contemporary stuff: L’imbalsamatore, di Matteo Garrone

Quarto lungometraggio di Matteo Garrone, L’imbalsamatore lancia definitivamente il regista romano nel panorama dei giovani su cui il cinema italiano è disposto a scommettere. Un’apertura di credito che Garrone saprà sfruttare alla grande, diventando in pochi anni uno dei cineasti di punta del cinema italiano del nuovo millennio.

La storia dell’imbalsamatore Peppino Profeta si ispira a una vicenda di cronaca sceneggiata dallo stesso regista con Ugo Chiti e Massimo Gaudioso. Una storia di degradante quotidianità in un contesto di disagio quale quello in cui vive il nano imbalsamatore Peppino, le cui tendenze omosessuali vengono a galla quando conosce il giovane e affascinante Valerio, che crede di aver trovato il modo di sbarcare il lunario con un lavoro che lo appassiona, ma non si avvede (o finge di non avvedersi) delle attenzioni che gli riserva il suo maestro e datore di lavoro.

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Al cinema: Memorie di un assassino, di Bong Joon-ho

Parasite ha vinto, e questo fatto che tutti ora parlino di film coreani è molto, molto cool. E si elettrizzano per i momenti di iperviolenza, ma quanto sono pucci? Grazie a Hollywood che, per una convenienza sua che evidentemente prima non c’era, ha premiato il film di Bong Joon-ho, e tralasciamo il fatto che il cinema coreano spacca il culo a tutti dagli anni 2000 e io è almeno da Primavera estate autunno inverno… e ancora primavera che propongo (la proposta non ha mai varcato la soglia di camera mia) di deviare tutti i soldi del cinema italiano al cinema sudcoreano. Tra l’altro, ho trovato il modo di saper pronunciare il nome di questo regista, e fare la figura dei fighi negli ambienti trendy e/o radical chic, basta pensare che si sta dicendo “buongiorno!” BONG JOON-HO, KAFFE’’?!?1’1?

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Al cinema: Jojo Rabbit, di Taika Waititi

[Attenzione: spoiler diffusi]

Si apre e si chiude con due anacronismi musicali Jojo Rabbit. Si comincia con i Beatles e Komm, gib mir deine Hand versione in lingua tedesca di I Want to Hold Your Hand, cantata dagli stessi Fab Four. E già siamo dalle parti della trovata geniale, perché il pezzo – che nella versione in studio è stato inserito nella raccolta Past Masters – viene presentato in una registrazione live, con tanto di grida forsennate dei fan, mentre scorrono sullo sfondo le immagini di repertorio dei comizi hitleriani davanti a folle di componenti della Hitler-Jugend, la gioventù hitleriana. Accostare raduni nazisti e beatlesmania, due diverse – ma simili – espressioni di una manifestazione oceanica del consenso, è il primo escamotage degno di nota di un Taika Waititi che dopo la parentesi cinecomic di Thor: Ragnarok torna alla regia con un’opera liberamente tratta dal romanzo Come semi d’autunno di Christine Leunens.

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Al cinema: Sorry We Missed You, di Ken Loach

Ennesimo film #maiunagioia di un allegro inverno – l’altro è A marriage story, il film che sto sconsigliando di vedere a tutte le persone accoppiate: incluso il protagonista Ricky, roscio molto this is England, che dopo anni di lavori nell’edilizia e sulla scia della crisi del 2008 si butta nella gig economy, chiede alla moglie Abby di vendere la macchina per poter comprare un furgone ed entrare nel rutilante mondo dei corrieri Amazon, dove ognuno è come se lavorasse in proprio; nel senso che tutti i cazzi sono suoi ma ha comunque qualcuno dall’alto (il capo spesso e cattivo del magazzino di spedizioni e l’onnipresente scanner elettronico) che regolano la sua vita. A te i rischi, a noi il guadagno. Amazon non è ovviamente citata. Abby fa l’infermiera a ore, in giro per tutta la giornata a ripulire/aiutare vecchi e disabili, a cui vuole anche un po’ di bene. Che in questo mondo qua mh, signò, non so se sia consentito. Abbiamo due figli, Seb, bravo ragazzo ma very stupido (del resto già il padre non è una cima), appassionato di bigiare scuola e graffiti, e Liza Jane, 11 anni. Genio. Per me la famiglia doveva riunirsi, e poi far decidere tutto a lei, che è l’unica sensata. Pure sulla Brexit, doveva votare solo lei. Io con Liza Jane ho pianto.

