Su Netflix: Nell’erba alta, di Vincenzo Natali

p-nell-erba-alta-film01Attendere un nuovo adattamento di un’opera di Stephen King ha sempre in sé un certo grado di morbosità, come spiare un incidente stradale particolarmente brutto. Ci deve essere una maledizione che perseguita le storie del Re – e a questo punto della sua prole – e impedisce loro di diventare film soddisfacenti che mantengano intatto lo spirito dei racconti originali. Proprio di un racconto si tratta stavolta, una novella scritta a quattro mani da Stephen King insieme al figlio Joe Hill, scrittore a sua volta e altrettanto dotato, una storia che si legge nel giro di un’ora e ha il potere di perseguitarti per lungo tempo; un risultato che, neanche a dirlo, il film tratto da Nell’Erba Alta non raggiunge, sebbene ci provi. Anzi, ci prova anche troppo, arrivando a complicare e snaturare una storia semplice e ossessionante come quella dei due Re.

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Al cinema: It – Capitolo due, di Andy Muschietti (recensione espresso)

Tre ore di agonia. Quella che ti fa contorcere sulla poltroncina manco fossi posseduto dallo spirito del Molleggiato. E farla durare quasi tre ore è una cattiveria bella e buona.

I fatti accadono 27 anni dopo il primo It (quello di due anni fa). Che narrava vicende ambientate sul finire degli anni Ottanta (diversamente dal romanzo e dal controverso – c’è chi lo ama e chi lo odia – adattamento del ‘90).

Tutti più grandi, tutti con una più o meno trionfante carriera.

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Al cinema: Pet Sematary, di Kevin Kölsch e Dennis Widmyer

In realtà ero andato al cinema per gli Avengers. A oltre un mese dall’uscita, roba che ormai pure i sassi mi spoilerano. La cassiera del multisala mi fa una supercazzola: siamo spiacenti, ma la sala di Avengers ha uno scappellamento a destra e quindi come se fosse antani abbiamo dovuto annullare la proiezione. Che in realtà significa: c’eri solo tu e col ca**o che ti facciamo una proiezione ad personam. In realtà – e ad onor di cronaca – due tizi prima di me e uno dopo di me avevano chiesto il biglietto per gli Avengers.

Anyway. Che altro c’è che inizia? Pet Sematary, mi dice, pronunciandolo come avrebbe fatto Aldo Biscardi. Vada per quello. È un horror, mi avverte. Lei non sa chi sono io, avrei voluto dirle, e invece mi esce un misero: sì, va bene. È un horror, ripete. Ho trentacinque anni, diamine. Penso di poterlo reggere un teen-horror.

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Al cinema: Go Home – A casa loro, di Luna Gualano

Presentato alla Festa del cinema di Roma (nella sezione autonoma Alice nella città), dove ha fatto parlare di sé per l’originalità del soggetto e dove si è aggiudicato il Premio Panorama Italia assegnato dalla Roma Lazio Film Commission, e transitato da altri Festival quali il TS+FF di Trieste e il Fantafestival di Roma (dove ha ottenuto il Premio Mario Bava al miglior lungometraggio), Go Home – A casa loro arriva finalmente nelle sale italiane, nello stesso periodo in cui è in programma alla 37esima edizione del Bruxelles International Festival of Fantastic Film.

Proiettato come film-evento – completamente autonomo, privo del supporto di una casa di distribuzione – l’opera rimarrà nelle sale soltanto per tre giorni, da oggi fino al 17 aprile, salvo proroghe.

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Al cinema: Halloween, di David Gordon Green (con un confronto con i film di John Carpenter e Rob Zombie)

220px-Halloween_(2018)_posterCon una mossa di marketing ardita al punto da sfiorare l’avanguardia, a fine Ottobre è uscito Halloween, ennesimo sequel del celebre franchise inaugurato da John Carpenter nel 1978. Una scelta che, sebbene non spicchi proprio per originalità, sicuramente ha premiato il film di David Gordon Green con l’incasso di apertura migliore di tutto il lungo franchise dedicato a Michael Myers, a testimoniare la curiosità generata da questa operazione. Green, infatti, decide di ignorare tutto quanto realizzato negli ultimi quarant’anni, ritornando alle radici dei personaggi e della storia; tutti i sequel, i reboot, i remake, i sequel di remake e remake di sequel vengono dimenticati, come se non fossero mai esistiti, per realizzare un sequel diretto del film capostipite, cancellando con un colpo di spugna una continuity elefantiaca e all’interno della quale è sempre più complicato orientarsi.

