Al cinema: Sorry We Missed You, di Ken Loach

Ennesimo film #maiunagioia di un allegro inverno – l’altro è A marriage story, il film che sto sconsigliando di vedere a tutte le persone accoppiate: incluso il protagonista Ricky, roscio molto this is England, che dopo anni di lavori nell’edilizia e sulla scia della crisi del 2008 si butta nella gig economy, chiede alla moglie Abby di vendere la macchina per poter comprare un furgone ed entrare nel rutilante mondo dei corrieri Amazon, dove ognuno è come se lavorasse in proprio; nel senso che tutti i cazzi sono suoi ma ha comunque qualcuno dall’alto (il capo spesso e cattivo del magazzino di spedizioni e l’onnipresente scanner elettronico) che regolano la sua vita. A te i rischi, a noi il guadagno. Amazon non è ovviamente citata. Abby fa l’infermiera a ore, in giro per tutta la giornata a ripulire/aiutare vecchi e disabili, a cui vuole anche un po’ di bene. Che in questo mondo qua mh, signò, non so se sia consentito. Abbiamo due figli, Seb, bravo ragazzo ma very stupido (del resto già il padre non è una cima), appassionato di bigiare scuola e graffiti, e Liza Jane, 11 anni. Genio. Per me la famiglia doveva riunirsi, e poi far decidere tutto a lei, che è l’unica sensata. Pure sulla Brexit, doveva votare solo lei. Io con Liza Jane ho pianto.

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i Top & Flop del 2019 (speciale Termometro delle sale)

Come dicevamo qualche giorno fa, è tempo di bilanci di fine anno e tra di essi non poteva mancare il resoconto dei Top & Flop del 2019 secondo il nostro #termometrodellesale, lo strumento con cui rileviamo il consenso del pubblico e della critica per i film usciti al cinema.

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i top & flop del trimestre (termometro delle sale ottobre/dicembre 2019)

termometro top&flopCome alla fine di ogni trimestre (e in attesa di fornirvi l’analisi relativa all’anno che si è appena concluso), anche questa volta giunge puntualmente a darci alcune indicazioni sul gradimento delle pellicole uscite sul grande schermo il nostro #termometrodellesale, lo strumento con cui analizziamo il consenso del pubblico e della critica per i film distribuiti nei cinema della penisola.

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Al cinema: Dio è donna e si chiama Petrunya, di Teona Strugar Mitevska

Petrunya è una trentaduenne macedone di Štip, ragazzona in carne, avvezza alle lunghe dormite e priva di legami sentimentali. Vive coi genitori e non ha un lavoro. Nemmeno l’intercessione di amici e parenti riesce a farle superare questa sua condizione di disoccupata di lungo corso: ha una laurea in storia, non ha esperienza e, soprattutto, non è abbastanza attraente da farsi desiderare dal capetto di turno, disposto – solo previo ottenimento delle grazie delle candidate – a concedere posti da segretaria in una fabbrica tessile non molto dissimile da una manifattura di Changzhou.

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Al cinema: Frozen II – Il Segreto di Arendelle, di Chris Buck e Jennifer Lee

locandina1Tra i Classici Disney dell’ultimo decennio, Frozen è stato l’unico ad avere avuto la forza di imporsi come un vero e proprio cult, un autentico fenomeno che ancora oggi, a sei anni di distanza dall’uscita del film, resiste tenacemente. I personaggi del film sono ancora ovunque, le canzoni ancora celebri, il merchandise inesauribile; insomma, le principesse di Arendelle sono diventate delle vere icone pop, amate da un pubblico tanto vasto quanto eterogeneo. Il merito è essenzialmente della storia che le ha viste protagoniste, un film imperfetto, certo, ma che ha saputo parlare indifferentemente a bambini e adulti grazie al suo messaggio di autoaccettazione delle proprie capacità e differenze. Nel corso degli anni, la Disney ha cavalcato l’onda del consenso popolare con due cortometraggi, Frozen Fever e Le Avventure di Olaf, che hanno proseguito la storia dei protagonisti e ampliato la mitologia del loro mondo; fino a oggi. Frozen II – Il Segreto di Arendelle è il 58° Classico Disney, e si propone di replicare il successo del film originale riprendendone tutti gli elementi che lo hanno reso così amato, dimenticandone però il cuore, per quanto ghiacciato.

