Al cinema: The Deep, di Baltasar Kormákur

Heymaey è la più grossa della isole Vestmannaeyjar, subito sotto l’Islanda. Qui una notte del 1984 Gulli e altri amici suoi si preparano a partire l’indomani per qualche giorno di pesca, sbronzandosi abbomba. Al punto che bevono roba tirata fuori da taniche di benza eh.

Islanda anni ‘80, il regno delle camicie a scacchi e dei maglioni di lana grossa con disegni stupidi. Partono, tutto nella norma per un giorno, poi la sera la rete si incaglia, l’argano si rompe e la barca si rovescia. Marzo, fuori fa freschino, tipo -2° e l’oceano sui 5°. Sono in sei, tre muoiono subito annegati, schiantati o altro. Restano Gulli e Palli (gli altri erano Raggi ecc.) attaccati alla chiglia. Che fare, come si domandava quel tale. Mollano la chiglia e cercano di andare verso la costa. Uno sparisce, Palli, che era il suo amico d’infanzia, muore assiderato. Gulli resta solo, parla con i gabbiani, vede il faro e nuota, per circa 6-7 ore.

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Al cinema: Edison – L’uomo che illuminò il mondo, di Alfonso Gomez-Rejon

downloadSono uno spettatore semplice: vedo dei nomi sul cartellone, compro il biglietto e guardo il film. Questa abitudine, vedere dei film senza sapere altro che i nomi dei coinvolti, porta a volte a discrete sorprese, altre a cocenti delusioni, e a volte ancora verso film che non sai bene come giudicare: belli, sì, che ti intrattengono, ma che non riescono a toglierti di mente l’idea che si poteva fare di più. È esattamente questa l’impressione che mi ha lasciato Edison – L’uomo che illuminò il mondo, autoesplicativo titolo italiano scelto al posto del ben più evocativo The Current War, un biopic molto tradizionale che si concentra su uno degli snodi fondamentali della storia, che ha plasmato il mondo per come lo conosciamo oggi.

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Al cinema: Domino, di Brian De Palma

Nel travagliato crepuscolo della carriera di Brian De Palma viene ad aggiungersi un film disconosciuto, dopo una serie di pellicole di scarso successo o dalle tormentate vicende distributive. Domino è arrivato nelle sale soltanto a metà 2019, sebbene fosse in fase di post-produzione già sul finire del 2017 (o almeno: quando il Torino Film Festival dedicò a De Palma una retrospettiva, questi non poté accettare l’invito adducendo quella motivazione).

Una produzione internazionale, ma soprattutto danese (con la partecipazione di altri finanziatori europei provenienti da Francia, Italia, Belgio, Paesi Bassi), per una storia che racconta l’angoscia del Vecchio Continente negli anni del terrorismo e dell’ISIS, pur ipotizzando le vicende ambientate in un recente futuro.

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Al cinema: Welcome Home, di George Ratliff (recensione espresso)

Mi son fatto l’idea che la Ratajkowski sia un tantino sopravvalutata (sopravvalutata ma pulita, dato che si fa più di una decina di docce soltanto nei 90 minuti di Welcome Home).

Non per la recitazione (in quello si può definire una miracolata, più che una sopravvalutata).

È che non mi sembra questa incarnazione di Venere, come taluni vogliono farla passare. Fisico perfetto, quello non si discute. Ma talvolta ha questa espressione da ranocchietta (non voglio fare il difficile, sono libere considerazioni di un osservatore critico / oggettivo -o presunto tale-).

