe per una tournée in America.

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Al cinema: La caduta dell’impero americano, di Denys Arcand

Le persone intelligenti non succedono (???) nella vita, comprendendone la vacuità, mentre quelle stupide possono credere nel fatto che un aspirapolvere generi la felicità, e vivere meglio. La tesi questa esposta nel prologo da PierPiero, anzi no, Pierre-Paul, a una sua quasi ex che lo guarda con gli occhi stralunati. Stacco. PP è laureato in filosofia e cita classici random, fa il fattorino e il volontario, non nega mai due spicci ai barboni, che costellano le lisce strade di Montréal siccome le margherite il prato. Durante una consegna si trova col furgone dove c’è appena stata una rapina, due cadaveri e due borsoni pieni di canadian-dollah. Rapido sguardo periferico, prende i soldi e scappa. A questo punto ha alcune decine di milioni di $, dapprima prova a metterli in un cassetto.

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