Al cinema: Il prigioniero coreano, di Kim Ki-Duk

locandinaInaspettatamente vira Kim (è bello perché si chiamano quasi tutti Kim ❤ ) al politico, entrando con una storia andata-ritorno nella querelle coreana nord-sud. Che per loro resta ferita insanabile e aperta, per noi fonte inesauribile di folklore ed episodi grotteschi – tra i miei preferiti quello del nonno del dittatore di ora, che girava sempre su tre treni, sai mai, metti che qualcuno volesse fare un attentato – a forgiare una vera e propria mitologia. Un tipo si sveglia e si sbatte la moglie. Già è mattina, e c’è Kim (Jon, non Ki. Cioè, Un, non Duk, e così via) appeso al muro, il tipo esce, mostra la licenza di pesca a due sentinelle e prende il mare (fiume?).

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Al cinema: L’Isola dei Cani, di Wes Anderson

isola_cani_locWes Anderson è arrabbiato. Ma non irritato, proprio furioso come una pantera e pronto a fare del male fisico, se ne avesse la possibilità. Per fortuna, però, è un artista, e riesce a incanalare in modo costruttivo questa animosità nel suo lavoro, producendo un film altrettanto arrabbiato e disilluso che segna un notevole passo avanti all’interno del suo già notevole personale percorso artistico. L’Isola dei Cani (Isle of Dogs) allarga enormemente lo sguardo del regista, che si allontana dai microcosmi disfunzionali che aveva messo in scena nelle sue opere precedenti per parlare di un mondo globale che va alla deriva attraverso una fiaba.

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Speciale Russia: Jolly Fellows, di Felix Mikhailov

la-locandina-di-jolly-fellows-163444_jpg_191x283_crop_q85La Russia è un Paese ancora fortemente antiliberale, per quanto riguarda l’omosessualità. Questo è un dato da tenere sempre a mente parlando di Jolly Fellows, il film del 2009 scritto e diretto da Felix Mikhailov che tratta l’argomento, ancora controverso in patria, del travestitismo e della fluidità dell’identità sessuale intesa come un divenire costante e uno spettro di possibilità. Mikhailov prese ispirazione, per il suo film, dai racconti di vere drag queen che si esibivano in un night club: rielaborando le storie che gli erano state raccontate, Mikhailov diede forma a un mosaico di vite apparentemente discontinuo ma decisamente coerente e narrativamente molto solido, realizzando non solo un buon film, ma anche una sonora denuncia contro una società che ancora marginalizza e discrimina le persone sulla base del loro orientamento sessuale. Forse proprio per questo motivo l’opera richiese così tanto tempo per essere realizzata: i film a tema LGBT sono prodotti ancora molto raramente in Russia, e Mikhailov impiegò dieci anni per portare a termine il suo progetto. La cosa inquietante, è che in questo lasso di tempo la sua storia non è invecchiata affatto. Continua a leggere “Speciale Russia: Jolly Fellows, di Felix Mikhailov”

Al cinema: Insyriated, di Philippe Van Leeuw

insyriatedI film di guerra civile sono ansiolacrimogeni, perché non sai mai cosa può capitare e chi siano i cattivi, e se stanno per sparare a tutti i personaggi a cui ti sei appena affezionato o sta per cascargli una bomba in testa. Giustappunto, insyriated starebbe per “conficcati in Siria”, come conficcata è la famiglia di, uhm, ehm, boh, chiamiamola Mam. In un appartamento boh uhm ehm anzi, facciamo che è la città di Bohuhmehm in Siria (testè inventata ma non è dai così inverosimile) si trova la famiglia di Mam, lei, tre figli, un nonno e la domestica. Più la recente sposa con bebè dell’appartamento del piano di sopra, colpito da una bomba, più il fida (yo!) di una figlia. Il film è su 24h nell’appartamento. E meno male, perché fuori è uno schifo, i cecchini uccidono la gente per strada e ogni tanto piovono bombe e smitragliate lontane e vicine. Continua a leggere “Al cinema: Insyriated, di Philippe Van Leeuw”

