Breve viaggio nell’horror classico in 36 film – parte seconda

Questo breve viaggio nell’horror classico (qui la prima parte) si era interrotto con lo scoppio della seconda guerra mondiale, evento cardine del Novecento che, tra le altre cose, ha avuto effetti anche sulla settima arte. Sono anni bui e drammatici per la popolazione, che portano ad una profonda mutazione nella concezione della paura. E il cinema si adegua, revisionando i canoni dell’horror e iniziando una proficua liaison tra quest’ultimo e un altro genere che sarà protagonista degli anni Quaranta, il noir.

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Breve viaggio nell’horror classico (in 36 film) – parte prima

Per la sua trentasettesima edizione il Torino Film Festival si è dipinto di horror, genere a cui è stata dedicata la principale retrospettiva della rassegna. In particolare, l’ormai ex direttrice del Festival ha progettato un viaggio nel periodo classico del genere, proponendo trentacinque film horror “da Caligari a Romero”. Quest’ultimo in realtà escluso, in quanto padre fondatore del New Horror. Ed infatti la pubblicazione dedicata alla retrospettiva è stata più correttamente (rispetto alle notizie diffuse ante-festival) intitolata “Da Caligari agli Zombie”.

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touch of modern: Santa Sangre, di Alejandro Jodorowski

Fenix è Cristo-like, e sta appollaiato su di un trespolo in una bianca stanza. Ha un’aquila tatuata sul petto e scende solo per mangiare pesce crudo, offerto da dottori e infermiere. Balzo indietro, da piccolo viveva in un circo con il padre, Orgo, grande grosso ciula e baloss, lanciatore di coltelli e capo della baracca, e la madre, Concha, trapezista e sacerdotessa di una chiesa non riconosciuta dedicata a una martire cui erano state amputate le braccia dai suoi stupratori – da cui il titolo, la piscina di acqua rossa davanti alla statua della santa. E a una ragazzina muta e mima, Alma, cui voleva gran bene. Ah, tra lo strepitio e le chitarre dei fedeli, la chiesa viene salvinianamente ruspata.

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Al cinema: Doctor Sleep, di Mike Flanagan

downloadCerto che Mike Flanagan, quando si sceglie una scommessa, se la sceglie pesante. Dopo aver messo insieme una carriera di tutto rispetto sia al cinema che in televisione, Flanagan decide di gettarsi in un’impresa che avrebbe fatto tremare i polsi e gelare il sangue nelle vene a chiunque. Misurarsi con l’opera di Stephen King? Certo che no: prendere i fan e i cinefili di tutto il mondo per le corna. Non è un mistero che Shining, più che un film cult, sia diventato nel corso del tempo un monumento al cinema stesso, venerato dagli amanti del cinema come una religione, quasi; non sorprende quindi che la notizia di un film che avrebbe dato un seguito al capolavoro di Stanley Kubrick sia stata accolta con scetticismo (quando è andata bene) o come una blasfemia (troppo spesso). Poco importa che Doctor Sleep sia tratto da un romanzo di Stephen King, ad oggi l’unico ad avere effettivamente diritto di parola su Shining e la sua mitologia, e men che meno importava che Flanagan avesse già ampiamente dimostrato le sue capacità: Shining non si doveva toccare. C’era del fondamento in questi pregiudizi? Ovviamente no, e adesso andremo a vedere perché.

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Su Netflix: Nell’erba alta, di Vincenzo Natali

p-nell-erba-alta-film01Attendere un nuovo adattamento di un’opera di Stephen King ha sempre in sé un certo grado di morbosità, come spiare un incidente stradale particolarmente brutto. Ci deve essere una maledizione che perseguita le storie del Re – e a questo punto della sua prole – e impedisce loro di diventare film soddisfacenti che mantengano intatto lo spirito dei racconti originali. Proprio di un racconto si tratta stavolta, una novella scritta a quattro mani da Stephen King insieme al figlio Joe Hill, scrittore a sua volta e altrettanto dotato, una storia che si legge nel giro di un’ora e ha il potere di perseguitarti per lungo tempo; un risultato che, neanche a dirlo, il film tratto da Nell’Erba Alta non raggiunge, sebbene ci provi. Anzi, ci prova anche troppo, arrivando a complicare e snaturare una storia semplice e ossessionante come quella dei due Re.