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Al cinema: La Belle Époque, di Nicolas Bedos

Pensavo a come sarà triste, e se ci arriviamo, quando non ci sarà più l’ennesimo riconoscibilissimo prima del film trailer del prossimo Woody Allen. Basta sentire 8 parole, io manco li guardo i trailer.

Siamo a Pa-boh-Francia, Marianna (Fanny Ardant) e Victor (Daniel Auteuil, che compete nel prestigioso contest per il cognome contenente il maggior numero di vocali) sono una coppia agée, e bisticciano in continuazione. Lui è un fumettista disoccupato e odia la tecnologia, oltre alle stupide serie tv prodotte dal figlio uscito da una pubblicità californiana, e si lamenta della metà di tutto. Lei è psicologa con tanta voglia di vivere, come si dice nelle descrizioni in chat, ama viaggiare e scoprire cose nuove e blabla, odia lui, si addormenta con gli occhiali VR addosso e si fa sbattere dal migliore amico di Victor, che per inciso lo ha anche licenziato.

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Al cinema: Doctor Sleep, di Mike Flanagan

downloadCerto che Mike Flanagan, quando si sceglie una scommessa, se la sceglie pesante. Dopo aver messo insieme una carriera di tutto rispetto sia al cinema che in televisione, Flanagan decide di gettarsi in un’impresa che avrebbe fatto tremare i polsi e gelare il sangue nelle vene a chiunque. Misurarsi con l’opera di Stephen King? Certo che no: prendere i fan e i cinefili di tutto il mondo per le corna. Non è un mistero che Shining, più che un film cult, sia diventato nel corso del tempo un monumento al cinema stesso, venerato dagli amanti del cinema come una religione, quasi; non sorprende quindi che la notizia di un film che avrebbe dato un seguito al capolavoro di Stanley Kubrick sia stata accolta con scetticismo (quando è andata bene) o come una blasfemia (troppo spesso). Poco importa che Doctor Sleep sia tratto da un romanzo di Stephen King, ad oggi l’unico ad avere effettivamente diritto di parola su Shining e la sua mitologia, e men che meno importava che Flanagan avesse già ampiamente dimostrato le sue capacità: Shining non si doveva toccare. C’era del fondamento in questi pregiudizi? Ovviamente no, e adesso andremo a vedere perché.

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Al cinema: Psicomagia – Un’arte per guarire, di Alejandro Jodorowski

Un uomo complessato perché il padre lo malmenava da piccolo viene mezzo seppellito vivo su uno scenario di colline. La testa protetta da una bolla di vetro traforata e lasciata fuori, sulla terra viva si sparge carne morta. Decine di avvoltoi arrivano al banchetto.

Alejandro Jodorowski è matto ma lo è da mo’, ora è un anziano matto e da anni si è inventato la psicomagia. La psicomagia vuole curare i traumi della vita delle persone da un binario parallelo alla psicoanalisi freudiana: come quella è basata sulla parola e sul raziocinio, la psicomagia punta forte sull’azione volta a colpire il vissuto e l’inconscio del soggetto, a risvegliare ricordi e curare delusioni seppellite nella memoria.

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Al cinema: Joker, di Todd Phillips

Non è un caso che Todd Phillips abbia voluto Robert De Niro nel suo Joker. Perché quest’opera così meravigliosamente atipica nel mondo dei cinecomic è debitrice, in modo abbastanza evidente, di due pellicole che hanno visto protagonista l’attore italoamericano: Taxi Driver, per l’impianto su cui viene costruita la caratterizzazione di Arthur Fleck e per il modo con cui viene descritta la sua deriva verso la follia, e Re per una notte, per il subplot che progressivamente si dipana fino ad assumere un ruolo fondamentale per il finale nichilista.

Del resto, Joker è un film fortemente scorsesiano, e non a caso Scorsese avrebbe dovuto produrre la pellicola, se poi non l’avesse lasciata alla sua collaboratrice Emma Tillinger Koskoff, che si è unita agli altri due produttori, Bradley Cooper e lo stesso Todd Phillips.

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