Al cinema: First Man – Il Primo Uomo, di Damien Chazelle

locandinaQuando è stata diffusa la notizia che Damien Chazelle avrebbe diretto il biopic su Neil Armstrong si è scatenata l’ilarità generale: dopo ben tre film musicali, le malelingue dissero che il regista Premio Oscar per La La Land avesse sbagliato Armstrong e si ritrovasse ora costretto a raccontare la storia di un astronauta invece di quella di un jazzista. Mentre tutti ridevano, però, Chazelle ha lavorato, e il risultato è First Man, un film capace di segnare un punto fisso all’interno della sua filmografia funzionando come spartiacque tra una produzione segnata dal cinema di genere, quello musicale, e una invece interessata a raccontare storie molto diverse sebbene con un occhio di riguardo agli elementi che hanno reso perfettamente riconoscibili i suoi film, primo tra tutti l’attenzione maniacale rivolta al sonoro.

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touch of modern: The Elephant Man, di David Lynch

the elephant man 1Al suo secondo lungometraggio David Lynch porta sul grande schermo la storia vera (con qualche licenza) di John Merrick, chiamato l’uomo elefante per le orribili deformazioni fisiche che lo rendono un essere ripugnante alla visione: la neurofibromatosi da cui è affetto gli ha infatti causato l’insorgenza di alcune grosse escrescenze tumorali sul cranio, sulla schiena e in altre parti del corpo.

Il dottor Frederick Treves, medico del London Hospital, lo sottrae allo sfruttamento circense da parte del cinico Bytes, facendolo ricoverare nella sua struttura. Ma ben presto lo stesso medico si renderà conto che la condizione di John agli occhi della gente non è cambiata per nulla: da attrazione per il popolo, John si è infatti soltanto trasformato in argomento di discussione della classe borghese della Londra vittoriana, affetta da un perbenismo ipocrita cui solo qualche raro illuminato sfugge con sincerità (tra questi l’attrice teatrale Kendal, interpretata da Anne Bancroft).  Continua a leggere “touch of modern: The Elephant Man, di David Lynch”

Al cinema: Loro 1 + Loro 2, di Paolo Sorrentino

loro 1Per quasi un’ora si assiste ad un’eruzione di soft-core in cui B. non si vede mai, ma se ne parla come di “lui”, perché questo è il film dei pronomi personali (“lui”, “loro”). Per quasi un’ora si vede uno Scamarcio che avrebbe potuto fare il pornodivo, oppure il magnaccia, tanto è convincente nella parte del reclutatore di mignotte pronte a garantirgli il grande salto, quello che lo porterà in Loro 2 ad avvicinare “lui”. Siamo dalle parti di Spring Breakers, giusto per capirci, con la differenza che a dirigere la baracca qui c’è un premio Oscar, che dunque può far qualificare la propria opera come film d’auteur. La sostanza è però poco diversa, con la location che si sposta dalla Florida alla Sardegna e con la dance music che prende il posto dell’hip hop.  Continua a leggere “Al cinema: Loro 1 + Loro 2, di Paolo Sorrentino”

Al cinema: Escobar – Il fascino del male, di Fernando León de Aranoa

loving pablo 1Certo che vedere Javier Bardem in versione Giampiero Galeazzi fa davvero un certo effetto. Con sta cosa del metodo Stanislavskij si sta chiaramente esagerando e lo dimostra la scena in cui un Bardem con un girovita imbarazzante si trastulla in mezzo alla giungla, per poi correre nudo, mitra alla mano, non appena il suo nascondiglio viene scoperto dagli elicotteri dell’esercito colombiano. Viene il sospetto che l’attore, in quelle sequenze, abbia gonfiato il ventre come un pesce palla o una fregata magnificens, ma il discorso non cambia più di tanto.