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Al cinema: It – Capitolo due, di Andy Muschietti (recensione espresso)

Tre ore di agonia. Quella che ti fa contorcere sulla poltroncina manco fossi posseduto dallo spirito del Molleggiato. E farla durare quasi tre ore è una cattiveria bella e buona.

I fatti accadono 27 anni dopo il primo It (quello di due anni fa). Che narrava vicende ambientate sul finire degli anni Ottanta (diversamente dal romanzo e dal controverso – c’è chi lo ama e chi lo odia – adattamento del ‘90).

Tutti più grandi, tutti con una più o meno trionfante carriera.

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Al cinema: Pet Sematary, di Kevin Kölsch e Dennis Widmyer

In realtà ero andato al cinema per gli Avengers. A oltre un mese dall’uscita, roba che ormai pure i sassi mi spoilerano. La cassiera del multisala mi fa una supercazzola: siamo spiacenti, ma la sala di Avengers ha uno scappellamento a destra e quindi come se fosse antani abbiamo dovuto annullare la proiezione. Che in realtà significa: c’eri solo tu e col ca**o che ti facciamo una proiezione ad personam. In realtà – e ad onor di cronaca – due tizi prima di me e uno dopo di me avevano chiesto il biglietto per gli Avengers.

Anyway. Che altro c’è che inizia? Pet Sematary, mi dice, pronunciandolo come avrebbe fatto Aldo Biscardi. Vada per quello. È un horror, mi avverte. Lei non sa chi sono io, avrei voluto dirle, e invece mi esce un misero: sì, va bene. È un horror, ripete. Ho trentacinque anni, diamine. Penso di poterlo reggere un teen-horror.

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Al cinema: Go Home – A casa loro, di Luna Gualano

Presentato alla Festa del cinema di Roma (nella sezione autonoma Alice nella città), dove ha fatto parlare di sé per l’originalità del soggetto e dove si è aggiudicato il Premio Panorama Italia assegnato dalla Roma Lazio Film Commission, e transitato da altri Festival quali il TS+FF di Trieste e il Fantafestival di Roma (dove ha ottenuto il Premio Mario Bava al miglior lungometraggio), Go Home – A casa loro arriva finalmente nelle sale italiane, nello stesso periodo in cui è in programma alla 37esima edizione del Bruxelles International Festival of Fantastic Film.

Proiettato come film-evento – completamente autonomo, privo del supporto di una casa di distribuzione – l’opera rimarrà nelle sale soltanto per tre giorni, da oggi fino al 17 aprile, salvo proroghe.

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Al cinema: Halloween, di David Gordon Green (con un confronto con i film di John Carpenter e Rob Zombie)

220px-Halloween_(2018)_posterCon una mossa di marketing ardita al punto da sfiorare l’avanguardia, a fine Ottobre è uscito Halloween, ennesimo sequel del celebre franchise inaugurato da John Carpenter nel 1978. Una scelta che, sebbene non spicchi proprio per originalità, sicuramente ha premiato il film di David Gordon Green con l’incasso di apertura migliore di tutto il lungo franchise dedicato a Michael Myers, a testimoniare la curiosità generata da questa operazione. Green, infatti, decide di ignorare tutto quanto realizzato negli ultimi quarant’anni, ritornando alle radici dei personaggi e della storia; tutti i sequel, i reboot, i remake, i sequel di remake e remake di sequel vengono dimenticati, come se non fossero mai esistiti, per realizzare un sequel diretto del film capostipite, cancellando con un colpo di spugna una continuity elefantiaca e all’interno della quale è sempre più complicato orientarsi.

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