Al cinema: Sorry We Missed You, di Ken Loach

Ennesimo film #maiunagioia di un allegro inverno – l’altro è A marriage story, il film che sto sconsigliando di vedere a tutte le persone accoppiate: incluso il protagonista Ricky, roscio molto this is England, che dopo anni di lavori nell’edilizia e sulla scia della crisi del 2008 si butta nella gig economy, chiede alla moglie Abby di vendere la macchina per poter comprare un furgone ed entrare nel rutilante mondo dei corrieri Amazon, dove ognuno è come se lavorasse in proprio; nel senso che tutti i cazzi sono suoi ma ha comunque qualcuno dall’alto (il capo spesso e cattivo del magazzino di spedizioni e l’onnipresente scanner elettronico) che regolano la sua vita. A te i rischi, a noi il guadagno. Amazon non è ovviamente citata. Abby fa l’infermiera a ore, in giro per tutta la giornata a ripulire/aiutare vecchi e disabili, a cui vuole anche un po’ di bene. Che in questo mondo qua mh, signò, non so se sia consentito. Abbiamo due figli, Seb, bravo ragazzo ma very stupido (del resto già il padre non è una cima), appassionato di bigiare scuola e graffiti, e Liza Jane, 11 anni. Genio. Per me la famiglia doveva riunirsi, e poi far decidere tutto a lei, che è l’unica sensata. Pure sulla Brexit, doveva votare solo lei. Io con Liza Jane ho pianto.

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contemporary stuff: Io, Daniel Blake, di Ken Loach

41focjd8ftl-_sy344_bo1204203200_I Daniel Blake demand my appeal date before I starve and change the shite music on the phones!

Ay! Accento da sobborghi inglesi (come il nano di Misfits – non è veramente un nano eh, e non guardo serie), tutti dicono “ay!”, e “mi” per my ecc. Daniel Blake è sto tipo falegname calvo, ha appena avuto un infarto, i medici gli dicono che non può lavorare ma un call center gli nega l’indennità di malattia. Finisce al centro per l’impiego, dove il consiglio è chiedere il sussidio di disoccupazione, ma per averlo deve cercare lavoro, ma tanto se lo trova non può lavorare perché DLINDLON torna all’inizio senza passare dal via DLINDLON.

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