Lo scrigno: I cancelli del cielo, di Michael Cimino

i cancelli del cielo 1Come molti ormai sapranno, nella rubrica Lo scrigno presentiamo i “film dimenticati, introvabili, invisibili” ma che meritano di essere recuperati, ripescati da un oblio in cui sono finiti spesso immeritatamente. Inserendo tra di essi I cancelli del cielo qualcuno potrebbe dunque obiettare: ma come?… un film così famoso in una rubrica di questo tipo?

Il fatto è che I cancelli del cielo è un film più famigerato che famoso. O, per meglio dire, famoso perché famigerato. Quello di Michael Cimino è stato a lungo considerato come il film fallimentare per eccellenza, uno dei peggiori flop nella storia del cinema. Un’opera che molti conoscono ma che in pochi hanno visto, ancor meno nella sua versione “integrale”, quella del “montaggio originale” da oltre tre ore e mezza.

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Lo scrigno: Una squillo per l’ispettore Klute, di Alan J. Pakula

klute 1Quando si pensa alle opere del filone crime della New Hollywood vengono subito in mente due capisaldi come Dirty Harry (Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo!) e French Connection (Il braccio violento della legge), entrambi del 1971. Due film arcinoti, ma usciti (anche in Italia) qualche mese dopo il Klute di Alan J. Pakula, il cui titolo in italiano sembra richiamare proprio il film con Eastwood, non fosse che ciò è cronologicamente impossibile. Se i film di Siegel e Friedkin abbracciano in maniera più decisa il sottogenere del poliziesco, introducendo peraltro novità interessanti nella definizione dello stesso, il Klute di Pakula è invece un noir a tutto tondo, che scava nella tradizione dell’hard-boiled americano, a sua volta destrutturando un genere che negli anni Quaranta e Cinquanta era stato ampiamente codificato. Il detective Klute di Pakula, interpretato da un dimesso ma efficace Donald Sutherland, è ingenuo quasi ai limiti del commovente. È un perdente a trecentosessanta gradi, non ha nulla della baldanzosa autoironia che connotava molti dei detective del noir classico, à la Humphrey Bogart, per intenderci (anch’essi sostanzialmente dei disillusi, ma comunque brillanti e sagaci).

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Lo scrigno: Taking Off, di Miloš Forman

formanCi ha lasciato, all’età di 87 anni, Miloš Forman, regista ceco di cittadinanza americana, che dopo aver dato lustro alla cinematografia cecoslovacca con tre film usciti tra il ’64 e il ’67 (L’asso di picche, Gli amori di una bionda – candidato all’Oscar come miglior film straniero – e Al fuoco, pompieri!), emigrò negli Stati Uniti dopo la Primavera di Praga, diventando uno dei più acclamati registi europei operanti a Hollywood. Di lui si ricordano, soprattutto, film come Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975) e Amadeus (1984), con i quali vinse due Oscar come miglior regista, ma anche un musical di culto come Hair (1979) e opere più recenti come Larry Flynt – Oltre lo scandalo (1996) e Man on the Moon (1999). Ma noi vogliamo ricordarlo con un film minore, poco conosciuto, ma che merita di essere recuperato, e che in quanto tale finisce di diritto nella nostra rubrica Lo scrigno.

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Lo scrigno: America, America, dove vai?, di Haskell Wexler

medium cool 1Haskell Wexler è sicuramente più noto come direttore della fotografia che come regista. Nel ruolo di cinematographer vinse infatti due Oscar, uno per Chi ha paura di Virginia Woolf? nel 1967, l’altro per Questa terra è la mia terra, dieci anni dopo. Ha inoltre curato le lenti di un capolavoro come Qualcuno volò sul nido del cuculo e ha collaborato anche a un altro lungometraggio premiato con l’Oscar alla fotografia, I giorni del cielo di Terrence Malick. Nel 1968 Wexler decide di cimentarsi con la regia di un film a soggetto, su una sceneggiatura scritta di suo pugno. Ne esce fuori questo Medium Cool, scandalosamente dimenticato in Italia, tanto da non aver avuto – a quanto mi risulta – una distribuzione in home video (quando in America la Criterion ne ha recentemente fatto un’edizione deluxe in blu-ray). E siccome la nostra rubrica Lo scrigno punta proprio a rimediare a queste nefandezze distributive, ecco perché oggi vi parliamo di questo film, che merita di essere salvato dall’oblio.

