Al cinema: Bohemian Rhapsody, di Bryan Singer (e Dexter Fletcher)

È sicuramente uno dei film più attesi del 2018 e i primi dati degli incassi (quasi 3 milioni e mezzo di euro nei primi tre giorni di proiezioni) stanno dando ragione a chi lo riteneva tale. Bohemian Rhapsody racconta la storia del gruppo inglese dei Queen, dalla loro formazione, nel 1970, ad uno dei momenti più alti raggiunti dalla band, la partecipazione al concerto di beneficenza Live Aid tenutosi a Wembley nel 1985. È un film sui Queen, ma è anche e soprattutto un film sul frontman del gruppo Freddie Mercury, che amava definirsi il solista più che il leader della band.

I Queen sono stati uno dei gruppi di maggior successo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, ragion per cui l’approccio ad un film come Bohemian Rhapsody può avvenire essenzialmente in tre modi.

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Al cinema: Widows – Eredità Criminale, di Steve McQueen

Widows_(2018_movie_poster)Cinque anni dopo l’incredibile successo di 12 Anni Schiavo, che vinse l’Oscar come Miglior Film nel 2014 e gli valse una nomination come Miglior Regista, Steve McQueen torna al cinema alzando ancora di più una posta in gioco che si era già dimostrata molto alta nelle sue opere precedenti. Con Widows – Eredità Criminale, McQueen firma la sua opera più ambiziosa, una sorta di film fiume intende abbracciare una dimensione vastissima e ampliare il proprio orizzonte in modo esponenziale; un intento che però, purtroppo, non raggiunge in pieno il suo obiettivo.

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Al cinema: First Man – Il Primo Uomo, di Damien Chazelle

locandinaQuando è stata diffusa la notizia che Damien Chazelle avrebbe diretto il biopic su Neil Armstrong si è scatenata l’ilarità generale: dopo ben tre film musicali, le malelingue dissero che il regista Premio Oscar per La La Land avesse sbagliato Armstrong e si ritrovasse ora costretto a raccontare la storia di un astronauta invece di quella di un jazzista. Mentre tutti ridevano, però, Chazelle ha lavorato, e il risultato è First Man, un film capace di segnare un punto fisso all’interno della sua filmografia funzionando come spartiacque tra una produzione segnata dal cinema di genere, quello musicale, e una invece interessata a raccontare storie molto diverse sebbene con un occhio di riguardo agli elementi che hanno reso perfettamente riconoscibili i suoi film, primo tra tutti l’attenzione maniacale rivolta al sonoro.

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Al cinema: Halloween, di David Gordon Green (con un confronto con i film di John Carpenter e Rob Zombie)

220px-Halloween_(2018)_posterCon una mossa di marketing ardita al punto da sfiorare l’avanguardia, a fine Ottobre è uscito Halloween, ennesimo sequel del celebre franchise inaugurato da John Carpenter nel 1978. Una scelta che, sebbene non spicchi proprio per originalità, sicuramente ha premiato il film di David Gordon Green con l’incasso di apertura migliore di tutto il lungo franchise dedicato a Michael Myers, a testimoniare la curiosità generata da questa operazione. Green, infatti, decide di ignorare tutto quanto realizzato negli ultimi quarant’anni, ritornando alle radici dei personaggi e della storia; tutti i sequel, i reboot, i remake, i sequel di remake e remake di sequel vengono dimenticati, come se non fossero mai esistiti, per realizzare un sequel diretto del film capostipite, cancellando con un colpo di spugna una continuity elefantiaca e all’interno della quale è sempre più complicato orientarsi.

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Al cinema: Funeralopolis – A Suburban Portrait, di Alessandro Redaelli

locandinaDunque. Io ero in questo cinema che attendevo di entrare, e cominciano ad arrivare punkabbestia, o non so che, ma tanto io mi metto davanti, e c’è un preciso momento in cui ho avuto l’impressione di trovarmi in prima fila solo (oh, aver gente accanto al cinema è insopportabile dai), con dietro tutte file di punkabbestia, o non so che. Il film è una specie di documentario, o non so che, il regista ha seguito per un anno e mezzo le vite di Vash(ish) e Felce.

