Al cinema: La vita nascosta – Hidden Life, di Terrence Malick

Siamo in Austria, in una valle – in una valle? Sul lato di una valle dove forse fanno lo yodle, e ci sono prati prati verdi verdi e grano grano, ma tutto diagonale così \ per cui già ti immagini gli abitanti di questo villaggio abbarbicato alla montagna che la metà delle loro cose, quasiasi cosa, se la perdono appena gli cade perché rotola a fondo valle. L’inizio è assai tipico dei film di Terenzio Malick, o anzi della sua concezione dell’amore: lui e lei come dei grulli si inseguono lanciando ridolini nei prati, figlie varie e bionde spuntano intorno come dei funghi – c’è di buono che almeno qui i protagonisti non sono dei figoni assurdi con vite misere e infelici, ho appena visto il terribile e fastidioso To the wonder, non riesco a liberarmene.

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NON Al cinema ma in streaming: Favolacce, dei fratelli D’Innocenzo

Enorme si fa una fatica, di questi tempi di non uscite cinematografiche, a trovare qualcosa di diverso dalla commedia italiana, o dal film blockbuster che mi ero bucato al cinema. Per cui, e per la prima volta perché sono tirchio, ho dato ben 8 sacchi alla sala e al film dei fratelli D’Innocenzo uscito in streaming saltando la sala. Sono abituato ad andare al cinema a circa 4, per cui 8 per un film in streaming è iperspazio. Ma sosteniamo blabla.

Siamo in un luogo dell’anima (molle) del Paese, Spinaceto, che se ho ben capito esiste, ma un po’ non esiste perché è ovunque e da nessuna parte, periferia di Roma. Del tipo ahò, ma non proprio burini. Compariva tra l’altro in Caro diario. In questa sorta di microcosmo, scaturito dalla rigorosa disposizione delle villette a schiera, si susseguono alla rinfusa le storie di tre famiglie, più qualche personaggio satellite.

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contemporary stuff: Castaway On The Moon, di Hae-jun Lee

Oh, anche qui, si chiamano tutti Kim. Kome non adorare i Koreani. In principio, Kim è uno sfighimpiegato, vagamente s’intende che ha perso il lavoro impettito e la tipa l’ha lasciato, insomma, una giornata di merda. Siamo a Seul, che dev’essere un bel posto sotto certi punti ma sotto altri no: Kim sale su un ponte sul fiume Han e si butta. Malheureusement, o per fortuna, visto che non son passati 5 min, non muore, e si risveglia tempo dopo su una spiaggia. La corrente lo ha trascinato su di un isolotto disabitato e incolto, cui poggia uno degli altissimi piloni di un ponte. Come un naufrago nell’oceano, ma a mezzo chilometro dalla civiltà, pur non potendola raggiungere. Ovviamente il cellulare è scarico e lui non sa nuotare. Mi impicco alla cravatta? Poi ci ripensa, e comincia a mangiare funghi. Per settimane mangia funghi, e ci ripensa. Inizia a trasmutare, dal civile al naturale: non si sta poi così male, quaggiù. Il fiume porta mille violini suonati dal vento, e regali di spazzatura riutilizzabili, tra cui una barchetta a forma di papero sorridente, da trasformare in giaciglio. Nella solitudine ritrova il piacere delle cose piccole e blabla, e decide di piantare del grano per ottenere della farina per cucinare dei noodles. Dove trovare i semi per il grano se non nel guano degli uccelli? E così via, sempre più Robinson C, con all’orizzonte lo skyline della città. Sì ok, i palazzi, i vetri e tutto, ma stammi lontano.

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touch of modern: Blow-Up, di Michelangelo Antonioni

Londra metà anni sessanta. Thomas (David Hemmings) è un apprezzato fotografo di moda, dal carattere scorbutico, che ha successo con le donne e gira la metropoli a bordo della sua Rolls Royce decapottabile alla ricerca di scoop e affari.

Tuttavia, non è del tutto soddisfatto della vita che conduce, ha la sensazione che la città non gli fornisca quegli stimoli necessari al suo lavoro, insoddisfazione che manifesta al suo amico Ron (Peter Bowles) durante un pranzo nel ristorante El Blason di Chelsea.

E in questo vagabondare inquieto alla ricerca d’ispirazione, Thomas giunge in un parco della periferia, dove nota una coppia di amanti. Preso dall’ispirazione, di nascosto scatta loro delle foto, ma la donna, Jane (Vanessa Redgrave), si accorge della sua presenza, lo avvicina e gli chiede di avere il rullino.

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contemporary stuff: L’imbalsamatore, di Matteo Garrone

Quarto lungometraggio di Matteo Garrone, L’imbalsamatore lancia definitivamente il regista romano nel panorama dei giovani su cui il cinema italiano è disposto a scommettere. Un’apertura di credito che Garrone saprà sfruttare alla grande, diventando in pochi anni uno dei cineasti di punta del cinema italiano del nuovo millennio.