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Speciale Russia: L’isola, di Pavel Lungin

ostrov 00La grande Madre Russia ha un’anima che affonda le sue antiche radici nella spiritualità ortodossa, con i fumi dell’ incenso, le folte barbe sopra i talari neri, i rossi, gli ocra e gli ori di candelieri e iconostasi. Il cinema non ha mancato di celebrare questo afflato mistico anche per l’ affascinante tratto estetico che si fonde con i maestosi paesaggi continentali, prestandosi magnificamente alla macchina da presa; si pensi ad esempio al densissimo e luminoso Andrey Rublyov di Tarkovskij, che fonde gli elementi naturali con l’arte sacra (le cose visibili e invisibili), un carosello che accarezza i temi della fede in un’epoca medievale violenta, dell’ascetismo e del paganesimo rurale, della Bellezza in senso dostoevskijano. Ma anche in tempi ben più recenti, un regista se vogliamo un po’ meno ultraterreno, uno che con estrema leggerezza sa spostarsi dall’autoriale al mainstream quale Pavel Lungin (spesso francesizzato Lounguine, attualmente impegnato a dirigere la versione russa della serie spionistica Homeland) ha saputo cogliere con meravigliosa sintesi il cuore sacro della Russia. Non quello delle sgargianti guglie di San Basilio a Mosca, ma quello sperduto e artico dei monasteri insulari, in una straordinaria storia di penitenza, follia e santità.

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100 di questi Bergman: Spasimo, di Alf Sjöberg

hetsProbabilmente se chiedi alla persona che ti sta vicina in questo momento: “Secondo te chi è Alf Sjöberg?” la risposta potrebbe essere tennista o calciatore. Magari qualcuno potrebbe anche azzeccare dalla fonetica la nazionalità: svedese.  E invece il bravo Alf è stato un regista di tutto rispetto, ha vinto perfino una Palma d’Oro a Cannes nel ’51 (ex aequo con il nostro De Sica) con La notte del piacere, drammone tratto da una pièce di Strindberg. Ok, però non è lui il nome di peso di questo Spasimo (Hets) del 1944. La Svensk Filmindustri lo aveva sotto contratto e gli assegnò la realizzazione della sceneggiatura di un giovane ventiquattrenne di belle speranze che rispondeva al nome di Ingmar Bergman, reduce da un ottimo successo al teatro studentesco di Stoccolma. Det här är namnet! ovvero: “Questo è il nome!” (in svedese; ovviamente non ho usato il traduttore Google eh).

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Lo scrigno: Ciao America, di Brian De Palma

greetings 4Domani, 24 novembre, si aprirà il sipario sul Torino Film Festival. Noi de L’ultimo Spettacolo saremo presenti e non mancheremo di dedicare un paio di post alla rassegna piemontese, giunta alla sua 35esima edizione. Quest’anno il TFF ospiterà, per la prima volta in Italia, una retrospettiva dedicata al regista italo-americano Brian De Palma, di cui verranno proposti tutti i lungometraggi e alcuni corti e videoclip. Se è vero che De Palma è principalmente noto al grande pubblico per i film che hanno avuto maggior successo commerciale (tra i tanti, Scarface, Gli intoccabili, Mission: Impossible), meritevoli di attenzione sono anche e soprattutto le sue opere giovanili. Continua a leggere “Lo scrigno: Ciao America, di Brian De Palma”

Lo scrigno: Il profumo della papaya verde, di Anh Hung Tran

papaia_verde[Lo scrigno è la rubrica in cui “spacciamo” film semi-sconosciuti o dimenticati che vale la pena andare a recuperare. Questa volta la segnalazione arriva da una nostra lettrice, la blogger di Tratto d’unione, che ci ha chiesto di parlare di questo film dopo aver partecipato al concorso Speciale Vacanze]

Con la lentezza tipica di alcuni film asiatici, Anh Hung Tran costruisce sostanzialmente una versione vietnamita della celebre favola di Cenerentola (che viene citata pressoché esplicitamente nella scena della scarpetta), attingendo al minimalismo orientale e ai vezzi di certo cinema giapponese, in particolar modo quello di Ozu. Continua a leggere “Lo scrigno: Il profumo della papaya verde, di Anh Hung Tran”

Lo scrigno: Cristiada, di Dean Wright

Cristiada 01Lo scrigno, ovvero quei film poco conosciuti che meritano un angolino di notorietà.

Difficile analizzare un film a tema religioso senza subire le influenze del proprio retaggio socio-culturale. Quasi sempre, quando esce una pellicola pro-cristiana, piovono strali di critiche da parte di un certo pubblico di concezione atea o laica estremista. E’ quanto è accaduto anche con Cristiada, che tratta il tema della guerra cristera da un punto di vista favorevole ai ribelli. La distribuzione in vari Paesi è stata piuttosto travagliata e in sordina proprio per queste difficoltà ideologiche. Preciso che a me la propaganda religiosa o politica nei film non crea particolari problemi, quindi mi accodo alla fanbase cattolica cui la pellicola era presumibilmente destinata, dicendo che mi è piaciuto questo spettacolone epico.

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