Al cinema: Tenet, di Christopher Nolan (recensione espresso – no spoiler)

[Più che una recensione – per la quale in questo caso, più che mai, servirebbe una seconda visione – una serie di impressioni e riflessioni a caldo, rigorosamente in modalità no spoiler; anche perché fare spoiler di un film così, senza perdersi in almeno un paio di paginette (e senza perdere il lettore dopo poche righe), è davvero molto difficile…]

[1] Chissà cosa penserebbero i Lumière di Tenet. Del fatto che la loro intuizione – semplice, ma allora già geniale – illustrata in Demolition d’un mur, avrebbe potuto portare, oltre centoventi anni dopo, a quest’opera intricatissima e contorta, sicuramente avvincente, ma non di immediata comprensione.

Perché Tenet è un film che si divide tra un abstract che potrebbe tranquillamente sintetizzarsi in una ventina di parole, senza troppe difficoltà, e un intreccio che invece diventa estremamente complicato qualora si voglia tentare di scendere nei dettagli o illustrare come quella trama si dipana. Se mai ci fosse il bisogno di farlo.

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Al cinema: High Life, di Claire Denis

high_life_locLa settimana scorsa sono finalmente tornato al cinema, vedendo il mio primo film in sala da Febbraio; erano anni che non passavo così tanto tempo senza andare al cinema, ed è stata un’esperienza un po’ estraniante, il segno che effettivamente la vita sta tornando quella di prima, nonostante la mascherina che ho dovuto/scelto di tenere indosso per tutto il tempo. La sensazione di estraniamento dovuta all’essere in sala è stata pari solo a quella provocata dal film stesso, High Life, distribuito nel 2018 ma uscito in Italia solo ora, visto che siamo sempre sul pezzo e i prodotti più impegnativi li facciamo uscire quando possiamo essere più sicuri che nessuno li andrà a vedere, tipo in una combinazione tra post-pandemia globale e canicola agostana.

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Al cinema: Gamberetti per tutti, di Cédric Le Gallo e Maxime Govare

Volevo scrivere un pezzo sul fatto che al momento in sala ci sono praticamente solo film francesi o francofoni. E io, mannaggia o’ putipù (cit Zorry Kid), li ho visti quasi tutti. Uno (L’anno che verrà) mi è addirittura partito a tradimento, ero andato a vedere un film svedese (o perlomeno ugrofinnico). Esco a chiederne conto e mi dicono “eh c’è un errore nella programmazione, quello non l’abbiamo”; quindi son rientrato e ad un certo punto un omino del cinema mi è comparso accanto e mi ha dato un biglietto omaggio. Che non so dove sia finito, ma inzomma. Beh era una merda.

Quindi dicevo che volevo, ma in realtà si sarebbe ridotto a un luogo zeppo di parole e lamentele per quanto siano brutti ormai i film di Xavier Dolan, e se non si sia a questo punto bruciato tutto il capitale di credibilità e aspettative che si era costruito coi suoi primi film al fulmicotone. Diciamo fino a Mommy? Cioè basta no? Oppure: a che punto diciamo basta? E su quanto fosse brutto pure L’anno che verrà, anche se ho sentito di gente a cui piace.

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NON Al cinema ma in streaming: Favolacce, dei fratelli D’Innocenzo

Enorme si fa una fatica, di questi tempi di non uscite cinematografiche, a trovare qualcosa di diverso dalla commedia italiana, o dal film blockbuster che mi ero bucato al cinema. Per cui, e per la prima volta perché sono tirchio, ho dato ben 8 sacchi alla sala e al film dei fratelli D’Innocenzo uscito in streaming saltando la sala. Sono abituato ad andare al cinema a circa 4, per cui 8 per un film in streaming è iperspazio. Ma sosteniamo blabla.

Siamo in un luogo dell’anima (molle) del Paese, Spinaceto, che se ho ben capito esiste, ma un po’ non esiste perché è ovunque e da nessuna parte, periferia di Roma. Del tipo ahò, ma non proprio burini. Compariva tra l’altro in Caro diario. In questa sorta di microcosmo, scaturito dalla rigorosa disposizione delle villette a schiera, si susseguono alla rinfusa le storie di tre famiglie, più qualche personaggio satellite.

