Al cinema: Psicomagia – Un’arte per guarire, di Alejandro Jodorowski

Un uomo complessato perché il padre lo malmenava da piccolo viene mezzo seppellito vivo su uno scenario di colline. La testa protetta da una bolla di vetro traforata e lasciata fuori, sulla terra viva si sparge carne morta. Decine di avvoltoi arrivano al banchetto.

Alejandro Jodorowski è matto ma lo è da mo’, ora è un anziano matto e da anni si è inventato la psicomagia. La psicomagia vuole curare i traumi della vita delle persone da un binario parallelo alla psicoanalisi freudiana: come quella è basata sulla parola e sul raziocinio, la psicomagia punta forte sull’azione volta a colpire il vissuto e l’inconscio del soggetto, a risvegliare ricordi e curare delusioni seppellite nella memoria.

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Al cinema: Apollo 11, di Todd Douglas Miller

L’esperienza live, in diretta, del primo allunaggio è un privilegio che possono vantare soltanto gli ultrasessantenni, e nemmeno tutti. Quelli, cioè, che nel 1969 avevano almeno dieci anni di età e un televisore da guardare (o un vicino da cui recarsi a farlo, come si faceva un tempo).

Le sensazioni, le emozioni, le paure di chi osservava impotente uno dei più grandi eventi tecnico-scientifici della storia dell’umanità, trasmesso in mondovisione, non sono ricreabili e cominciano a svanire anche nella mente di coloro che hanno avuto la fortuna di provarle.

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Su Netflix: The Vietnam War, di Ken Burns e Lynn Novick

Chi utilizza i software di editing multimediale made in Cupertino (iPhoto, iMovie e Final Cut Pro) sicuramente avrà sentito parlare di Ken Burns, regista di documentari newyorkese il cui nome è stato associato dalla Apple ad uno dei più semplici ma suggestivi effetti di montaggio video. Il Ken Burns effect consiste nello zoomare lentamente, avanti o indietro, su una fotografia, o nello spostarsi su di essa con l’equivalente di una panoramica. Un effetto che oggi viene largamente utilizzato dai registi televisivi e dai documentaristi, e che in realtà non è stato inventato da Ken Burns, bensì soltanto da questi utilizzato intensivamente e proficuamente per i suoi documentari, tra cui la sua ultima fatica, The Vietnam War.

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contemporary stuff: Free Solo, di Jimmy Chin e Elizabeth Chai Vasarhelyi

Può un documentario rivelarsi contemporaneamente uno dei thriller più intensi mai proiettati sul grande schermo? Sì, se racconta la vita e le avventure di Alex Honnold, arrampicatore e alpinista californiano divenuto famoso a livello globale dopo aver scalato in Free Solo la parete di El Capitan, nel Parco nazionale di Yosemite, il 3 giugno del 2017.

Free Solo documenta la preparazione e il compimento di quella storica ascesa, un’impresa folle già solo per il fatto di essere potenzialmente fatale. Nel Free Solo, del resto, non c’è margine di errore. L’arrampicata avviene senza l’ausilio di corde o imbragature, con le sole scarpette e il sacchetto porta magnesite allacciato attorno alla vita.

Alcuni passaggi sono di enorme difficoltà, con le dita delle mani o le punte dei piedi che si ancorano su frammenti di roccia di pochi centimetri.

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Su Netflix: The Last Man on the Moon, di Mark Craig (recensione espresso)

In un mondo che celebra soltanto i primi, una volta tanto è bene fermarsi ad ascoltare gli ultimi, pur quando si tratta degli ultimi tra i primi.

The Last Man on the Moon è un documentario che racconta la storia dell’ultimo uomo che calpestò il suolo lunare, nel lontano 1972, a conclusione del programma Apollo, che tre anni prima aveva portato il primo uomo sul satellite terrestre. Ma se del primo tutti conosciamo il nome, difficile trovare qualcuno che sappia chi sia stato il Last Man on the Moon.

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Al cinema: Santiago, Italia, di Nanni Moretti

Io non sono imparziale.

Sono tra le poche parole che pronuncia Nanni Moretti in questo suo ultimo lungometraggio, un documentario che racconta del golpe in Cile del 1973. O, almeno, sono le poche parole che pronuncia se si escludono le domande rivolte dal regista a coloro che hanno vissuto sulla propria pelle quei drammatici eventi.

La macchina da presa, fino a quel momento impegnata ad inquadrare frontalmente gli intervistati in piano medio, si sposta perpendicolarmente mostrando il faccia a faccia – improvvisamente carico di tensione – tra il regista e un militare cileno internato in un carcere, ove sta scontando una condanna proprio per quei fatti.

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Al cinema: Funeralopolis – A Suburban Portrait, di Alessandro Redaelli

locandinaDunque. Io ero in questo cinema che attendevo di entrare, e cominciano ad arrivare punkabbestia, o non so che, ma tanto io mi metto davanti, e c’è un preciso momento in cui ho avuto l’impressione di trovarmi in prima fila solo (oh, aver gente accanto al cinema è insopportabile dai), con dietro tutte file di punkabbestia, o non so che. Il film è una specie di documentario, o non so che, il regista ha seguito per un anno e mezzo le vite di Vash(ish) e Felce.

Vash e Felce sono due rapper horrorcore, che non so cosa sia, direi una roba con barre del tipo vado a puttane/ti stupro il cane, mondo rapina/con l’eroina di Bresso, cioè no dico dai, Bresso, archetipica località dell’infinito (e infinitamente brutto) hinterland milanese (ciao a tutti quelli che leggono dall’hinterland milanese, vi si lovva), palazzoni popolari e disagio.

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Al cinema: Visages, villages, di JR e Agnès Varda

locandinapg1Ci sono una vecchia hippie, vestita arlecchinata e con un curioso caschetto bicromato, e uno che sembra Samuel dei Subsonica, paglietta hipster + occhiali da sole a celare lo sguardo, che si incontrano. Insieme, creano  un malefico ircocervo, L’HIPPIESTER! No 😦 Elencano anzi dapprincipio luoghi e modi in cui NON si incontrarono. Lei è Agnès Varda (89 yo), matriarca della nouvelle vague (sul manuale di storia del cinema Rondolino diceva che è iniziato tutto con Cléo de 5 à 7); una che montava con Resnais, tirava di coca con Godard (ahaha, no non credo) di cui comunque era best friend, e non solo JLG ma anche un sacco d’altri. Lui non canta Discoteca labirinto ma è JR (34 yo), fotografo di strada franco-tunisino che monta ritratti formato gigantografia sui muri vuoti delle città. Continua a leggere “Al cinema: Visages, villages, di JR e Agnès Varda”

Al cinema: Safari, di Ulrich Seidl

locandina1Una coppia di teutociccioni anzianotti si spalma crema sotto un sole africano, e posa di fronte all’occhio della camera. Siamo in I guess Namibia, i due fanno parte di un gruppo di turisti cacciatori, coppie, giovani, vecchi, famiglie. Pagano un botto, siamo austriaci danarosi, per essere portati dalle guide del posto in prossimità delle prede, leoni, gnu, zebre, nomi-di-bestie-che-ignoro, impala, tutto e tutti con un listino prezzi, poi prendersi tutto il tempo che serve per mirare e PAM! Da vicino si seguono le fasi della caccia, varie battute, il rituale dei complimenti dopo e della messinscena del cadavere dell’animale, la testa alzata e rivolta all’obiettivo per la foto ricordo insieme al sorriso dell’uccisore.

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