La storia dell’imbalsamatore Peppino Profeta si ispira a una vicenda di cronaca sceneggiata dallo stesso regista con Ugo Chiti e Massimo Gaudioso. Una storia di degradante quotidianità in un contesto di disagio quale quello in cui vive il nano imbalsamatore Peppino, le cui tendenze omosessuali vengono a galla quando conosce il giovane e affascinante Valerio, che crede di aver trovato il modo di sbarcare il lunario con un lavoro che lo appassiona, ma non si avvede (o finge di non avvedersi) delle attenzioni che gli riserva il suo maestro e datore di lavoro.

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Al cinema: Memorie di un assassino, di Bong Joon-ho

Parasite ha vinto, e questo fatto che tutti ora parlino di film coreani è molto, molto cool. E si elettrizzano per i momenti di iperviolenza, ma quanto sono pucci? Grazie a Hollywood che, per una convenienza sua che evidentemente prima non c’era, ha premiato il film di Bong Joon-ho, e tralasciamo il fatto che il cinema coreano spacca il culo a tutti dagli anni 2000 e io è almeno da Primavera estate autunno inverno… e ancora primavera che propongo (la proposta non ha mai varcato la soglia di camera mia) di deviare tutti i soldi del cinema italiano al cinema sudcoreano. Tra l’altro, ho trovato il modo di saper pronunciare il nome di questo regista, e fare la figura dei fighi negli ambienti trendy e/o radical chic, basta pensare che si sta dicendo “buongiorno!” BONG JOON-HO, KAFFE’’?!?1’1?

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Al cinema: Jojo Rabbit, di Taika Waititi

[Attenzione: spoiler diffusi]

Si apre e si chiude con due anacronismi musicali Jojo Rabbit. Si comincia con i Beatles e Komm, gib mir deine Hand versione in lingua tedesca di I Want to Hold Your Hand, cantata dagli stessi Fab Four. E già siamo dalle parti della trovata geniale, perché il pezzo – che nella versione in studio è stato inserito nella raccolta Past Masters – viene presentato in una registrazione live, con tanto di grida forsennate dei fan, mentre scorrono sullo sfondo le immagini di repertorio dei comizi hitleriani davanti a folle di componenti della Hitler-Jugend, la gioventù hitleriana. Accostare raduni nazisti e beatlesmania, due diverse – ma simili – espressioni di una manifestazione oceanica del consenso, è il primo escamotage degno di nota di un Taika Waititi che dopo la parentesi cinecomic di Thor: Ragnarok torna alla regia con un’opera liberamente tratta dal romanzo Come semi d’autunno di Christine Leunens.

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Al cinema: Sorry We Missed You, di Ken Loach

Ennesimo film #maiunagioia di un allegro inverno – l’altro è A marriage story, il film che sto sconsigliando di vedere a tutte le persone accoppiate: incluso il protagonista Ricky, roscio molto this is England, che dopo anni di lavori nell’edilizia e sulla scia della crisi del 2008 si butta nella gig economy, chiede alla moglie Abby di vendere la macchina per poter comprare un furgone ed entrare nel rutilante mondo dei corrieri Amazon, dove ognuno è come se lavorasse in proprio; nel senso che tutti i cazzi sono suoi ma ha comunque qualcuno dall’alto (il capo spesso e cattivo del magazzino di spedizioni e l’onnipresente scanner elettronico) che regolano la sua vita. A te i rischi, a noi il guadagno. Amazon non è ovviamente citata. Abby fa l’infermiera a ore, in giro per tutta la giornata a ripulire/aiutare vecchi e disabili, a cui vuole anche un po’ di bene. Che in questo mondo qua mh, signò, non so se sia consentito. Abbiamo due figli, Seb, bravo ragazzo ma very stupido (del resto già il padre non è una cima), appassionato di bigiare scuola e graffiti, e Liza Jane, 11 anni. Genio. Per me la famiglia doveva riunirsi, e poi far decidere tutto a lei, che è l’unica sensata. Pure sulla Brexit, doveva votare solo lei. Io con Liza Jane ho pianto.

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Al cinema: Dio è donna e si chiama Petrunya, di Teona Strugar Mitevska

Petrunya è una trentaduenne macedone di Štip, ragazzona in carne, avvezza alle lunghe dormite e priva di legami sentimentali. Vive coi genitori e non ha un lavoro. Nemmeno l’intercessione di amici e parenti riesce a farle superare questa sua condizione di disoccupata di lungo corso: ha una laurea in storia, non ha esperienza e, soprattutto, non è abbastanza attraente da farsi desiderare dal capetto di turno, disposto – solo previo ottenimento delle grazie delle candidate – a concedere posti da segretaria in una fabbrica tessile non molto dissimile da una manifattura di Changzhou.

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