Contemporary stuff: Elegia Americana, di Ron Howard

Si è un po’ tutti concordi, mi sembra, nel non considerare Elegia Americana un gran film, che se non altro ci regala la gag di trovare la stessa attrice, Glenn Close, candidata per lo stesso ruolo sia come Miglior attrice non protagonista agli Academy Awards, sia come Peggior attrice non protagonista ai Razzie Awards; un risultato non inedito ma che fa sorridere e getta luce sulla soggettività di certi giudizi anche in ambito ufficiale, figuriamoci su un blog. All’interno dello spettro di reazioni di fronte a Elegia Americana mi trovo verso l’estremo più accondiscendente: certo, non è un gran film e non credo lo si ricorderà a lungo, ma mi sono scoperto sempre più partecipe delle sorti dei personaggi man mano che i minuti passavano per cui non può essere davvero tutto da buttare.

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contemporary stuff: Wolfwalkers – Il Popolo dei Lupi, di Tomm Moore e Ross Stewart

wolfwalkers poster – Stanze di Cinema

Tra tutte le categorie degli Oscar, quella per il Miglior film d’animazione è per me sempre la più semplice nella quale scegliere un vincitore, e anche quest’anno non fa eccezione: Wolfwalkers – Il Popolo dei Lupi è il mio vincitore, quello che secondo me dovrebbe portosi a casa la statuetta per cui è nominato e anche tutte le altre, così, per sicurezza. Mi aspetto che vinca? Ovviamente no, sono sicuro che alla fine sarà Soul a essere premiato, ma a maggior ragione è necessario diffondere il verbo e far conoscere il più possibile questo film, un piccolo capolavoro dell’animazione europea in grado non solo di tenere testa alla concorrenza d’oltreoceano, ma di batterla, perfino.

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contemporary stuff: Zombie contro Zombie, di Shinichiro Ueda

Notte di Halloween, appuntamento classico con i film dell’orrore…Dolcetto o seghetto?

Vampiri, licantropi, zombie, mostruosità varie e tanta paura.

Ma dobbiamo proprio…spaventarci?

Deprimerci alla vista di tanto sangue (finto)?

E se volessimo, invece, visti i tempi, farci una bella risata liberatoria?

Sempre nel solco dell’horror, ovviamente!

Il film c’è e si chiama Zombie contro Zombie, un piccolo capolavoro del cinema indipendente nipponico, che ha riscosso premi e conquistato il pubblico di mezzo mondo.

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contemporary stuff: I Cormorani, di Fabio Bobbio

Quanti film sull’adolescenza abbiamo già visto? Tanti, direi; forse troppi, soprattutto visto quanti di questi riescono effettivamente a cogliere il soggetto che intendono rappresentare. L’errore è piuttosto comune: un regista decide di fare un film sui giovani perché “li capisce”, salvo poi scoprire, a film ultimato, di non avere capito niente, ed ecco quindi arrivare i cliché, i luoghi comuni, sempre gli stessi personaggi a parlare sempre delle stesse dinamiche con parole molto simili ogni volta. Forse il problema è proprio questo, di voler sempre parlare, raccontare, spiegare, quando in realtà sarebbe sufficiente fermarsi a osservare; ed è qui che arriva Fabio Bobbio con I Cormorani, il suo film di debutto.

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contemporary stuff: High Rise – La rivolta, di Ben Wheatley

Nella primavera del 2015, durante un corso di scrittura creativa, mi era stata consigliata la lettura del libro Il condominio di James Graham Ballard (1930-2009).

L’autore, celebre scrittore di fantascienza britannico, aveva descritto nella sua opera la discesa negli abissi della follia e della violenza degli abitanti di un lussuoso condominio, concepito per offrire ogni genere di servizio. Una struttura che, invece, si era rivelata incapace di assicurare ai suoi inquini i servizi minimi necessari per garantire una convivenza civile.

All’epoca, da appassionato lettore di Science Fiction, avevo trovato il libro interessante, nella trama e nello stile, ma un pochino datato, figlio di quelle atmosfere surreali, molto british, degli anni ‘70 (il romanzo era uscito nel 1975 con il titolo High Rise).

Mi ero sbagliato. E di molto.

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contemporary stuff: Arca russa, di Aleksandr Sokurov

Uno schermo nero e una voce fuori campo:

Apro gli occhi e non vedo niente.

Niente finestre, niente porte. Ricordo… ricordo che è accaduta una disgrazia e… tutti fuggivano per mettersi in salvo, ognuno come poteva. Quanto a me… non ricordo, no”.

