contemporary stuff: I Cormorani, di Fabio Bobbio

Quanti film sull’adolescenza abbiamo già visto? Tanti, direi; forse troppi, soprattutto visto quanti di questi riescono effettivamente a cogliere il soggetto che intendono rappresentare. L’errore è piuttosto comune: un regista decide di fare un film sui giovani perché “li capisce”, salvo poi scoprire, a film ultimato, di non avere capito niente, ed ecco quindi arrivare i cliché, i luoghi comuni, sempre gli stessi personaggi a parlare sempre delle stesse dinamiche con parole molto simili ogni volta. Forse il problema è proprio questo, di voler sempre parlare, raccontare, spiegare, quando in realtà sarebbe sufficiente fermarsi a osservare; ed è qui che arriva Fabio Bobbio con I Cormorani, il suo film di debutto.

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contemporary stuff: High Rise – La rivolta, di Ben Wheatley

Nella primavera del 2015, durante un corso di scrittura creativa, mi era stata consigliata la lettura del libro Il condominio di James Graham Ballard (1930-2009).

L’autore, celebre scrittore di fantascienza britannico, aveva descritto nella sua opera la discesa negli abissi della follia e della violenza degli abitanti di un lussuoso condominio, concepito per offrire ogni genere di servizio. Una struttura che, invece, si era rivelata incapace di assicurare ai suoi inquini i servizi minimi necessari per garantire una convivenza civile.

All’epoca, da appassionato lettore di Science Fiction, avevo trovato il libro interessante, nella trama e nello stile, ma un pochino datato, figlio di quelle atmosfere surreali, molto british, degli anni ‘70 (il romanzo era uscito nel 1975 con il titolo High Rise).

Mi ero sbagliato. E di molto.

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contemporary stuff: Arca russa, di Aleksandr Sokurov

Uno schermo nero e una voce fuori campo:

Apro gli occhi e non vedo niente.

Niente finestre, niente porte. Ricordo… ricordo che è accaduta una disgrazia e… tutti fuggivano per mettersi in salvo, ognuno come poteva. Quanto a me… non ricordo, no”.

E all’improvviso sullo schermo appare un gruppo di persone, ufficiali in alta uniforme e donne magnificamente vestite, che stanno scendendo da una carrozza. Sono euforici, scherzano affettuosamente fra loro.

Che strano, dove sono? Dagli abiti si direbbe il 1800. Interessante! Dove andranno così di fretta?

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contemporary stuff: Shark – Il primo squalo, di Jon Turteltaub

Ci sono un nero, un indiano, un cinese… no, non è l’inizio di una barzelletta ma il vademecum dei responsabili del casting del cinema contemporaneo, che per essere politically correct e puntare ad incassi globali devono ormai seguire regole ferree di ingaggio degli attori. Il ruolo del protagonista, ovviamente, resta affidato al wasp di turno, il macho Jason Statham, abbastanza convincente nella parte di ribelle e scazzato, impavido e temerario esperto di soccorso sottomarino. Al suo fianco la quota rosa asian Li Bingbing, che i suoi quarantacinque anni se li porta benissimo e deve essere quanto di più vicino al concetto di gnocca per un orientale. La quota rosa wasp Jessica McNamee, ossia la bambola bionda che non può mai mancare. La quota rosa indie Ruby Rose, che in Australia deve essere una celebrità e che rappresenta la gggiovane alternativa. E poi, per l’appunto, il campionario di etnie, ognuna delle quali ha i suoi warholiani quindici minuti di celebrità: l’afroamericano Page Kennedy; un altro cinese, Winston Chao (nome grandioso, half british, half chinese, con un pizzico di retrogusto vintage su due ruote); Cliff Curtis, neozelandese di origine maori, ma dai chiari connotati indiani, per strizzare l’occhio al quinto della popolazione mondiale che il mercato hollywoodiano ancora non riesce a conquistare; il giapponese Masi Oka; e visto che alla produzione hanno voluto veramente esagerare c’è pure il nordico Ólafur Darri Ólafsson, di chiare origini islandesi.

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contemporary stuff: Castaway On The Moon, di Hae-jun Lee

Oh, anche qui, si chiamano tutti Kim. Kome non adorare i Koreani. In principio, Kim è uno sfighimpiegato, vagamente s’intende che ha perso il lavoro impettito e la tipa l’ha lasciato, insomma, una giornata di merda. Siamo a Seul, che dev’essere un bel posto sotto certi punti ma sotto altri no: Kim sale su un ponte sul fiume Han e si butta. Malheureusement, o per fortuna, visto che non son passati 5 min, non muore, e si risveglia tempo dopo su una spiaggia. La corrente lo ha trascinato su di un isolotto disabitato e incolto, cui poggia uno degli altissimi piloni di un ponte. Come un naufrago nell’oceano, ma a mezzo chilometro dalla civiltà, pur non potendola raggiungere. Ovviamente il cellulare è scarico e lui non sa nuotare. Mi impicco alla cravatta? Poi ci ripensa, e comincia a mangiare funghi. Per settimane mangia funghi, e ci ripensa. Inizia a trasmutare, dal civile al naturale: non si sta poi così male, quaggiù. Il fiume porta mille violini suonati dal vento, e regali di spazzatura riutilizzabili, tra cui una barchetta a forma di papero sorridente, da trasformare in giaciglio. Nella solitudine ritrova il piacere delle cose piccole e blabla, e decide di piantare del grano per ottenere della farina per cucinare dei noodles. Dove trovare i semi per il grano se non nel guano degli uccelli? E così via, sempre più Robinson C, con all’orizzonte lo skyline della città. Sì ok, i palazzi, i vetri e tutto, ma stammi lontano.