Lo scrigno: America, America, dove vai?, di Haskell Wexler

medium cool 1Haskell Wexler è sicuramente più noto come direttore della fotografia che come regista. Nel ruolo di cinematographer vinse infatti due Oscar, uno per Chi ha paura di Virginia Woolf? nel 1967, l’altro per Questa terra è la mia terra, dieci anni dopo. Ha inoltre curato le lenti di un capolavoro come Qualcuno volò sul nido del cuculo e ha collaborato anche a un altro lungometraggio premiato con l’Oscar alla fotografia, I giorni del cielo di Terrence Malick. Nel 1968 Wexler decide di cimentarsi con la regia di un film a soggetto, su una sceneggiatura scritta di suo pugno. Ne esce fuori questo Medium Cool, scandalosamente dimenticato in Italia, tanto da non aver avuto – a quanto mi risulta – una distribuzione in home video (quando in America la Criterion ne ha recentemente fatto un’edizione deluxe in blu-ray). E siccome la nostra rubrica Lo scrigno punta proprio a rimediare a queste nefandezze distributive, ecco perché oggi vi parliamo di questo film, che merita di essere salvato dall’oblio.

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Al cinema: Quello che non so di lei, di Roman Polanski

53905Chiunque abbia mai provato a dare forma e sostanza a un’idea mettendola su carta sa quanto possa essere angosciante quella piccola linea verticale che lampeggia in cima a un pagina impietosamente bianca. Il lavoro dell’artista, del demiurgo che cerca di dare vita a un mondo a partire da una propria visione, è al centro di infiniti racconti al cinema e nella letteratura, in una tradizione narrativa e introspettiva che dimostra una continua vitalità fuori dal comune in un mondo dove ogni idea sembra immediatamente già vecchia e usurata, dimostrando il fascino generato da un mistero, quello del processo creativo, che molti autori, prima o poi, finiscono per affrontare: a questo giro tocca a Roman Polanski con Quello Che Non So Di Lei, un complesso dramma che prende le mosse proprio da un’atroce sindrome da blocco dello scrittore.

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Al cinema: Ore 15:17 – Attacco al treno, di Clint Eastwood

ore 15 eastwood 1A memoria, credo che questo sia l’unico caso di un film per cui io possa dire che se fossi entrato al cinema un’ora dopo l’inizio della proiezione non avrei potuto che trarne giovamento.

Ma del resto bisognava capirlo fin dal titolo: Ore 15:17 – Attacco al treno. Una pellicola che narra di un attentato terroristico a un treno, sventato da gente che era lì per caso. Il problema è: si può costruire un film da (almeno) un’ora e mezza su un episodio simile? Per darsi una risposta bisogna vedere l’opera di Eastwood e tale risposta non può che essere: no, non si può. O almeno non si può nella maniera scelta dal regista.

Ma andiamo con ordine e ripartiamo proprio dal titolo, che lascia aperta un’ulteriore perplessità.

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Al cinema & Speciale Oscar 2018: Il filo nascosto, di Paul Thomas Anderson

il filo nascosto 1Per un’ora sembra quasi che lo spirito di James Ivory si sia impossessato di Paul Thomas Anderson, che decide di ambientare il suo ottavo lungometraggio in una Londra anni Cinquanta asettica e alto borghese, una comfort zone atipica e spiazzante. Poi il nostro esce alla scoperta, poco alla volta, in un climax totalmente controllato, che a tratti lascia credere di essere di fronte al più sofisticato dei sentimental thriller, o forse alla più cinica e raffinata storia d’amore di taglio classico. O forse ad entrambe le cose.

Se Shakespeare fosse vissuto ai nostri tempi (sempre che sia mai esistito) avrebbe probabilmente scritto una sceneggiatura come quella di Phantom Thread.

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Al cinema & Speciale Oscar 2018: Chiamami col tuo nome, di Luca Guadagnino

locandinaGaebrey! Stare lì a grattarsi la panza, ma con costanza, e ad aspettare che Mafalda ci porti l‘orzata, questa è l’estate di Elio&family, una non molto simpa famiglia di ebrei italoamericani nella loro villa decadente nei pressi di Crema, “da qualche parte nel nord Italia”. 1983, il padre professore di archeologia ogni estate accoglie uno studente jewish americano a finire la tesi or whatever. Arriva praticamente Capitan America, nella persona di Oliver, grande grosso ciula e balosso. No vabbè, Oliver è un figo, è intelligente, ha delle braghette corte proprio 80s e Elio gli deve cedere la stanza.

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