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Al cinema: Memorie di un assassino, di Bong Joon-ho

Parasite ha vinto, e questo fatto che tutti ora parlino di film coreani è molto, molto cool. E si elettrizzano per i momenti di iperviolenza, ma quanto sono pucci? Grazie a Hollywood che, per una convenienza sua che evidentemente prima non c’era, ha premiato il film di Bong Joon-ho, e tralasciamo il fatto che il cinema coreano spacca il culo a tutti dagli anni 2000 e io è almeno da Primavera estate autunno inverno… e ancora primavera che propongo (la proposta non ha mai varcato la soglia di camera mia) di deviare tutti i soldi del cinema italiano al cinema sudcoreano. Tra l’altro, ho trovato il modo di saper pronunciare il nome di questo regista, e fare la figura dei fighi negli ambienti trendy e/o radical chic, basta pensare che si sta dicendo “buongiorno!” BONG JOON-HO, KAFFE’’?!?1’1?

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Al cinema: Jojo Rabbit, di Taika Waititi

[Attenzione: spoiler diffusi]

Si apre e si chiude con due anacronismi musicali Jojo Rabbit. Si comincia con i Beatles e Komm, gib mir deine Hand versione in lingua tedesca di I Want to Hold Your Hand, cantata dagli stessi Fab Four. E già siamo dalle parti della trovata geniale, perché il pezzo – che nella versione in studio è stato inserito nella raccolta Past Masters – viene presentato in una registrazione live, con tanto di grida forsennate dei fan, mentre scorrono sullo sfondo le immagini di repertorio dei comizi hitleriani davanti a folle di componenti della Hitler-Jugend, la gioventù hitleriana. Accostare raduni nazisti e beatlesmania, due diverse – ma simili – espressioni di una manifestazione oceanica del consenso, è il primo escamotage degno di nota di un Taika Waititi che dopo la parentesi cinecomic di Thor: Ragnarok torna alla regia con un’opera liberamente tratta dal romanzo Come semi d’autunno di Christine Leunens.

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Al cinema: 1917, di Sam Mendes

E’ quasi inevitabile che le discussioni attorno a quest’opera si incentrino principalmente su questioni tecniche: i due piani sequenza di cui si compone il film; gli stacchi fittizi (à la Hitchcock) all’interno di essi; la mobilità della macchina da presa. Discorsi sicuramente necessari, ma che non devono far perdere di vista il fatto che Mendes usi questi espedienti non come mero esercizio di stile, bensì per rincorrere – a suo modo – la chimera della piena immersione dello spettatore nell’opera, con risultati straordinari.

Le carrellate nelle affollatissime trincee sono debitrici di Kubrick e del suo Paths of Glory, è innegabile. Come è innegabile che con quelle lunghe camminate Mendes ci scaraventa dentro quelle trincee in una sorta di tapis-roulant interattivo, che certe moderne tecnologie di realtà virtuale avrebbero solo da imparare.

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Al cinema: Sorry We Missed You, di Ken Loach

Ennesimo film #maiunagioia di un allegro inverno – l’altro è A marriage story, il film che sto sconsigliando di vedere a tutte le persone accoppiate: incluso il protagonista Ricky, roscio molto this is England, che dopo anni di lavori nell’edilizia e sulla scia della crisi del 2008 si butta nella gig economy, chiede alla moglie Abby di vendere la macchina per poter comprare un furgone ed entrare nel rutilante mondo dei corrieri Amazon, dove ognuno è come se lavorasse in proprio; nel senso che tutti i cazzi sono suoi ma ha comunque qualcuno dall’alto (il capo spesso e cattivo del magazzino di spedizioni e l’onnipresente scanner elettronico) che regolano la sua vita. A te i rischi, a noi il guadagno. Amazon non è ovviamente citata. Abby fa l’infermiera a ore, in giro per tutta la giornata a ripulire/aiutare vecchi e disabili, a cui vuole anche un po’ di bene. Che in questo mondo qua mh, signò, non so se sia consentito. Abbiamo due figli, Seb, bravo ragazzo ma very stupido (del resto già il padre non è una cima), appassionato di bigiare scuola e graffiti, e Liza Jane, 11 anni. Genio. Per me la famiglia doveva riunirsi, e poi far decidere tutto a lei, che è l’unica sensata. Pure sulla Brexit, doveva votare solo lei. Io con Liza Jane ho pianto.

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i Top & Flop del 2019 (speciale Termometro delle sale)

Come dicevamo qualche giorno fa, è tempo di bilanci di fine anno e tra di essi non poteva mancare il resoconto dei Top & Flop del 2019 secondo il nostro #termometrodellesale, lo strumento con cui rileviamo il consenso del pubblico e della critica per i film usciti al cinema.

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