Al cinema: Sofia, di Meryem Benm’Barek

All’ingresso della sala mi chiedono se so che il film è in lingua originale. Capisco il loro scrupolo, rispondo “Meglio!”, vorrei comunque cinema dove piuttosto la cassiera si scusa perché il film NON è in lingua originale. Passano 30 secondi di film prima che Sofia, durante una cena in cui genitori e zii parlano di un investimento TBD, si renda conto che le si sono appena rotte le acque e di essere incinta (negazione di gravidanza). E a quel punto salta su Pozzetto a dire “Ellamadonna!”. Invece no, perché siamo a Casablanca e la cugina Lena la porta in ospedale. Però però col cazzo che puoi partorire in Marocco se non c’è il padre, e i rapporti fuori dal matrimonio sono punibili col carcere. Trafila burocratica, ti facciamo partorire ma deve saltar fuori il padre. Sofia ha vent’anni e della famiglia è il brutto anatroccolo – anche perché con tutto quel che le succede tiene due occhiaie tante per tutto il film.

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i nostri sondaggi: gli 80 anni di Terence Hill. Vota le sue migliori interpretazioni (con e senza Bud Spencer)

Il 29 marzo del 1939, esattamente 80 anni fa, nasceva a Venezia – da padre italiano e madre tedesca – Mario Girotti, colui che entrerà nella storia del cinema italiano (e non solo) con lo pseudonimo di Terence Hill. Dopo l’infanzia trascorsa in Germania sotto i bombardamenti, durante la seconda guerra mondiale, il piccolo Mario torna in Italia, dove inizia a essere impiegato come attore bambino, cominciando così la sua carriera nel mondo del cinema. Nel 1967 arriva la svolta, con la partecipazione al film Dio perdona… io no! sul cui set conosce Carlo Pedersoli alias Bud Spencer. Seguendo la moda dell’epoca sceglie anche lui un nome americaneggiante per calcare le scene, quello che lo consacrerà a livello internazionale: Terence Hill.

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contemporary stuff: Mad Max Fury Road: Black and Chrome Edition, di George Miller

Quando ho scoperto che esisteva una versione cromata del film più tamarro del 2015 copiosamente ho cominciato a sbavare, con gli occhi a forma di cuore. Suppergiù come quando guardi una teglia di lasagne al forno (Sì, cromate e in b/n). Perché è tipo la sublimazione della tamarria di George Miller – che dà chiaramente alla testa (come la besciamella. Che è bianca. Coincidenze? Noi di US crediamo proprio di no u_u).

Futuro apoca-post-atomic-whathever, fra un po’, deserto argentato. Mad Max è tornato, e un sacco di stronzi che sono andati al cinema a vederlo e usciti urlando UAAAAARGH incensandolo sui soscial non avevano la più pallida idea dei film precedenti, e pensando che questo regista, questo Miller, fosse uno che arrivava dai cartoni animati. Maledetti, quando voi… al liceo scopavate io guardavo Mad Max. Ok non bisognerebbe essere intolleranti, ma sono di cattivo umore. Il buon Miller, oltre ai cartoni animati coi pinguini, è dal 1998 che cerca di fare questo film.

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Su Netflix: Calibre, di Matt Palmer (recensione espresso)

È uno dei film più interessanti presenti sul catalogo Netflix, sebbene meno conosciuto rispetto alle opere più celebrate distribuite in esclusiva dal colosso dello streaming. Calibre, film britannico diretto da Matt Palmer, è un thriller abbastanza classico nell’impostazione, ma anche nel soggetto, che richiama eco dostoevskijane.

Una battuta di caccia tra due amici, organizzata in un bosco delle Highlands scozzesi, finisce nel peggiore dei modi e i tentativi di sistemare il guaio genereranno grossi problemi con la comunità locale, molto chiusa nei confronti dei forestieri.

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Quell’assurda decina: #10 – Denti, di Mitchell Lichtenstein

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Sesso consenziente: ****

Sesso non consenziente: **

Creatività anatomica umana: ***

Qualità del maschio medio: *

Volevate l’assurdo? E beccatevi una vagina dentata.