Vash e Felce sono due rapper horrorcore, che non so cosa sia, direi una roba con barre del tipo vado a puttane/ti stupro il cane, mondo rapina/con l’eroina di Bresso, cioè no dico dai, Bresso, archetipica località dell’infinito (e infinitamente brutto) hinterland milanese (ciao a tutti quelli che leggono dall’hinterland milanese, vi si lovva), palazzoni popolari e disagio.

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Al cinema: Soldado, di Stefano Sollima

Locandina SoldadoPartiamo dalle cose positive: ci sono ancora (rispetto a Sicario) Benicio del Toro e Josh Brolin. Un duo collaudato ed estremamente efficace, soprattutto se calati in ruoli che sembrano fatti apposta per loro, come in questo caso. Poi, la sceneggiatura è ancora una volta di Taylor Sheridan, il quale, giunto al suo quarto script, si conferma uno degli screenwriter più interessanti di questi ultimi anni, capace come pochi altri di leggere il mito della frontiera in chiave moderna.

E poi ci sono le notizie negative. Tipo che non c’è più Emily Blunt e chiunque abbia un po’ di cuore dovrebbe dolersene.

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Al cinema: Venom, di Ruben Fleischer

54617Con il panorama cinematografico sempre più invaso da supereroi fagocitati in continuity sempre più lunghe e affollate, è rinfrescante, quasi, trovare un prodotto che non sia legato ad altre decine di film masi mantenga perfettamente in piedi da solo. Al tempo stesso, è quasi palpabile il panico dei produttori, che vedono sempre più assottigliarsi il numero di eroi di cui ancora non esiste una trasposizione filmica; in preda a delirio creativo compulsivo, ecco quindi rispolverare il personaggio di Venom, già sfruttato al cinema nel 2007 come villain del controverso Spider-Man 3 di Sam Raimi e ora protagonista di un film tutto suo. Giunti a questo punto, però, il pubblico è piuttosto smaliziato, per cui una decisione urgeva di essere presa: seguire il modello spensierato del Marvel Cinematic Universe, o aderire a quello più sofferto inaugurato l’anno scorso con Logan? La risposta sembrava ovvia, dal momento che il protagonista è un antieroe, per tacere della sua natura mostruosa, ma Ruben Fleischer ci prende tutti contropiede realizzando una commedia. Go figure.

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i top & flop del trimestre (termometro delle sale luglio/settembre 2018)

termometro top&flopC’è una novità nel nostro #termometrodellesale, lo strumento con cui analizziamo il consenso del pubblico e della critica per i film usciti recentemente al cinema. Nell’occuparci dei film che abbiamo visto e recensito da luglio a settembre, nonché di quelli più visti nelle sale italiane nello stesso periodo, abbiamo infatti aggiunto un nuovo sito da cui estrapolare i giudizi, così da rendere il voto medio ancor più significativo. Siamo dunque passati da 6 a 7 siti italiani e internazionali di cinema (ai già presenti IMDb, Rotten Tomatoes, Metacritic, MyMovies, ComingSoon e NientePopcorn si è aggiunto Film TV).

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Al cinema: L’uomo che uccise Don Chisciotte, di Terry Gilliam

LUOMOCHEUCCISEDONCHISCOTTE_poster_ita¡Que viva Terry Gilliam! Evviva la sua ostinata determinazione, il suo amore incondizionato per il cinema fantastico popolato da maschere e pupazzi, cartone e gesso, stracci e cianfrusaglie.  Non poteva esserci combinazione migliore di quella tra il suo stile eclettico e i toni del romanzo picaresco del Cervantes, in cui visione e follia tirano le fila della storia. E non poteva esserci impersonificazione migliore del Cavaliere dalla Triste Figura di Jonathan Pryce, credetemi ve lo dice uno che ha versato lacrime amare (sì insomma, si fa per dire) sulla mancata occasione di vedere Jean Rochefort in quei laceri panni. Era il 2002 quando uscì Lost in La Mancha, quel gioiellino di documentario (che è pure un po’ mock, ma va bene uguale) in cui vedevamo il magnifico profilo adunco dell’attore francese indossare il mitico bacile e impugnare la lancia di legno in sella a Ronzinante. Fu una chimera, una serie incredibile di iettature affossò quel progetto lasciando nel cassetto delle incompiute pure un Sancho Panza con la fisionomia zingaresca di Johnny Depp. Chissà come sarebbe stato quel film, viene da chiedersi: chissà se avrebbe raggiunto le altissime vette di questa sgargiante fenice che è la nuova opera di Gilliam.

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