Del resto, il film di Fernando León de Aranoa si basa, prima di tutto, sulla recitazione eccellente, ma soprattutto sulla eccezionale mimesi fisica dell’attore spagnolo, che aggiunge una ventina di chili alla sua già robusta corporatura e soprattutto adatta il suo inconfondibile faccione alle sembianze del più noto narcotrafficante della storia, colui che portò letteralmente la guerra sul territorio colombiano, facendo il bello e il cattivo tempo a fronte di un governo centrale che non riusciva a tenergli testa. Continua a leggere “Al cinema: Escobar – Il fascino del male, di Fernando León de Aranoa”

Al cinema: The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde, di Rupert Everett

the happy prince 1Rupert Everett è generalmente associato all’idea di bellezza maschile e alla sua dichiarata omosessualità, tanto che col tempo è finito per diventare un’icona di entrambe le cose. Negli ultimi anni era sparito dai radar (se non per ruoli secondari), ma rieccolo affacciarsi sulla scena, all’alba dei sessant’anni, con il primo film di cui, oltre a recitare nella parte del protagonista, cura anche la regia e la sceneggiatura. Presentato in anteprima al Sundance, The Happy Prince ha avuto un passaggio alla Berlinale prima di approdare nei cinema italiani, stranamente, una volta tanto, ben due mesi prima della sua prevista uscita nei cinema inglesi.

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Al cinema: Tonya, di Craig Gillespie

tonya 1Come siano andate veramente le cose nessuno lo saprà mai. Forse. E così, per non sbagliare, in Tonya si adotta un espediente che potrebbe sembrare banale, ma che è in realtà decisamente efficace: la formula del mockumentary, con il film che si apre con le (finte) interviste ai protagonisti invecchiati (ricostruite a partire da interviste reali ai veri protagonisti delle vicende), ciascuno dei quali racconta la propria versione dei fatti. Storie che coincidono in parte – e in parte no – così da mettere subito in chiaro che di certezze non ve ne sono.

La vicenda è notoria, essendo assurta agli onori della cronaca. Proponendo dunque la ricostruzione sinottica che segue, siamo tecnicamente fuori dal rischio spoiler.

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contemporary stuff: The Disaster Artist, di James Franco

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Trovo sempre incredibilmente affascinante scoprire come un’opera di ingegno riesce a trovare la strada che, da una semplice scintilla nella mente del suo creatore, la porta a esistere e ad avere una vita quasi autonoma rispetto a chi l’ha generata, evolvendosi e trasformandosi man mano che raggiunge un pubblico sempre più vasto. L’atto creativo del dare forma e significato alla materia è una delle cose che più ci elevano dalla nostra condizione umana, temporalmente limitata e intrinsecamente fallibile, e forse è per questo motivo che, per quanto storie simili siano già state raccontate, ogni volta si riesce a trarre qualcosa di interessante o nuovo dalle vicende di uno scrittore, un artista, un musicista o un regista che lotta per dare vita alla sua visione, proprio come è accaduto a Tommy Wiseau.

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Al cinema: Ore 15:17 – Attacco al treno, di Clint Eastwood

ore 15 eastwood 1A memoria, credo che questo sia l’unico caso di un film per cui io possa dire che se fossi entrato al cinema un’ora dopo l’inizio della proiezione non avrei potuto che trarne giovamento.

Ma del resto bisognava capirlo fin dal titolo: Ore 15:17 – Attacco al treno. Una pellicola che narra di un attentato terroristico a un treno, sventato da gente che era lì per caso. Il problema è: si può costruire un film da (almeno) un’ora e mezza su un episodio simile? Per darsi una risposta bisogna vedere l’opera di Eastwood e tale risposta non può che essere: no, non si può. O almeno non si può nella maniera scelta dal regista.

Ma andiamo con ordine e ripartiamo proprio dal titolo, che lascia aperta un’ulteriore perplessità.

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Al cinema & Speciale Oscar 2018: The Post, di Steven Spielberg

The-PostUtilizzando due termini ormai d’uso comune nel linguaggio cinematografico e televisivo, The Post può essere considerato uno spin off del Nixon di Oliver Stone e un prequel di Tutti gli uomini del presidente di Alan J. Pakula. La vicenda narrata all’interno del trentunesimo lungometraggio di Steven Spielberg (considerando soltanto quelli usciti per il grande schermo) è difatti inquadrata cronologicamente all’interno del primo mandato della presidenza di Richard Nixon ed è prodromica allo scoppio dello scandalo che porterà alle dimissioni di quest’ultimo per evitare l’impeachment, l’affaire Watergate, oggetto del film di Pakula e che viene citato nel finale della pellicola con una scelta stilistica che richiama quelle analoghe delle serie tv.

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