Confronti: Il western anti-americano; smitizzare la frontiera in tre film

western-anti-americani-1Il western è forse il genere cinematografico americano per eccellenza, nato per elogiare l’epopea della conquista, il machismo dell’uomo di frontiera, la tenacia dei coloni, l’abilità economica degli imprenditori. E ovviamente il dispiegarsi del “destino manifesto”, il concetto secondo il quale era naturale e inevitabile che gli Stati Uniti si espandessero da oceano ad oceano, e oltre (chi ricorda la guerra con la Spagna del 1898?), spazzando via chiunque si frapponesse, innanzitutto i nativi, ma anche altre potenze.

Quale idea migliore, quindi, per un altro Paese, che appropriarsi all’occorrenza di questo tipo di film per farne beffardamente un messaggio anti-americano? Qui parlerò brevemente di tre casi, lontani nel tempo e nello spazio, diversi anche nelle ideologie che li hanno fatti venire alla luce.

western-anti-americani-4Il primo che mi viene da citare è L’imperatore della California, produzione della Germania nazista datata 1936 per la regia di Luis Trenker. Narra la storia di Johann August Sutter, personaggio realmente esistito, tedesco di origini svizzere, che migrò in California. Qui acquistò dal Messico i terreni che un tempo appartennero alla colonia russa di Fort Ross e fondò una specie di impero economico basato sul bestiame e l’agricoltura. Purtroppo per lui, sui suoi possedimenti venne scoperto l’oro nel 1848, evento che diede il via alla famosa “corsa” del ’49.

E qui fa capolino la propaganda tedesca, che ha gioco facile nell’evidenziare come l’insensibile e ingiusto governo americano (succeduto a quello messicano) non risarcisca l’eroico cittadino tedesco, che ha visto le sue terre invase e rovinate dai cercatori di fortuna. La malvagità degli yankee è palese, non sono in grado di far rispettare la giustizia, soprattutto se questo volesse dire negare delle opportunità a dei concittadini a favore dei diritti di un immigrato di fiera razza teutonica. L’illusione dei soldi facili si fa beffe del duro lavoro. Non paghi di aver lanciato questo monito, i produttori ne approfittano per elogiare anche Sutter quale modello da seguire come promotore della fratellanza ariana, del supporto reciproco tra tedeschi, dell’amore per la patria. Quando, morendo in povertà, l’uomo si chiede se ha fatto quanto era in suo potere, uno spirito gli appare dicendogli che la sua vita è stata un esempio da seguire, in quanto ha contribuito economicamente al benessere dei tedeschi in Germania, supportando l’unità del Paese.

Al di là della smaccata propaganda, qualitativamente il film non è da buttare, anche se forse rapportandolo con produzioni americane coeve può apparire più grossolano da un punto di vista tecnico. Va però sottolineato come all’epoca neppure in America fossero ancora stati girati molti dei capolavori più celebri del genere e che, forse, L’imperatore della California può essere considerato il primo prodotto western di un certo rilievo e spessore realizzato su suolo europeo. Certo definirlo un kolossal pare eccessivo, ma alcuni elementi epici si possono riscontrare nelle scene di folla, nell’altezza dei temi, nel tono enfatico. Per quel che vale, vinse anche una Coppa Mussolini come miglior film straniero.

western-anti-americani-2Il secondo film anti-americano che tiro in ballo è Cheyenne il figlio del serpente (impropria traduzione che più correttamente dovrebbe essere I figli di Grande Orso), diretto da  Josef Mach nella Repubblica Democratica Tedesca nel 1966. Appartiene al sotto-genere del Red western, ovvero film western di morale comunista che gettano fango sugli Stati Uniti (tale categoria è a volte confusa con l’Ostern, che invece comprende film con trama e tematiche western ma ambientati nell’Unione Sovietica).

I Red western, in genere, possono raggrupparsi in due rami: o esaltano i nativi americani o deridono gli yankee e i loro valori. Cheyenne il figlio del serpente rientra nella prima categoria. Se anche in America non sono mancate pellicole pro-indiani, soprattutto a partire dagli anni ‘60/’70, questa produzione anticipa i tempi per la sua ferocia e implacabilità nel mostrare senza mezzi termini la spietatezza dei bianchi. Ubriaconi, violenti, malvagi, spergiuri, pare che vivano al solo scopo di uccidere indiani, violentarne le donne, rubare loro il Paese. Tanto per chiarire il concetto, la storia inizia con l’assassinio del padre del protagonista dopo che gli si è voluta estorcere la cessione delle sue terre. Tra tutti i Red western che ho visto, è forse uno di quelli che ha meno peli sulla lingua, assieme a Blütsbruder (1975).

