Fly Me to the Moon: #4 – L’uomo che comprò la Luna (e di come si può realmente comprare pezzi di Luna)

Gli Americani saranno anche i primi (e finora gli unici) ad averci messo piede, ma la Luna è prima di tutto proprietà di pescatori e poeti, quelli che la conoscono per davvero o che grazie ad essa tirano a campare. È il messaggio che trasmette L’uomo che comprò la Luna, secondo film di Paolo Zucca, una di quelle commedie sui generis, fuori dagli schemi, che fanno nutrire ancora qualche speranza per il cinema italiano.

Qualche considerazione va fatta, innanzitutto, sulla fortuna che questo film sta ottenendo nei cinema della penisola: uscita in sordina a inizio aprile e distribuita inizialmente (per quasi un mese) nella sola Sardegna, l’opera è giunta poi nelle principali città italiane, con una distribuzione sicuramente non capillare ma efficace. E lo dimostra il fatto che il film sia ancora proiettato sui grandi schermi a distanza di quasi tre mesi dall’uscita, grazie al più classico dei passaparola, strumento che, come sappiamo, può spesso costituire la fortuna del cinema d’autore di nicchia, quello che non può contare su budget di produzione importanti o sull’aiuto dei grandi distributori.

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Al cinema: La caduta dell’impero americano, di Denys Arcand

Le persone intelligenti non succedono (???) nella vita, comprendendone la vacuità, mentre quelle stupide possono credere nel fatto che un aspirapolvere generi la felicità, e vivere meglio. La tesi questa esposta nel prologo da PierPiero, anzi no, Pierre-Paul, a una sua quasi ex che lo guarda con gli occhi stralunati. Stacco. PP è laureato in filosofia e cita classici random, fa il fattorino e il volontario, non nega mai due spicci ai barboni, che costellano le lisce strade di Montréal siccome le margherite il prato. Durante una consegna si trova col furgone dove c’è appena stata una rapina, due cadaveri e due borsoni pieni di canadian-dollah. Rapido sguardo periferico, prende i soldi e scappa. A questo punto ha alcune decine di milioni di $, dapprima prova a metterli in un cassetto.

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Al cinema: L’uomo fedele, di Louis Garrel

In un prologo fulminante Marianne notifica ad Abel, con il quale convive, a) che è incinta; b) che lui non è il padre ma è Paul, un comune amico; c) che sposerà Paul e lui deve andarsene; d) che cresceranno i carciofi a Mimongo (no questo no). Lui non sbrocca e abbozza: AH. Sbalzo temporale, anni dopo (9), Paul è morto, al funerale Abel e Marianne si ritrovano a considerare se tornare insieme. Ma le variabili sono aumentate, perché ora abbiamo anche Eve, sorella minore di Paul, la quale è sempre stata innamorata di Abel e fa una formale dichiarazione di guerra a Marianne per conquistarlo. Nonché Joseph, figlio ottenne di M e P, che sostiene la madre sia un’avvelenatrice. Un bel casino, e dopo neanche 10 min di film. Continua a leggere “Al cinema: L’uomo fedele, di Louis Garrel”

Al cinema: Dumbo, di Tim Burton (recensione espresso)

54950Tim Burton ci riprova. Dopo il risultato quantomeno controverso del suo Alice in Wonderland, il buon Burton torna a dirigere il live-action di un classico Disney, puntando la sua attenzione, questa volta, su un film “minore” della casa del topo, quel Dumbo che a suo tempo tanta bile fece ingoiare al povero Walt. Per cui, buona la seconda? Ni; il Dumbo firmato da Tim Burton è un leggero e spensierato, sebbene molto manierato, film Disney, ma, al contrario del suo protagonista, non spicca mai davvero il volo a causa di una trama che procede in modo molto prevedibile e fiacco, nonostante il cast superbo.

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i luoghi del cinema: Il bar di Amici Miei a Firenze

rsz_bar_necchi_2È uno dei caposaldi del periodo crepuscolare della commedia all’italiana, quando il genere che aveva spopolato in Italia (e all’estero), pur mantenendo una profonda connotazione ironica, aveva virato verso atmosfere amare e disilluse, di cui il film di Monicelli rappresenta uno degli esempi più significativi.

Chi non conosce Amici miei, l’opera che narra delle vicende dei cinque amici fiorentini interpretati da Ugo Tognazzi, Gastone Moschin, Philippe Noiret, Duilio Del Prete e Adolfo Celi?

