Su Netflix: Calibre, di Matt Palmer (recensione espresso)

È uno dei film più interessanti presenti sul catalogo Netflix, sebbene meno conosciuto rispetto alle opere più celebrate distribuite in esclusiva dal colosso dello streaming. Calibre, film britannico diretto da Matt Palmer, è un thriller abbastanza classico nell’impostazione, ma anche nel soggetto, che richiama eco dostoevskijane.

Una battuta di caccia tra due amici, organizzata in un bosco delle Highlands scozzesi, finisce nel peggiore dei modi e i tentativi di sistemare il guaio genereranno grossi problemi con la comunità locale, molto chiusa nei confronti dei forestieri.

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touch of modern: Omicidio a luci rosse, di Brian De Palma

Febbraio è stato il mese degli Oscar, ma è stato – almeno nella blogosfera – anche il mese del doppio per un’iniziativa lanciata dal blog Letture Pericolose e ripresa, tra gli altri, da nonquelmarlowe, Il Zinefilo e Cinecivetta. Sì, ok, febbraio è finito, ma qui si era impegnati con gli Oscar e comunque – come è giustamente stato fatto notare – perché non raddoppiare il mese del doppio?

Quando si pensa al tema del doppio nel mondo del cinema non può non venire in mente Hitchcock, ma anche – e forse soprattutto – non può non venire in mente Brian De Palma, uno che di Hitchcock era discepolo fedele, uno che sul tema del doppio ci ha costruito mezza carriera. Tra i film dedicati dal regista di origine italiana a questo tema non può non emergere quella che è anche una delle sue opere più interessanti, Omicidio a luci rosse.

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Al cinema: Glass, di M. Night Shyamalan (no spoiler)

Tocchiamola piano fin da subito: Shyamalan ha fallito clamorosamente. E le radici di questo delitto perfetto che si chiama Glass sono da ricercare negli ultimi dieci secondi di Split, in quell’epilogo con cui il regista di origine indiana ha voluto sacrificare un’opera di assoluto valore (parlo di Split) sull’altare della sequelizzazione. Perché al giorno d’oggi se non fai una trilogia non sei nessuno e Shyamalan non avrà voluto essere da meno quando ha pensato di collegare quel film su un criminale affetto da un disturbo dissociativo dell’identità ad una sua precedente opera in cui trattava – in maniera interessante, c’è da dire – il tema del supereroe, quando ancora non era inflazionato come ai giorni nostri (correva l’anno 2000).

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Quell’assurda decina: #8 – A Scanner Darkly – Un Oscuro Scrutare, di Richard Linklater

220px-A_Scanner_Darkly_PosterImmagina un film così ipnotico da sfumare sempre di più il limite tra la realtà e il sogno, privandoti di ogni punto di riferimento all’interno del suo mondo alienante e sconvolgente. Un mondo dove la realtà che ti crei sinteticamente nel tuo cervello diventa più vera di quella che puoi sperimentare con i tuoi sensi, così anestetizzati da non riuscire più a distinguere un’allucinazione da una percezione, un pensiero da un fatto. Direttamente da uno dei capolavori di Philip K. Dick, Richard Linklater realizza A Scanner Darkly – Un Oscuro Scrutare, un delirante thriller visionario che parte da presupposti molto semplici per mettere in scena la lenta dissoluzione dell’identità individuale a opera di droghe e tecnologie sempre più invadenti e disumanizzanti in un futuro così vicino da essere già presente, come testimonia la sua natura semiautobiografica.

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Al cinema: Widows – Eredità Criminale, di Steve McQueen

Widows_(2018_movie_poster)Cinque anni dopo l’incredibile successo di 12 Anni Schiavo, che vinse l’Oscar come Miglior Film nel 2014 e gli valse una nomination come Miglior Regista, Steve McQueen torna al cinema alzando ancora di più una posta in gioco che si era già dimostrata molto alta nelle sue opere precedenti. Con Widows – Eredità Criminale, McQueen firma la sua opera più ambiziosa, una sorta di film fiume intende abbracciare una dimensione vastissima e ampliare il proprio orizzonte in modo esponenziale; un intento che però, purtroppo, non raggiunge in pieno il suo obiettivo.

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touch of modern: Cani arrabbiati, di Mario Bava

caniarrabbiati_locandinaUna eterna maledizione stabilisce che molti grandi artisti debbano venir compresi solo dopo, da morti. Un altro adagio ancora più antico recita che nemo propheta in patria. Insomma il geniale effettista, direttore della fotografia e provetto regista Mario Bava le ha provate tutte per accontentare la severa critica italiana, ma ha sempre trovato più sopracciglia alzate che applausi. Oggi, grazie a una riesumazione globale e massiva del cinema di genere da parte della cinefilia più militante, perorata da potentissimi tycoon del calibro di Quentin Tarantino, lui come numerosi altri prìncipi del cinema di serie B è stato assurto al rango di vero e proprio oggetto di culto.

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Al cinema: Soldado, di Stefano Sollima

Locandina SoldadoPartiamo dalle cose positive: ci sono ancora (rispetto a Sicario) Benicio del Toro e Josh Brolin. Un duo collaudato ed estremamente efficace, soprattutto se calati in ruoli che sembrano fatti apposta per loro, come in questo caso. Poi, la sceneggiatura è ancora una volta di Taylor Sheridan, il quale, giunto al suo quarto script, si conferma uno degli screenwriter più interessanti di questi ultimi anni, capace come pochi altri di leggere il mito della frontiera in chiave moderna.

E poi ci sono le notizie negative. Tipo che non c’è più Emily Blunt e chiunque abbia un po’ di cuore dovrebbe dolersene.

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oldies but goldies: Che fine ha fatto Baby Jane?, di Robert Aldrich

Che-fine-ha-fatto-Baby-Jane-Bette-Davis 3Il 9 agosto di cento anni fa nasceva a Cranston, Rhode Island, Robert Aldrich. Un regista che raggiunse l’apice della carriera nella Hollywood degli anni Cinquanta e Sessanta, quando diresse la maggior parte dei suoi film più celebri. Dopo aver esordito col western, Aldrich esplorò gli altri generi cinematografici, passando al noir, al war movie e al drammatico. I suoi film più conosciuti sono sicuramente Che fine ha fatto Baby Jane?, del 1962, e il cult antimilitarista Quella sporca dozzina, uscito cinque anni dopo. Di quest’ultimo hanno parlato in maniera oltremodo esaustiva i colleghi de Il Zinefilo, ove è stato presentato un eccellente articolo che ripercorre le influenze sul soggetto di The Dirty Dozen, e de La Bara Volante, con una recensione che se non può essere considerata quella definitiva poco ci manca.

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Al cinema: Hereditary – Le Radici del male, di Ari Aster

Hereditary

L’horror sta rivivendo una specie di rinascimento, o almeno questa è la mia impressione. Accanto ai vari remake di personaggi iconici dei decenni passati, infatti, stanno vedendo la luce una serie di pellicole originali decisamente interessanti che urlo dopo urlo scrivono sotto ai nostri occhi la storia di un genere che, forse molto più altri, rischia velocemente di diventare asfittico e bisognoso di aria fresca. A tenere alta la fiaccola dell’horror ci pensa ora Hereditary, opera prima del regista Ari Aster, sicuramente una personalità da tenere d’occhio in futuro.

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