E all’improvviso sullo schermo appare un gruppo di persone, ufficiali in alta uniforme e donne magnificamente vestite, che stanno scendendo da una carrozza. Sono euforici, scherzano affettuosamente fra loro.

Che strano, dove sono? Dagli abiti si direbbe il 1800. Interessante! Dove andranno così di fretta?

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contemporary stuff: Shark – Il primo squalo, di Jon Turteltaub

Ci sono un nero, un indiano, un cinese… no, non è l’inizio di una barzelletta ma il vademecum dei responsabili del casting del cinema contemporaneo, che per essere politically correct e puntare ad incassi globali devono ormai seguire regole ferree di ingaggio degli attori. Il ruolo del protagonista, ovviamente, resta affidato al wasp di turno, il macho Jason Statham, abbastanza convincente nella parte di ribelle e scazzato, impavido e temerario esperto di soccorso sottomarino. Al suo fianco la quota rosa asian Li Bingbing, che i suoi quarantacinque anni se li porta benissimo e deve essere quanto di più vicino al concetto di gnocca per un orientale. La quota rosa wasp Jessica McNamee, ossia la bambola bionda che non può mai mancare. La quota rosa indie Ruby Rose, che in Australia deve essere una celebrità e che rappresenta la gggiovane alternativa. E poi, per l’appunto, il campionario di etnie, ognuna delle quali ha i suoi warholiani quindici minuti di celebrità: l’afroamericano Page Kennedy; un altro cinese, Winston Chao (nome grandioso, half british, half chinese, con un pizzico di retrogusto vintage su due ruote); Cliff Curtis, neozelandese di origine maori, ma dai chiari connotati indiani, per strizzare l’occhio al quinto della popolazione mondiale che il mercato hollywoodiano ancora non riesce a conquistare; il giapponese Masi Oka; e visto che alla produzione hanno voluto veramente esagerare c’è pure il nordico Ólafur Darri Ólafsson, di chiare origini islandesi.

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contemporary stuff: Castaway On The Moon, di Hae-jun Lee

Oh, anche qui, si chiamano tutti Kim. Kome non adorare i Koreani. In principio, Kim è uno sfighimpiegato, vagamente s’intende che ha perso il lavoro impettito e la tipa l’ha lasciato, insomma, una giornata di merda. Siamo a Seul, che dev’essere un bel posto sotto certi punti ma sotto altri no: Kim sale su un ponte sul fiume Han e si butta. Malheureusement, o per fortuna, visto che non son passati 5 min, non muore, e si risveglia tempo dopo su una spiaggia. La corrente lo ha trascinato su di un isolotto disabitato e incolto, cui poggia uno degli altissimi piloni di un ponte. Come un naufrago nell’oceano, ma a mezzo chilometro dalla civiltà, pur non potendola raggiungere. Ovviamente il cellulare è scarico e lui non sa nuotare. Mi impicco alla cravatta? Poi ci ripensa, e comincia a mangiare funghi. Per settimane mangia funghi, e ci ripensa. Inizia a trasmutare, dal civile al naturale: non si sta poi così male, quaggiù. Il fiume porta mille violini suonati dal vento, e regali di spazzatura riutilizzabili, tra cui una barchetta a forma di papero sorridente, da trasformare in giaciglio. Nella solitudine ritrova il piacere delle cose piccole e blabla, e decide di piantare del grano per ottenere della farina per cucinare dei noodles. Dove trovare i semi per il grano se non nel guano degli uccelli? E così via, sempre più Robinson C, con all’orizzonte lo skyline della città. Sì ok, i palazzi, i vetri e tutto, ma stammi lontano.

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contemporary stuff: Reality, di Matteo Garrone

Luciano, pescivendolo napoletano che arrotonda il salario grazie ad un traffico illegale di robot da cucina, gestito insieme alla moglie, viene spinto dalla famiglia a tentare un provino per entrare nel Grande Fratello. Superate le prime fasi delle selezioni, Luciano è in attesa della chiamata che deve confermargli se è stato preso o meno nella trasmissione. Un’attesa che si trasformerà in un’ossessione patologica, mettendo in crisi il suo rapporto con la moglie, il suo lavoro e la sua sanità mentale…

Dopo il successo di Gomorra, Garrone rimane in Campania ma cambia registro, dedicandosi ad una commedia tragicomica, agrodolce, ma assolutamente efficace ed incisiva nel mostrare uno spaccato sempre più rappresentativo della società di oggi, quella di coloro che sono attratti dalla prospettiva del successo televisivo, incarnato dal fenomeno dei reality.

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