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Al cinema: Venom, di Ruben Fleischer

54617Con il panorama cinematografico sempre più invaso da supereroi fagocitati in continuity sempre più lunghe e affollate, è rinfrescante, quasi, trovare un prodotto che non sia legato ad altre decine di film masi mantenga perfettamente in piedi da solo. Al tempo stesso, è quasi palpabile il panico dei produttori, che vedono sempre più assottigliarsi il numero di eroi di cui ancora non esiste una trasposizione filmica; in preda a delirio creativo compulsivo, ecco quindi rispolverare il personaggio di Venom, già sfruttato al cinema nel 2007 come villain del controverso Spider-Man 3 di Sam Raimi e ora protagonista di un film tutto suo. Giunti a questo punto, però, il pubblico è piuttosto smaliziato, per cui una decisione urgeva di essere presa: seguire il modello spensierato del Marvel Cinematic Universe, o aderire a quello più sofferto inaugurato l’anno scorso con Logan? La risposta sembrava ovvia, dal momento che il protagonista è un antieroe, per tacere della sua natura mostruosa, ma Ruben Fleischer ci prende tutti contropiede realizzando una commedia. Go figure.

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Al cinema: The End? L’Inferno Fuori, di Daniele Misischia

54476Sembra che i Manetti Bros. si siano assunti l’onere di resuscitare, con le loro sole forze, il cinema italiano di genere, uno sforzo non indifferente che portano avanti con encomiabile passione e altrettanti risultati. Dopo aver vinto il David di Donatello per il Miglior Film con Ammore e Malavita, infatti, Marco e Antonio investono tutto in quella che può essere definita una scommessa: finanziare il progetto di un regista praticamente sconosciuto, Daniele Misischia, intenzionato a portare sullo schermo la sua versione dell’apocalisse zombi. L’occasione è evidentemente troppo ghiotta per lasciarsela scappare, e il risultato è The End? L’Inferno Fuori, un film che riesce sicuramente a fare di necessità virtù, soprattutto per quanto riguarda il budget, e portare a casa un risultato finale di tutto rispetto.

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Al cinema: Hereditary – Le Radici del male, di Ari Aster

Hereditary

L’horror sta rivivendo una specie di rinascimento, o almeno questa è la mia impressione. Accanto ai vari remake di personaggi iconici dei decenni passati, infatti, stanno vedendo la luce una serie di pellicole originali decisamente interessanti che urlo dopo urlo scrivono sotto ai nostri occhi la storia di un genere che, forse molto più altri, rischia velocemente di diventare asfittico e bisognoso di aria fresca. A tenere alta la fiaccola dell’horror ci pensa ora Hereditary, opera prima del regista Ari Aster, sicuramente una personalità da tenere d’occhio in futuro.

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Al cinema: A Quiet Place – Un posto tranquillo, di John Krasinski

7aquietplace201800_450E’ difficile, ormai, trovare nuovi modi in cui declinare il monster movie. Alla ricerca di un’originalità sempre più ardua da raggiungere nel cinema horror, John Krasinski quadra il suo cerchio inventandosi un accorgimento stilistico che influenza pesantemente anche la narrazione del film: tutta l’azione dovrà svolgersi in un silenzio il più possibile assoluto. Prende così forma A Quiet Place, un horror decisamente atipico che rinuncia a un elemento, quello sonoro, che fin dalla nascita del genere ha contribuito a decretarne il successo. O forse no? Perché in fin dei conti, A Quiet Place non è un film muto, e non rinuncia ai jumpscare o ai rumori inquietanti. Quindi dove è posto il filo del rasoio su cui è costretto a camminare? Semplice: la parola chiave è tensione.

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