Contemporary stuff: Il Traditore, di Marco Bellocchio

locandinaIo non amo i film sulla mafia, non perché pensi che non siano importanti, ma semplicemente perché mi fanno stare male. Sono storie che hanno il potere di accendere tutta la rabbia e l’odio che c’è in me, e che mi portano a pensare che una soluzione in stile Dexter non sarebbe poi così male come idea. Sono però storie fondamentali, che è necessario conoscere, soprattutto in un Paese come il nostro in cui anche, e soprattutto, la storia recente è spesso sconosciuta e ignorata, trascurando in modo imperdonabile eventi e personaggi che ancora oggi gettano la loro ombra sull’attualità, la cronaca e, purtroppo, la politica italiana. Questo è già un merito che Bellocchio deve vedersi riconosciuto parlando di Il Traditore, al quale si aggiungono, ovviamente, i pregi inconfutabili di un film bellissimo, tecnicamente impeccabile e impreziosito da un’interpretazione perfetta da parte della sua star. Continua a leggere “Contemporary stuff: Il Traditore, di Marco Bellocchio”

Al cinema: The Deep, di Baltasar Kormákur

Heymaey è la più grossa della isole Vestmannaeyjar, subito sotto l’Islanda. Qui una notte del 1984 Gulli e altri amici suoi si preparano a partire l’indomani per qualche giorno di pesca, sbronzandosi abbomba. Al punto che bevono roba tirata fuori da taniche di benza eh.

Islanda anni ‘80, il regno delle camicie a scacchi e dei maglioni di lana grossa con disegni stupidi. Partono, tutto nella norma per un giorno, poi la sera la rete si incaglia, l’argano si rompe e la barca si rovescia. Marzo, fuori fa freschino, tipo -2° e l’oceano sui 5°. Sono in sei, tre muoiono subito annegati, schiantati o altro. Restano Gulli e Palli (gli altri erano Raggi ecc.) attaccati alla chiglia. Che fare, come si domandava quel tale. Mollano la chiglia e cercano di andare verso la costa. Uno sparisce, Palli, che era il suo amico d’infanzia, muore assiderato. Gulli resta solo, parla con i gabbiani, vede il faro e nuota, per circa 6-7 ore.

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Al cinema: La mia vita con John F. Donovan, di Xavier Dolan

Una giornalista riottosa intervista un affermato attore/scrittore/salcazzo in un caffè di Praga. Già così è assai bohemienne. Lui è Rupert Turner, e le racconta, da qui in avanti anzi già prima flash avanteindietro a manetta, del suo rapporto epistolare con il John del titolo, altro attore di successo, stavolta di serie per ragazzini, che Rupert a 11 anni idolatrava. Allora gli ha scritto, John ha risposto e si sono scritti per 3 anni. Fino a quando le lettere sono divenute di pubblico dominio, con relativo BOOM e crisi e pianti. Va da sé le storie corrono separate e parallele su due binari temporali. John ha una manager che cerca di contenerne gli eccessi, ma poi si stufa (ed è Kathy Bathes), una madre travolgente e beona (Susan Sarandon), una migliore amica che per tutto il mondo lui si scopa ma lui ovviamente è gay (perché altrimenti non sarebbe un film di XD. Che bello scrivere XD), e non può rivelare al mondo di esser gay perché altrimenti non sarebbe più l’icona sexy che è.

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Al cinema: Climax, di Gaspar Noé

Dapprincipio ci sono: musica già sulle immagini dei distributori/produttori (arte/wild bunch, quelle cose lì), titoli di coda. Così ce li siamo tolti dai piedi. Una donna bianca nella neve bianca tanta, mezza spoglia e tutta insanguinata, che fa l’angelo rosso. Gaspar Noé è quel tizio matto, ricordato dagli alterna-hipster soprattutto per Irreversible, che non ricordo, e Enter the void, che ricordo e mi aveva dato più fastidio che altro. Quel genere di film da vedere a ventanni (sic) e urlare WHOAAAAAAA. Sbrogliate le formalità, in un televisore incassato tra libri e vhs (siamo nel 1996) scorrono le interviste a un gruppo di giovani, ballerini urban (ma che cazzo significa? Insomma, no classici) più o meno francesi aggregati a una troupe per una tournée in America.

