Al cinema: Una Giusta Causa, di Mimi Leder

54961Come tutti gli anni, anche questa volta ho approfittato dei CinemaDays, e, come tutti gli anni, grazie al prezzo ridotto all’osso mi sono buttato a vedere cose che altrimenti avrei considerato con interesse ma rimandato a un futuro indefinito. Ho visto così il sorprendente Captive State e, soprattutto, Una Giusta Causa, del quale non sapevo nulla e che mi ha invece molto favorevolmente colpito, soprattutto grazie alla sua protagonista, Felicity Jones, della quale ho deciso di recuperare tutto. D’altronde l’estate si avvicina, e a cos’altro servono le lunghe giornate di sole?

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Al cinema: Dolceroma, di Fabio Resinaro

In questo cinema, un pomeriggio di un giorno feriale, ci siamo io e la corte dei miracoli, anzi evidentemente ne faccio parte. Serio, gente con delle grinte che forse nemmeno trovi nei cinema porno. Siamo in 7. Di questi, 3 abbandoneranno la sala prima della fine.

Il film parte con un flash avantendietro, la voce narrante è del protagonista, Andrea, scrittore spiantato che come vita fa il pulitore di morti all’obitorio, sognando il momento in cui potrà essere non solo protagonista ma artefice/manipolatore delle vite degli altri. Il momento sembra arrivare quando Oscar Martello (nientepopodimeno che Luca Barbareschi, produttore sia nella finzione che del film di essa fuori), un produttore della casa di produzione Incudine (sic) lo chiama a Roma per girare un libro dal suo film. Ehm. Forse il contrario.

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Al cinema: Dumbo, di Tim Burton (recensione espresso)

54950Tim Burton ci riprova. Dopo il risultato quantomeno controverso del suo Alice in Wonderland, il buon Burton torna a dirigere il live-action di un classico Disney, puntando la sua attenzione, questa volta, su un film “minore” della casa del topo, quel Dumbo che a suo tempo tanta bile fece ingoiare al povero Walt. Per cui, buona la seconda? Ni; il Dumbo firmato da Tim Burton è un leggero e spensierato, sebbene molto manierato, film Disney, ma, al contrario del suo protagonista, non spicca mai davvero il volo a causa di una trama che procede in modo molto prevedibile e fiacco, nonostante il cast superbo.

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Al cinema: Sofia, di Meryem Benm’Barek

All’ingresso della sala mi chiedono se so che il film è in lingua originale. Capisco il loro scrupolo, rispondo “Meglio!”, vorrei comunque cinema dove piuttosto la cassiera si scusa perché il film NON è in lingua originale. Passano 30 secondi di film prima che Sofia, durante una cena in cui genitori e zii parlano di un investimento TBD, si renda conto che le si sono appena rotte le acque e di essere incinta (negazione di gravidanza). E a quel punto salta su Pozzetto a dire “Ellamadonna!”. Invece no, perché siamo a Casablanca e la cugina Lena la porta in ospedale. Però però col cazzo che puoi partorire in Marocco se non c’è il padre, e i rapporti fuori dal matrimonio sono punibili col carcere. Trafila burocratica, ti facciamo partorire ma deve saltar fuori il padre. Sofia ha vent’anni e della famiglia è il brutto anatroccolo – anche perché con tutto quel che le succede tiene due occhiaie tante per tutto il film.

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Al cinema: Captain Marvel, di Anna Boden e Ryan Fleck

54756Io ho una fortuna incredibile: in un mondo che ormai inizia a stancarsi dei film sui supereroi (ho perso il conto di quante persone mi abbiano già detto di aver smesso di seguire i film della Marvel e della DC), riesco ancora a divertirmi come un bambino guardando le avventure di Iron Man e compagnia. Complice anche la tradizione, ormai da tempo consolidata, di andare a vedere tutti i film del Marvel Cinematic Universe con mio fratello, ogni nuovo capitolo del franchise diventa un piccolo evento che viene opportunamente celebrato, anche quando, come in questo caso, non si tratta esattamente della stella più brillante del firmamento. Sono sempre piuttosto diffidente nei confronti delle campagne pubblicitarie che cercano di creare il caso mediatico puntando sul fattore inclusività: il fatto di avere per la prima volta come protagonista un supereroe nero o, come nel caso di Captain Marvel, donna, non può essere l’unico punto a favore di un film, e onestamente mi sento anche un attimo manipolato, come se fossi costretto ad amarlo per non sentirmi brutto e cattivo. Ecco, guarda, non gli è piaciuto il film con il supereroe donna, misogino! Per cui ora lo dico: a me, Captain Marvel, non è piaciuto. E ora fatemi causa.