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Al cinema: La mia vita con John F. Donovan, di Xavier Dolan

Una giornalista riottosa intervista un affermato attore/scrittore/salcazzo in un caffè di Praga. Già così è assai bohemienne. Lui è Rupert Turner, e le racconta, da qui in avanti anzi già prima flash avanteindietro a manetta, del suo rapporto epistolare con il John del titolo, altro attore di successo, stavolta di serie per ragazzini, che Rupert a 11 anni idolatrava. Allora gli ha scritto, John ha risposto e si sono scritti per 3 anni. Fino a quando le lettere sono divenute di pubblico dominio, con relativo BOOM e crisi e pianti. Va da sé le storie corrono separate e parallele su due binari temporali. John ha una manager che cerca di contenerne gli eccessi, ma poi si stufa (ed è Kathy Bathes), una madre travolgente e beona (Susan Sarandon), una migliore amica che per tutto il mondo lui si scopa ma lui ovviamente è gay (perché altrimenti non sarebbe un film di XD. Che bello scrivere XD), e non può rivelare al mondo di esser gay perché altrimenti non sarebbe più l’icona sexy che è.

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Al cinema: Toy Story 4, di Josh Cooley (recensione espresso)

ToyStory4-Locandina-2Nel 1995, Toy Story ha fatto la storia dell’animazione: primo film realizzato interamente in computer grafica, ha aperto la strada a una rivoluzione che ha cambiato radicalmente l’immaginario animato. Allo stesso tempo, la storia dei giocattoli che cercano di ritornare dal loro bambino si è scavato un posto inalienabile nei cuori di tutti i fan, diventando probabilmente il franchise Pixar più amato di sempre. Per cui la domanda che frullava in testa a tutti era: è necessario un quarto capitolo? La risposta, piuttosto ovvia, è: chiaramente no.

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i top & flop del trimestre (termometro delle sale aprile/giugno 2019)

termometro top&flopDopo un primo trimestre molto deludente, il secondo trimestre 2019 ha registrato dati in leggero miglioramento, anche grazie all’uscita di alcuni film che hanno portato buoni incassi. Il 2019 ha ora messo la testa avanti rispetto al 2018, ma oggi, più che ai ricavi al botteghino, l’attenzione sarà rivolta al gradimento delle pellicole uscite nel trimestre, rispolverando il nostro #termometrodellesale, lo strumento con cui analizziamo il consenso del pubblico e della critica per i film usciti al cinema.

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Al cinema: Climax, di Gaspar Noé

Dapprincipio ci sono: musica già sulle immagini dei distributori/produttori (arte/wild bunch, quelle cose lì), titoli di coda. Così ce li siamo tolti dai piedi. Una donna bianca nella neve bianca tanta, mezza spoglia e tutta insanguinata, che fa l’angelo rosso. Gaspar Noé è quel tizio matto, ricordato dagli alterna-hipster soprattutto per Irreversible, che non ricordo, e Enter the void, che ricordo e mi aveva dato più fastidio che altro. Quel genere di film da vedere a ventanni (sic) e urlare WHOAAAAAAA. Sbrogliate le formalità, in un televisore incassato tra libri e vhs (siamo nel 1996) scorrono le interviste a un gruppo di giovani, ballerini urban (ma che cazzo significa? Insomma, no classici) più o meno francesi aggregati a una troupe per una tournée in America.

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Al cinema: X-Men: Dark Phoenix, di Simon Kinberg

X-Men-Dark-Phoenix-675x905È interessante notare come entrambe le saghe cinematografiche dedicate ai mutanti creati da Stan Lee abbiano deciso di concludersi adattando per il grande schermo la Saga di Fenice Nera, uno degli eventi fumettistici più famosi e amati della lunga produzione Marvel. Segno, sicuramente, di quanto questo arco narrativo sia stato fondamentale per la storia degli X-Men, una storia a tratti controversa e che culmina con la prima delle molte morti di Jean Grey, segnando un punto fisso nella cronologia della serie, e forse del fumetto in generale. È ugualmente interessante vedere però come, in entrambe le sue versioni cinematografiche, questa Saga non sia riuscita ad avere il trattamento che merita, dando vita a film pasticciati e poco riusciti: X-Men: Dark Phoenix non riesce infatti a risollevare le sorti della Fenice cinematografica, già bistrattata in X-Men: Conflitto Finale, presentandosi come un adattamento fiacco e poco ispirato di un ottimo materiale di partenza.

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