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touch of modern: Un uomo da marciapiede, di John Schlesinger

Premiato con tre oscar di peso (miglior film, regia e sceneggiatura non originale), Midnight cowboy è un film a suo modo epocale, una delle pellicole che diedero il via all’esperienza della New Hollywood, la corrente che rivoluzionò il cinema americano tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta. Coevo del più celebre e celebrato Easy Rider, i due film apparirono sul grande schermo a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro: il 12 maggio del 1969 l’opera di Dennis Hopper sbarcava a Cannes, tra le pellicole in concorso; tredici giorni dopo, il 25 maggio dello stesso anno, esattamente cinquant’anni fa, si teneva a New York City la premiere di Midnight Cowboy.

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touch of modern: Easy Rider, di Dennis Hopper

Esattamente cinquant’anni fa, il 12 maggio del 1969, al ventiduesimo Festival di Cannes veniva presentato Easy Rider, quello che diventerà il road movie per eccellenza, un film assolutamente rivoluzionario ed epocale.

Se molti fanno risalire la nascita della Nuova Hollywood ai precedenti Il laureato e Gangster story, con Easy Rider si cancella quanto meno qualsiasi dubbio sul fatto che il cinema americano sia profondamente cambiato e che sul classicismo hollywoodiano si sia definitivamente abbassata la saracinesca.

Il viaggio on the road dei due protagonisti, su quei chopper che hanno fatto epoca, è compiuto verso est (dalla California alla Florida), anziché verso ovest, chiudendo così emblematicamente la tradizione del western e dei pionieri.

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Al cinema: Avengers: Endgame, di Anthony e Joe Russo

Custom-Printing-Canvas-Decor-Marvel-Avengers-EndGame-Poster-Superheroes-Avengers-Infinity-War-Stickers-Home-Room-Wall.jpg_640x640ATTENZIONE: questo articolo, oltre a essere lungo infinito, CONTIENE SPOILER!

È la fine, annunciata, di un’era. Dopo undici anni di storie, il Marvel Cinematic Universe chiude non solo un capitolo, ma un volume della sua storia, risolvendo la lunga linea narrativa dedicata al Guanto e alle Gemme dell’Infinito, introdotta già nel 2011 in Thor, e congedandosi in maniera definitiva da molti dei suoi personaggi principali. Quello che seguirà sarà qualcosa di necessariamente diverso, non solo perché, per la prima volta, verrà a mancare una linea narrativa principale su cui costruire tutti i vari stand-alone, ma soprattutto per l’assenza dei protagonisti più amati e carismatici del franchise. Dove questo ci porterà, solo il tempo potrà dircelo (Doctor Strange sicuramente già lo sa, ma, intervistato dalla nostra redazione, si è rifiutato di rilasciare spoiler); per ora, noi ci troviamo a parlare di Avengers: Endgame. Continua a leggere “Al cinema: Avengers: Endgame, di Anthony e Joe Russo”

Al cinema: Una Giusta Causa, di Mimi Leder

54961Come tutti gli anni, anche questa volta ho approfittato dei CinemaDays, e, come tutti gli anni, grazie al prezzo ridotto all’osso mi sono buttato a vedere cose che altrimenti avrei considerato con interesse ma rimandato a un futuro indefinito. Ho visto così il sorprendente Captive State e, soprattutto, Una Giusta Causa, del quale non sapevo nulla e che mi ha invece molto favorevolmente colpito, soprattutto grazie alla sua protagonista, Felicity Jones, della quale ho deciso di recuperare tutto. D’altronde l’estate si avvicina, e a cos’altro servono le lunghe giornate di sole?

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Al cinema: Dolceroma, di Fabio Resinaro

In questo cinema, un pomeriggio di un giorno feriale, ci siamo io e la corte dei miracoli, anzi evidentemente ne faccio parte. Serio, gente con delle grinte che forse nemmeno trovi nei cinema porno. Siamo in 7. Di questi, 3 abbandoneranno la sala prima della fine.

Il film parte con un flash avantendietro, la voce narrante è del protagonista, Andrea, scrittore spiantato che come vita fa il pulitore di morti all’obitorio, sognando il momento in cui potrà essere non solo protagonista ma artefice/manipolatore delle vite degli altri. Il momento sembra arrivare quando Oscar Martello (nientepopodimeno che Luca Barbareschi, produttore sia nella finzione che del film di essa fuori), un produttore della casa di produzione Incudine (sic) lo chiama a Roma per girare un libro dal suo film. Ehm. Forse il contrario.

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