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contemporary stuff: Lazzaro Felice, di Alice Rohrwacher

Lazzaro-felice_Locandina-300x421Ormai ti ho già parlato infinite volte della scarsa lungimiranza che mi affligge e che mi porta a ignorare bellamente quelli che si rivelano poi essere dei grandi film. Mi è accaduta la stessa cosa anche con Lazzaro Felice: ci ho ronzato intorno per un po’, mi sono ripetuto un sacco di volte che dovevo vederlo, e poi l’ho lasciato andare senza mai preoccuparmi di recuperarlo. Per fortuna ci sono i premi, e dal momento che il film è candidato, tra le altre cose, come Miglior film ai David di Donatello 2019, ho deciso che era il momento di guardarlo. E finalmente, direi, perché Lazzaro Felice è un ottimo film di cui andare fieri.

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Al cinema & Speciale Oscar 2019: Cold war, di Paweł Pawlikowski

Siamo in Polonia, nel 1949, e per terra c’è un sacco di fango ciac ciac. Il che già è tutto diverso dal trailer, insopportabile, con due tizi in abito da sera, lui che suona il piano e lei che canta, su basi jazz, ma languidamente. Ma è un processo, ci si arriva. Nel fango e nella pauta (sì, la PAUTA!) un direttore di coro sta cercando… il coro, letteralmente. Stanno mettendo insieme un gruppo folcloristico di giuovani che balli e canti le arie contadine. Fanno audizioni. Il  direttore è Wiktor, ha l’aria malinconica.

Nel coro entra Zula, una bella topa di cui si capisce e si dice che già tutti si innamorano. Partono le camporelle tra Wiktor e Zula, lei gli confessa che lo deve spiare (si sottende che Wiktor sia comunista, ma per chi sta sopra not enough). Il coro intanto è diventato una macchina da propaganda (probabilmente una Trabant), costretto a inframmezzare i canti di campagna a quelli sul grande leader Stalin, coi baffoni sullo sfondo.

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Al cinema & Speciale Oscar 2019: Green book, di Peter Farrelly

Un nero raffinato pianista che wow e un grezzo elettore grillino dalle mani grosse e il cuore grande, in viaggio per l’America di quando i nigga li gonfiavano di botte, impareranno a conoscersi e rispettarsi e amicizia e bla. Ecco, questo è tutto il film, e lo si poteva dire dopo aver visto il trailer. E nemmeno tutto eh! Metà.

Al netto di questa mia polemica sulla prevedibilità dei film – da un lato mi sono reso conto che ormai i film che trovo belli sono quelli che un po’ di stupore lo tirano fuori, dall’altro che sono un cagacazzo, e o sto zitto sempre o ho da ridire su tutto, c’est pourquoi finisce che nessuno mi sopporta :/

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Al cinema & Speciale Oscar 2019: Roma, di Alfonso Cuarón

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PAGELLA

Bianco e nero: ****

Qualità media del maschio adulto: **

Importanza dell’acqua: ****

Ricerca dell’Oscar alla regia: *******

In notevole ritardo sulla tabella di marcia cinematografica, sono andata a vedere Roma di Alfonso Cuarón.

Ora, al di là del fatto che ci ho messo 2 ore di film e un giro su Wikipedia a capire perché il film si intitola Roma (ve la facilito: è il nome del quartiere dove vive la famiglia protagonista), per il resto non staremo a discutere del fatto che ci sono ottime possibilità che Cuarón vinca come Miglior Film, nonché la semi-certezza che vinca come Miglior Film Straniero.

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