contemporary stuff: La fabbrica di cioccolato, di Tim Burton

Esistono dei film che tengono lo spettatore desto, in tensione ad essere precisi, dall’inizio alla fine della proiezione. E senza che sia versata una goccia di sangue o sparse frattaglie per terra.

Non si tratta, necessariamente, di un film horror, dove lo spettatore si aspetta di restare sveglio e in tensione, magari ad occhi soc-chiusi dalla paura.

Si tratta, piuttosto, di opere che vanno a colpire in modo subdolo lo spettatore, il quale non si rilassa, non si distende sulla poltrona del cinema o di casa per godersi lo spettacolo.

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contemporary stuff: Hunger Games, di Gary Ross (un approfondimento)

Esistono film che, per svariati motivi, non vengono compresi appieno. Non sto parlando di fraintendimenti evidenti, ma di temi che attraversano l’opera e non sono colti dalla critica o dal pubblico. Qualcosa che sfugge perché chi ha realizzato il film ha scelto di lasciarli sottotraccia, perché l’attenzione degli spettatori è catturata da argomenti più evidenti e chi doveva farli notare, la critica, non li ha colti, più o meno involontariamente.

Un esempio “storico” è Mary Poppins. La gagliarda tata, impersonata da una splendida Julie Andrews, è quanto di più singolare ci possa essere in una Londra imperiale: frequenta emarginati, persone anticonvenzionali e ha una visione molto critica del capitalismo finanziario.

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contemporary stuff: Dark Crystal, di Frank Oz e Jim Henson

51bkwnrflaLAnother world. Another time. In the age of wonder.

Un incipit fulminante per quello che è diventato, nel tempo, un piccolo cult degli anni Ottanta, quel decennio così pop che stanno rivivendo oggi un fortunato revival. Un decennio che rivive non solo nei ricordi e nella nostalgia, ma anche nelle operazioni creative in grado di recuperare le storie nate in quella decade per esplorarne maggiormente il mondo e la mitologia; è quello che si propone di fare Dark Crystal: Age of Resistance, la serie di Netflix che debutterà venerdì sulla piattaforma, ampliando l’universo narrativo di Dark Crystal. Quale occasione migliore, quindi, per recuperare il film di Jim Henson e Frank Oz?

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contemporary stuff: Il Traditore, di Marco Bellocchio

locandinaIo non amo i film sulla mafia, non perché pensi che non siano importanti, ma semplicemente perché mi fanno stare male. Sono storie che hanno il potere di accendere tutta la rabbia e l’odio che c’è in me, e che mi portano a pensare che una soluzione in stile Dexter non sarebbe poi così male come idea. Sono però storie fondamentali, che è necessario conoscere, soprattutto in un Paese come il nostro in cui anche, e soprattutto, la storia recente è spesso sconosciuta e ignorata, trascurando in modo imperdonabile eventi e personaggi che ancora oggi gettano la loro ombra sull’attualità, la cronaca e, purtroppo, la politica italiana. Questo è già un merito che Bellocchio deve vedersi riconosciuto parlando di Il Traditore, al quale si aggiungono, ovviamente, i pregi inconfutabili di un film bellissimo, tecnicamente impeccabile e impreziosito da un’interpretazione perfetta da parte della sua star.

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contemporary stuff: Free Solo, di Jimmy Chin e Elizabeth Chai Vasarhelyi

Può un documentario rivelarsi contemporaneamente uno dei thriller più intensi mai proiettati sul grande schermo? Sì, se racconta la vita e le avventure di Alex Honnold, arrampicatore e alpinista californiano divenuto famoso a livello globale dopo aver scalato in Free Solo la parete di El Capitan, nel Parco nazionale di Yosemite, il 3 giugno del 2017.

