Speciale Venezia 75: Hana-bi – Fiori di fuoco, di Takeshi Kitano

hanabiA me invece piace pensare ai fiori di fuoco come ai fori che sbocciano dai corpi al contatto col colpo di pistola – ti farò male più di un colpo di pistola. Ma visto che ci sono altre 8 interpretazioni più sensate, non è così (non nelle prime 8 posizioni, at least). I fuochi d’artificio, che accesi non scoppiano ma poi non dovrebbero e scoppiano, e accendono un fiore nel cielo. Nishi-san è un classico Violent Cop. Salta il turno a un appostamento, per andare in ospedale a trovare la moglie malata. Scopre che ha la leucemia, spacciata. Peu après, gli dicono che Horibe, il collega di turno al posto suo, è stato colpito (–> finirà in sedia a rotelle), e un altro e un altro, uno morto e uno no. Belin, che giornata di merda.

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oldies but goldies: Che fine ha fatto Baby Jane?, di Robert Aldrich

Che-fine-ha-fatto-Baby-Jane-Bette-Davis 3Il 9 agosto di cento anni fa nasceva a Cranston, Rhode Island, Robert Aldrich. Un regista che raggiunse l’apice della carriera nella Hollywood degli anni Cinquanta e Sessanta, quando diresse la maggior parte dei suoi film più celebri. Dopo aver esordito col western, Aldrich esplorò gli altri generi cinematografici, passando al noir, al war movie e al drammatico. I suoi film più conosciuti sono sicuramente Che fine ha fatto Baby Jane?, del 1962, e il cult antimilitarista Quella sporca dozzina, uscito cinque anni dopo. Di quest’ultimo hanno parlato in maniera oltremodo esaustiva i colleghi de Il Zinefilo, ove è stato presentato un eccellente articolo che ripercorre le influenze sul soggetto di The Dirty Dozen, e de La Bara Volante, con una recensione che se non può essere considerata quella definitiva poco ci manca.

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Speciale Venezia 75: Gloria – Una Notte d’Estate, di John Cassavetes

immIl decennio più pop della nostra storia moderna si inaugura, alla Mostra di Venezia, con la premiazione di un film decisamente particolare, diviso tra l’intrattenimento e il prodotto autoriale, tra la commedia e il dramma di denuncia. John Cassavetes dirige per l’ennesima volta la moglie Gena Rowlands in un buddie movie sui generis, con una coppia assolutamente disfunzionale costretta a fuggire rocambolescamente tra le vie di una New York malfamata e ben lontana dallo splendore del sogno americano; un soggetto non troppo originale, in realtà, ma trattato in modo tale da rendere Gloria – Una Notte d’Estate una storia ancora fresca e interessante grazie alla brillante sceneggiatura e all’atmosfera divisa tra un disincantato realismo e un fiabesco di stampo quasi disneyano.

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Al cinema: Il sacrificio del cervo sacro, di Yorgos Lanthimos

locandinapg1C’è Colin Farrell con la barba briz, Steven, cardiochirugo ganzo. Si incontra, non si capisce perché, con un pischello con la faccia strana e butterata, Martin, il nasone; gli regala cose, per cui all’inizio è tipo “ah beh ma se lo inchiappetta. Bleah, ma ha 16 anni”; ma è una falsa pista, Martin è il figlio di un paziente morto a Steven. Il quale, vero dottore, ha i cashes, il macchinone, il villone e la famiglia perfetta, la Kidman come moglie e due figli perfeccheduecoglioni; Bob e Kim. Martin cerca di convincere Steven a sbattersi sua madre (che è Alicia Silvestone ma vecchia!), gli guarda i peli delle ascelle e altre cose da weirdo così. Again, non si sa perché, viene invitato a casa dei Perfetti, dove la Kim si innamora di lui.

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Speciale Venezia 75: Ordet – La parola, di Carl Theodor Dreyer

ordet 1È un cinema d’altri tempi quello di Carl Theodor Dreyer, un cinema che oggi può apparire vetusto e superato, ma che conserva interamente il suo fascino. Dreyer raggiunse l’apice della sua carriera durante il periodo del muto, quando era ancora relativamente giovane. La passione di Giovanna d’Arco è pressoché unanimemente ritenuto il suo capolavoro, ma non mancano –dopo il passaggio al sonoro– alcuni grandissimi film come Vampyr, Dies Irae e questo Ordet – La parola, penultima opera del Maestro danese, vincitrice del Golden Globe per il miglior film straniero e del Leone d’oro a Venezia, seconda tra le opere da noi selezionate per lo Speciale Venezia 75 – I migliori Leoni d’Oro.

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Speciale Venezia 75: Rashomon, di Akira Kurosawa

locandinaUn uomo ucciso, e ben quattro versioni diverse della verità riportate di seconda mano da due uomini sconvolti intorno a un fuoco improvvisato mentre infuria la tempesta. Su questo scheletro, Akira Kurosawa costruisce Rashomon, una lucida riflessione sulla verità e la fiducia riposta nell’essere umano, in un’alternanza di nichilismo e speranza che, come la storia raccontata, non fornisce risposte definitive. Può un singolo atto di carità assolvere un essere umano? O, al contrario, a che punto la dannazione dell’uomo risulta irreversibile e l’umanità impossibile, e immeritevole, di essere salvata?

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Confronti: La notte del giudizio 1, 2 e 3 (e oggi esce il quarto)

la notte del giudizio 07Oggi esce nei cinema italiani il quarto capitolo della serie di The Purge, un prequel intitolato La prima notte del giudizio. In molti ricorderanno la curiosità destata dai primi tre film quando uscirono nelle sale negli anni scorsi, soprattutto il primo, che sviluppava un’idea a suo modo originale. Ci sono quei registi che costruiscono il proprio successo (e una carriera) anche soltanto su una buona idea, e James DeMonaco è uno di questi, dato che nel suo passato (prevalentemente) di sceneggiatore non aveva portato a casa grandi risultati.

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Top 20 fantascienza (n.2)

fanta 12Se sei qui a leggere probabilmente hai anche tu un blog sul quale scrivi, per cui ti domando: non ti viene mai l’ansia quando devi parlare di qualche mostro sacro davanti al quale ti senti ancora in fasce? Magari hai fatto i compiti e sai tutto dell’argomento, ma appena ti siedi davanti al computer e appoggi le dita alla tastiera… vuoto. Ti senti un po’ come Leopardi davanti alla siepe che gli copre la vista sull’orizzonte. Come Dante di fronte all’Amor che move il Sole e l’altre stelle. Che poi, ti piacerebbe essere come Leopardi e Dante, eh? Ma non è questo il punto. Il punto è che alla fine qualcosa ti devi spremere fuori, possibilmente qualcosa di buono. Il risultato, è quello che segue.

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touch of modern: L’ultimo spettacolo, di Peter Bogdanovich

ben johnsonCi sono attori che rappresentano la quintessenza di un cinema che ormai non esiste più, fatto di volti segnati dal tempo e intrisi di umana dignità.

A cinquant’anni di età Ben Johnson prendeva parte ad una pietra miliare del genere western come Il mucchio selvaggio e il suo viso era quello di un autentico protagonista dell’epoca della frontiera. A vederlo, gli avresti dato almeno dieci anni in più, non come quei cinquantenni di oggi che arrivano a quell’età da fighetti imbalsamati e ritoccati. Una generazione, quella di Johnson, oggigiorno (ahimé) per lo più dimenticata. Di quelli che facevano la gavetta e che si conquistavano il posto a suon di cadute da cavallo e giornate passate sotto il sole cocente.

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