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Al cinema: Dio è donna e si chiama Petrunya, di Teona Strugar Mitevska

Petrunya è una trentaduenne macedone di Štip, ragazzona in carne, avvezza alle lunghe dormite e priva di legami sentimentali. Vive coi genitori e non ha un lavoro. Nemmeno l’intercessione di amici e parenti riesce a farle superare questa sua condizione di disoccupata di lungo corso: ha una laurea in storia, non ha esperienza e, soprattutto, non è abbastanza attraente da farsi desiderare dal capetto di turno, disposto – solo previo ottenimento delle grazie delle candidate – a concedere posti da segretaria in una fabbrica tessile non molto dissimile da una manifattura di Changzhou.

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Al cinema: La vita invisibile di Euridice Gusmao, di Karim Aïnouz

C’è una foresta con delle foglie grosse e verdi così, Cristo di Rio (ahah che sembra una bestemmiahah) clorofilla dappertutto, e una tempesta in arrivo. Euridice e Guida (che però, per amor di portoghesità, chiameremo Euridis e Ghida) sono due sorelle Avere 20 anni che tornano a casa, si perdo(na)no e richiamano. Figlie di famiglia conservatrice, che ruota intorno ai baffi del padre panettiere – in una società se una persona sola ha i baffi è stile, se ce li hanno tutti è bigottismo – la prima sogna di diventare pianista a Vienna, la seconda di bombare tantissimo. Sembrano entrambi sogni legittimi. Il problema è che sei donna negli anni ‘50: una sera, coperta da Euridis, Ghida esce con una marinaio greco, che la prende e se la porta in Grecia per sposarla. Ok, le avremmo potuto dire tutti quanto geniale un’idea non fosse. Torna l’anno dopo incinta e il padre, che nel frattempo ha fatto sposare quella rimasta con un raccapricciante omuncolo medioborghese, la caccia di casa e le dice che Eu è partita per l’Austria.

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Al cinema: Martin Eden, di Pietro Marcello

Locandina Martin EdenFresco fresco di premio alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove si è portato a casa la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile, è da qualche giorno nelle nostre sale Martin Eden, film di Pietro Marcello liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Jack London. Ammetto che la curiosità non era tantissima e che sono andato a vederlo solo in seguito al premio vinto da Luca Marinelli, ma mi sono trovato di fronte a un buon film, solido e interessante, che ti consiglio di recuperare assolutamente. Nel frattempo, lasciando le polemiche sterili e assurde ad altri, ti dico la mia.

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Al cinema: Il re leone, di Jon Favreau

Cominciamo con qualche numero, visto che questi sono film che escono essenzialmente per fare numeri e dato che su queste pagine abbiamo da sempre un occhio attento al box office (perché non bisogna dimenticare che i soldi sono ciò che tiene a galla l’industria del cinema):

– quasi 3 milioni e 100 mila euro nella giornata d’esordio, il che vuol dire che Il re leone può vantare il quarto miglior esordio nella storia dei botteghini italiani, dietro a Quo Vado? (1.01.2016 – 7,3 milioni), Avengers: Endgame (24.04.2019 – 5,4 milioni) e Harry Potter e i doni della morte – Parte 2 (13.07.2011 – 3,2 milioni); un risultato straordinario, se si conta che i primi due della lista sono usciti in giornate festive o prefestive – e comunque non d’estate; giusto per capire la portata di questo esordio, Il re leone ha fatto meglio pure di Avengers: Infinity War, uscito il 25.04.2018 (un festivo, e non era agosto);

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contemporary stuff: Il Traditore, di Marco Bellocchio

locandinaIo non amo i film sulla mafia, non perché pensi che non siano importanti, ma semplicemente perché mi fanno stare male. Sono storie che hanno il potere di accendere tutta la rabbia e l’odio che c’è in me, e che mi portano a pensare che una soluzione in stile Dexter non sarebbe poi così male come idea. Sono però storie fondamentali, che è necessario conoscere, soprattutto in un Paese come il nostro in cui anche, e soprattutto, la storia recente è spesso sconosciuta e ignorata, trascurando in modo imperdonabile eventi e personaggi che ancora oggi gettano la loro ombra sull’attualità, la cronaca e, purtroppo, la politica italiana. Questo è già un merito che Bellocchio deve vedersi riconosciuto parlando di Il Traditore, al quale si aggiungono, ovviamente, i pregi inconfutabili di un film bellissimo, tecnicamente impeccabile e impreziosito da un’interpretazione perfetta da parte della sua star.

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