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Al cinema & Speciale Oscar 2019: Green book, di Peter Farrelly

Un nero raffinato pianista che wow e un grezzo elettore grillino dalle mani grosse e il cuore grande, in viaggio per l’America di quando i nigga li gonfiavano di botte, impareranno a conoscersi e rispettarsi e amicizia e bla. Ecco, questo è tutto il film, e lo si poteva dire dopo aver visto il trailer. E nemmeno tutto eh! Metà.

Al netto di questa mia polemica sulla prevedibilità dei film – da un lato mi sono reso conto che ormai i film che trovo belli sono quelli che un po’ di stupore lo tirano fuori, dall’altro che sono un cagacazzo, e o sto zitto sempre o ho da ridire su tutto, c’est pourquoi finisce che nessuno mi sopporta :/

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Quell’assurda decina: #5 – Piccoli omicidi, di Alan Arkin

piccoli omicidi 2La commedia fu un genere poco battuto dagli autori della New Hollywood, un po’ perché predominavano i toni disillusi e tragici del dramma, un po’ perché nell’età classica il genere aveva raggiunto vette con cui difficilmente ci si poteva confrontare. Eppure anche nella commedia sussistevano i margini per portare un po’ d’innovazione, come fece Alan Arkin adattando un’opera teatrale di Jules Feiffer, la quale, presentata a Broadway una prima volta, aveva avuto un’accoglienza a dir poco tiepida, salvo poi essere riproposta, dopo l’iniziale rigetto, in seguito al successo nei teatri d’oltreoceano.

Piccoli omicidi è una black comedy surreale e grottesca che prende di mira la società americana e la violenza nelle metropoli. Fin dall’inizio assistiamo al pestaggio (per la maggior parte fuori campo) del protagonista Alfred da parte di teppistelli che lo provocano mentre sta svolgendo il suo lavoro di fotografo (di escrementi, come si verrà a sapere in seguito).

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Quell’assurda decina: #2 – Swiss Army Man – Un Amico Multiuso, di Daniel Kwan e Daniel Scheinert

53561Il cinema indipendente riserva sempre molte sorprese, soprattutto se si cercano titoli bizzarri, surreali o, comunque, lontani dalle solite logiche di marketing della grande distribuzione hollywoodiana. Swiss Army Man non è certamente il più estremo del gruppo, ma unisce un soggetto quantomeno atipico a una messinscena tanto sontuosa quanto divertita e goliardica che lo rende un piccolo gioiello da riscoprire; non è neanche male che, per una volta, abbia fatto sembrare Daniel Radcliffe un buon attore.

Presentato al Sundance nel 2016, dove ha spiccato per singolarità e originalità, il film racconta la storia di Hank (Paul Dano), che, disperso su un’isola deserta, medita il suicidio per non morire lentamente di inedia. A salvarlo è Manny, il cadavere di un ragazzo che la risacca porta a riva e che si dimostra straordinariamente utile: manipolando il suo corpo, infatti, Hank riesce a trovare un modo per sopravvivere, mentre il suo attaccamento alla vita rianima lentamente anche Manny, che riscopre cosa significhi essere vivi.

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Al cinema: Venom, di Ruben Fleischer

54617Con il panorama cinematografico sempre più invaso da supereroi fagocitati in continuity sempre più lunghe e affollate, è rinfrescante, quasi, trovare un prodotto che non sia legato ad altre decine di film masi mantenga perfettamente in piedi da solo. Al tempo stesso, è quasi palpabile il panico dei produttori, che vedono sempre più assottigliarsi il numero di eroi di cui ancora non esiste una trasposizione filmica; in preda a delirio creativo compulsivo, ecco quindi rispolverare il personaggio di Venom, già sfruttato al cinema nel 2007 come villain del controverso Spider-Man 3 di Sam Raimi e ora protagonista di un film tutto suo. Giunti a questo punto, però, il pubblico è piuttosto smaliziato, per cui una decisione urgeva di essere presa: seguire il modello spensierato del Marvel Cinematic Universe, o aderire a quello più sofferto inaugurato l’anno scorso con Logan? La risposta sembrava ovvia, dal momento che il protagonista è un antieroe, per tacere della sua natura mostruosa, ma Ruben Fleischer ci prende tutti contropiede realizzando una commedia. Go figure.

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