A livello tecnico, non si discosta troppo da quelli che erano gli standard europei dell’epoca che, con qualche palese eccezione come lo Spaghetti western di Sergio Leone, non brillavano per qualità. Non che sia inguardabile o presenti falle marchiane, ma chiaramente i mezzi a disposizione non potevano essere gli stessi delle grandi major di Hollywood. E’ anche vero che, considerando in che acque navigava la DDR da un punto di vista economico, il risultato degli sforzi profusi per questo film non è neppure troppo terribile.

western-anti-americani-3Concludo tirando in ballo un’opera più recente, Chicogrande (2010). Prodotto in Messico, Paese che ha sfornato centinaia di film western, è ambientato durante la rivoluzione messicana, nello specifico durante la “spedizione punitiva”. Per farla breve, nel 1916 il governo degli Stati Uniti inviò in Messico il generale Pershing affinché trovasse e catturasse (magari pure ammazzasse) Pancho Villa, reo di aver sconfinato e ucciso alcuni civili americani.

Ce ne sarebbe già abbastanza per infoiare i mangia-tacos sui loro seggiolini del cinema. Pure, il regista Cazals ha voluto aggiungerci un messaggio più sottile: la caccia a Villa diventa quasi un’ossessione per gli americani, che si dimostrano disposti a tutto pur di trovarlo, incluso torturare civili (che in realtà sono uomini di Villa, quindi proprio estranei ai fatti non lo sono, ma poco importa per il regista). Insomma, si è voluto tessere un parallelo tra quegli eventi e la caccia a Bin Laden, contemporanea al film, nella quale ancora una volta gli americani si sono dimostrati disposti a tutto pur di stanare i terroristi. E’ così che l’interrogatorio, svolto in luoghi generalmente bui e afosi, diventa qualcosa di disturbante, con la frase “Where is Villa?” ripetuta stancamente infinite volte, in un sussurro, quasi come un mantra. Ma i messicani sono uomini duri, veri patrioti, che preferirebbero farsi uccidere pur di parlare, tanto è vero che Chicogrande, il protagonista, sceglie di ammazzare il ragazzino che è con lui con un forcone, temendo che cederebbe alle torture. Lui, invece, non parla neanche dopo ore di “trattamento” e riesce infine a fuggire grazie all’aiuto dell’unico americano compassionevole, un medico: personaggio messo lì, pare, quasi solo per non fare di tutta l’erba un fascio.

Certo, il teorico parallelo con i talebani non fa fare una gran bella figura ai messicani, ma sembra che la cosa non abbia turbato i produttori, soddisfatti dal trasparire dell’esaltazione del valore dei compatrioti. A mio avviso, oltre al nazionalismo, emergono anche l’importanza dei diritti umani e la critica allo strapotere che una superpotenza crede di potersi arrogare. Inoltre, va ricordato come la spedizione fallì miseramente il proprio scopo, sottolineando come l’epoca del destino manifesto fosse finita e come gli yankee dovessero restare, ora, entro i loro confini: insomma, l’onta della sconfitta messicana del 1848 era stata lavata.

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Tutti e tre i film hanno in comune il fatto di non essere delle grandiose produzioni (tranne forse L’imperatore della California, che per l’epoca e il luogo fu qualcosa di notevole), con attori che sono al massimo star locali, come Gojko Mitic in Cheyenne il figlio del serpente. Ritengo che il loro valore non stia tanto nella qualità, quanto nel loro messaggio, nell’essere insomma gli specchi di un tempo specifico, pregni dell’ideologia che circolava in determinati periodi. Il cinema è anche questo, testimonianza e Storia.

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Der Kaiser von Kalifornien (1936, Germania, 97 min)

Die Söhne der großen Bärin (1966, Germania Est, 92 min)

Chicogrande (2010, Messico, 95 min)

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