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contemporary stuff: Reality, di Matteo Garrone

Luciano, pescivendolo napoletano che arrotonda il salario grazie ad un traffico illegale di robot da cucina, gestito insieme alla moglie, viene spinto dalla famiglia a tentare un provino per entrare nel Grande Fratello. Superate le prime fasi delle selezioni, Luciano è in attesa della chiamata che deve confermargli se è stato preso o meno nella trasmissione. Un’attesa che si trasformerà in un’ossessione patologica, mettendo in crisi il suo rapporto con la moglie, il suo lavoro e la sua sanità mentale…

Dopo il successo di Gomorra, Garrone rimane in Campania ma cambia registro, dedicandosi ad una commedia tragicomica, agrodolce, ma assolutamente efficace ed incisiva nel mostrare uno spaccato sempre più rappresentativo della società di oggi, quella di coloro che sono attratti dalla prospettiva del successo televisivo, incarnato dal fenomeno dei reality.

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contemporary stuff: Assassinio sull’Orient Express, di Kenneth Branagh

Dopo aver risolto con arguzia il mistero di un furto commesso a Gerusalemme, alla chiesa del Santo Sepolcro, il detective belga Hercule Poirot si mette in viaggio sull’Orient Express, ospite del suo amico Bouc, direttore del treno, per raggiungere Londra partendo da Istanbul. Durante il tragitto viene avvicinato da un losco figuro che afferma di essere stato minacciato di morte e che vorrebbe ingaggiarlo per proteggerlo e per scoprire chi gli manda le lettere minatorie che ha ricevuto. Ma quel tizio non piace per nulla a Poirot, che rifiuta l’incarico. Poco dopo, l’uomo viene trovato morto nella sua cabina e Bouc chiede al detective di indagare sull’accaduto. Il treno è fermo a causa di una valanga che ha bloccato i binari e Poirot è convinto di dover circoscrivere il novero dei sospettati ai componenti della carrozza in cui si trovava la vittima…

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contemporary stuff: Parada, di Srdjan Dragojevic

Durante le guerre in ex-Jugoslavia ogni popolo, serbi, croati, bosniaci e albanesi kossovari, aveva un insulto per gli altri. Tutti però, ci dice il prologo, usano la medesima parola per definire gli omosessuali. Traduciamola grosso modo con “checche”. Checche è la parola più usata del film, non hai idea di quanto sia usata, e finalmente un film sulle checche senza pietismo e gente triste complessata che fa difficili e strazianti coming out, il che sì, ok, ci sta, però ha anche un po’ rotto il cazzo. Francamente, io i festival del cinema LGBT non li reggevo più, eran tutti film uguali – e non è che tutti siano Xavier Dolan.

Sebbene ci sia comunque il personaggio che incarna tutto ciò, Mirko, pettinato malissimo e organizzatore di matrimoni, nonché attivista gay alle prese con l’organizzazione del primo Gay Pride di Belgrado. Contesto: appena voi checche provate a organizzare qualcosa di simile, dalle fogne usciamo in centinaia, se non migliaia, di dio-right-patria-skinhead-famiglia-nazi e vi riempiamo di botte. Che fare? La polizia, corrotta, gli ride in faccia e gli promette di non difenderli.

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contemporary stuff: L’imbalsamatore, di Matteo Garrone

Quarto lungometraggio di Matteo Garrone, L’imbalsamatore lancia definitivamente il regista romano nel panorama dei giovani su cui il cinema italiano è disposto a scommettere. Un’apertura di credito che Garrone saprà sfruttare alla grande, diventando in pochi anni uno dei cineasti di punta del cinema italiano del nuovo millennio.

La storia dell’imbalsamatore Peppino Profeta si ispira a una vicenda di cronaca sceneggiata dallo stesso regista con Ugo Chiti e Massimo Gaudioso. Una storia di degradante quotidianità in un contesto di disagio quale quello in cui vive il nano imbalsamatore Peppino, le cui tendenze omosessuali vengono a galla quando conosce il giovane e affascinante Valerio, che crede di aver trovato il modo di sbarcare il lunario con un lavoro che lo appassiona, ma non si avvede (o finge di non avvedersi) delle attenzioni che gli riserva il suo maestro e datore di lavoro.

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