La storia di Denti è molto, molto semplice: Dawn è una ragazza molto carina e timorata di Dio che ha deciso di rimanere illibata fino al matrimonio ed è una motivatrice in un gruppo cristiano per l’astinenza sessuale. I suoi piani di verginità intoccabile pre-matrimoniale le sfuggono di mano nel momento in cui Tobey, affascinante suo coetaneo dagli stessi principi religiosi, fa irruzione (agitando il ciuffo) nella sua vita. E nella sua vagina, purtroppo per entrambi. Durante una romantica passeggiata nel parco terminata in una bacerìa reciproca, il ragazzo osa troppo e cerca di avere un rapporto sessuale con la ragazza: quando lei si oppone, finisce per violentarla. Mai decisione fu peggiore: la vagina di lei si oppone allo stupro e trancia in due il pene di lui, che muore dissanguato poco dopo.

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Al cinema: Captain Marvel, di Anna Boden e Ryan Fleck

54756Io ho una fortuna incredibile: in un mondo che ormai inizia a stancarsi dei film sui supereroi (ho perso il conto di quante persone mi abbiano già detto di aver smesso di seguire i film della Marvel e della DC), riesco ancora a divertirmi come un bambino guardando le avventure di Iron Man e compagnia. Complice anche la tradizione, ormai da tempo consolidata, di andare a vedere tutti i film del Marvel Cinematic Universe con mio fratello, ogni nuovo capitolo del franchise diventa un piccolo evento che viene opportunamente celebrato, anche quando, come in questo caso, non si tratta esattamente della stella più brillante del firmamento. Sono sempre piuttosto diffidente nei confronti delle campagne pubblicitarie che cercano di creare il caso mediatico puntando sul fattore inclusività: il fatto di avere per la prima volta come protagonista un supereroe nero o, come nel caso di Captain Marvel, donna, non può essere l’unico punto a favore di un film, e onestamente mi sento anche un attimo manipolato, come se fossi costretto ad amarlo per non sentirmi brutto e cattivo. Ecco, guarda, non gli è piaciuto il film con il supereroe donna, misogino! Per cui ora lo dico: a me, Captain Marvel, non è piaciuto. E ora fatemi causa.

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i luoghi del cinema: Il bar di Amici Miei a Firenze

rsz_bar_necchi_2È uno dei caposaldi del periodo crepuscolare della commedia all’italiana, quando il genere che aveva spopolato in Italia (e all’estero), pur mantenendo una profonda connotazione ironica, aveva virato verso atmosfere amare e disilluse, di cui il film di Monicelli rappresenta uno degli esempi più significativi.

Chi non conosce Amici miei, l’opera che narra delle vicende dei cinque amici fiorentini interpretati da Ugo Tognazzi, Gastone Moschin, Philippe Noiret, Duilio Del Prete e Adolfo Celi?

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touch of modern: Omicidio a luci rosse, di Brian De Palma

Febbraio è stato il mese degli Oscar, ma è stato – almeno nella blogosfera – anche il mese del doppio per un’iniziativa lanciata dal blog Letture Pericolose e ripresa, tra gli altri, da nonquelmarlowe, Il Zinefilo e Cinecivetta. Sì, ok, febbraio è finito, ma qui si era impegnati con gli Oscar e comunque – come è giustamente stato fatto notare – perché non raddoppiare il mese del doppio?

Quando si pensa al tema del doppio nel mondo del cinema non può non venire in mente Hitchcock, ma anche – e forse soprattutto – non può non venire in mente Brian De Palma, uno che di Hitchcock era discepolo fedele, uno che sul tema del doppio ci ha costruito mezza carriera. Tra i film dedicati dal regista di origine italiana a questo tema non può non emergere quella che è anche una delle sue opere più interessanti, Omicidio a luci rosse.

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Al cinema: La casa di Jack, di Lars Von Trier

locandinaPAGELLA

Managing del rigor mortis: ****

tensione assassina: *****

Lars che si autocompiace: **

Versatilità del seno femminile: ***  (questa la si capisce guardando il film)

L’ultima volta che avevo visto un film di Lars (l’ottimo Lars, l’emotivamente equilibratissimo Lars) si trattava di Nymphomaniac. Quattro stramaledettissime ore in overdose di scene di sesso, violenza ricercata, musica classica, pianoforte, regia vontrierana, narratore prolisso e compagnia bella. Rigorosamente director’s cut, rigorosamente volume uno e volume 2 uno dopo l’altro. Bello? Difficile a dirsi. È come quando qualcuno su Facebook pubblica una bella foto scattata tra le macerie in Siria: non capisci se mettendo il like stai dicendo che ti piacciono le macerie, o chi le ha create, o la foto in sé, e dopotutto, le macerie belliche si possono definire artisticamente belle in qualche contesto? Lars direbbe di sì, temo. Tu, nel dubbio, non metti like ma commenti: “foto bellissima, ma quanta crudeltà”.

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