Free Solo documenta la preparazione e il compimento di quella storica ascesa, un’impresa folle già solo per il fatto di essere potenzialmente fatale. Nel Free Solo, del resto, non c’è margine di errore. L’arrampicata avviene senza l’ausilio di corde o imbragature, con le sole scarpette e il sacchetto porta magnesite allacciato attorno alla vita.

Alcuni passaggi sono di enorme difficoltà, con le dita delle mani o le punte dei piedi che si ancorano su frammenti di roccia di pochi centimetri.

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contemporary stuff: Mad Max Fury Road: Black and Chrome Edition, di George Miller

Quando ho scoperto che esisteva una versione cromata del film più tamarro del 2015 copiosamente ho cominciato a sbavare, con gli occhi a forma di cuore. Suppergiù come quando guardi una teglia di lasagne al forno (Sì, cromate e in b/n). Perché è tipo la sublimazione della tamarria di George Miller – che dà chiaramente alla testa (come la besciamella. Che è bianca. Coincidenze? Noi di US crediamo proprio di no u_u).

Futuro apoca-post-atomic-whathever, fra un po’, deserto argentato. Mad Max è tornato, e un sacco di stronzi che sono andati al cinema a vederlo e usciti urlando UAAAAARGH incensandolo sui soscial non avevano la più pallida idea dei film precedenti, e pensando che questo regista, questo Miller, fosse uno che arrivava dai cartoni animati. Maledetti, quando voi… al liceo scopavate io guardavo Mad Max. Ok non bisognerebbe essere intolleranti, ma sono di cattivo umore. Il buon Miller, oltre ai cartoni animati coi pinguini, è dal 1998 che cerca di fare questo film.

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contemporary stuff: Lazzaro Felice, di Alice Rohrwacher

Lazzaro-felice_Locandina-300x421Ormai ti ho già parlato infinite volte della scarsa lungimiranza che mi affligge e che mi porta a ignorare bellamente quelli che si rivelano poi essere dei grandi film. Mi è accaduta la stessa cosa anche con Lazzaro Felice: ci ho ronzato intorno per un po’, mi sono ripetuto un sacco di volte che dovevo vederlo, e poi l’ho lasciato andare senza mai preoccuparmi di recuperarlo. Per fortuna ci sono i premi, e dal momento che il film è candidato, tra le altre cose, come Miglior film ai David di Donatello 2019, ho deciso che era il momento di guardarlo. E finalmente, direi, perché Lazzaro Felice è un ottimo film di cui andare fieri.

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Speciale Oscar 2019: Opera senza autore, di Florian Henckel von Donnersmarck

Mi è capitato di citare Florian Henckel von Donnersmarck davanti a una ristretta compagine di gente mediamente acculturata, ancorché non cinefila. Ebbene, le espressioni sui visi dei miei interlocutori spaziavano da chi pensava che stessi parlando di un ministro di Bismarck, a chi invece era convinto che stessi facendo riferimento al colonnello della Wehrmacht che per poco non riuscì ad assassinare Hitler nel ‘44. In pochi conoscono infatti il regista di questo Opera senza autore, titolo oltremodo accurato sotto questo profilo.

Eppure è difficile che un nostro contemporaneo non abbia visto almeno una delle pellicole dirette da questo regista, che pure aveva girato – prima di Werk ohne Autor – soltanto due film.

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Addio a Bruno Ganz: La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler, di Oliver Hirschbiegel

Berlino è la città in cui sono ambientati i due film per i quali era maggiormente conosciuto, e proprio mentre si svolgeva la sessantanovesima Berlinale è giunta la notizia della morte di Bruno Ganz, attore svizzero di madre italiana nato a Zurigo il 22 marzo del 1941.

La Berlino grigia e malinconica di Wim Wenders in Der Himmel über Berlin (Il cielo sopra Berlino), il film che ha consacrato Ganz a livello internazionale con il ruolo da protagonista dell’angelo Damiel.

E la Berlino del 1945, devastata e circondata dai russi, di Der Untergang, il film scelto per ricordare questo grande interprete del cinema europeo.

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