Al cinema: L’uomo che uccise Don Chisciotte, di Terry Gilliam

LUOMOCHEUCCISEDONCHISCOTTE_poster_ita¡Que viva Terry Gilliam! Evviva la sua ostinata determinazione, il suo amore incondizionato per il cinema fantastico popolato da maschere e pupazzi, cartone e gesso, stracci e cianfrusaglie.  Non poteva esserci combinazione migliore di quella tra il suo stile eclettico e i toni del romanzo picaresco del Cervantes, in cui visione e follia tirano le fila della storia. E non poteva esserci impersonificazione migliore del Cavaliere dalla Triste Figura di Jonathan Pryce, credetemi ve lo dice uno che ha versato lacrime amare (sì insomma, si fa per dire) sulla mancata occasione di vedere Jean Rochefort in quei laceri panni. Era il 2002 quando uscì Lost in La Mancha, quel gioiellino di documentario (che è pure un po’ mock, ma va bene uguale) in cui vedevamo il magnifico profilo adunco dell’attore francese indossare il mitico bacile e impugnare la lancia di legno in sella a Ronzinante. Fu una chimera, una serie incredibile di iettature affossò quel progetto lasciando nel cassetto delle incompiute pure un Sancho Panza con la fisionomia zingaresca di Johnny Depp. Chissà come sarebbe stato quel film, viene da chiedersi: chissà se avrebbe raggiunto le altissime vette di questa sgargiante fenice che è la nuova opera di Gilliam.

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Per parlare di un film del genere non si può non partire dalla prova magistrale di Pryce, attore che deve molta della sua fortuna proprio all’eccentrico regista. L’outfit visivamente ineccepibile, dovuto all’ottimo lavoro ai costumi di Lena Mossum (che ha probabilmente lavorato sulla traccia di Gabriella Pescucci e Carlo Poggioli, coinvolti nel progetto originario), non sovrasta una interpretazione in cui pazzia e poesia, dolcezza e incandescenza, fierezza e fragilità danzano a braccetto con perfetta grazia. Ma è anche la geniale sceneggiatura, scritta dal regista insieme al collaboratore Tony Grisoni, a gettare un fascio di luce su questo straordinario attore, mettendolo in condizione di concorrere all’Oscar (impossibile non considerarlo in corsa), col disegno di un personaggio di cui ci si innamora subito, un timido calzolaio spagnolo che entra in totale simbiosi col personaggio al punto da finirne pervaso. Il falso Quijote di Pryce si imbeve del personaggio e la sua psiche diventa errabonda e instabile come la creatura di Cervantes, percorrendo un mondo di scenari medieval-suburbani contaminati dagli scarti della modernità in una sublime composizione di epoche. Anche la scenografia di Benjamín Fernández ha per quanto mi riguarda un lasciapassare dorato per gli Academy Awards, trovando il suo picco artistico nelle sequenze finali al castello (il monumentale Convento do Cristo a Tomar, in Portogallo).

L'uomo che uccise Don Chisciotte Adam Driver Olga Kurylenko_@DiegoLopezCalvin_foto dal set del film 2_big

Non aveva certo bisogno di ulteriore consacrazione nemmeno il bravissimo e affermato Adam Driver, che molti ahimè conoscono soltanto perchè mena la spada-laser rossa mentre si tratta di uno dei migliori attori in circolazione, perfettamente a suo agio nella commedia, nel dramma e nella commistione tra essi. Il suo è il personaggio chiave della storia; un regista in crisi (chiamato Toby Grisoni, quasi omonimo dello sceneggiatore e amico di Gilliam) ritorna nei luoghi dove girò il suo esordio autoriale in bianco e nero, ritrovando i protagonisti di quella produzione low-budget tra i quali appunto l’improvvisato Don Chisciotte che quei panni non li ha mai dimessi. Attraverso le sue rocambolesche disavventure il nuovo Sancho intraprenderà un viaggio che sconfina senza posa tra il razionale e l’assurdo, lasciando lo spettatore senza riferimenti certi per tutta la durata del film. Driver muove il suo personaggio con duttilità, sapendo trovare le reazioni giuste per scatenare ilarità e al contempo tenere vivo il sospetto di una discesa verso gli inferi della instabilità psichica. Forse l’epilogo che si accoda all’inevitabile morte del cavaliere della Mancia (non c’è spoiler, Chisciotte muore nel romanzo del ‘600 così come in un film che non ne fa mistero fin dal titolo) si smarrisce in una simbologia un po’ scontata, è come se il film arrivasse un po’ esausto ai titoli di coda dopo il climax felliniano (molto, molto felliniano) al castello. Un altro punto debole del film è il casting femminile, con due protagoniste poco incisive (Olga Kurylenko e Joana Ribeiro), ma al di là di queste trascurabili annotazioni il Don Chisciotte di Gilliam c’è, esiste, è in sala e brilla come un astro nella notte per il cinema più coraggioso, personale, quello del cuore oltre l’ostacolo. Una resurrezione per lo spirito donchisciottesco che grazie al cielo sembra destinato a non morire mai; un film divertente, grottesco, con la giusta dose di imprevedibilità tipica dei sogni e una spolverata di cattiveria, con sottotesto politico contemporaneo tutt’altro che relativo (molto interessante la rappresentazione della fobia terroristica) che vi consiglio caldamente di non lasciarvi sfuggire.

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L’uomo che uccise Don Chisciotte (2018, UK / Francia / Spagna / Portogallo / Belgio, 132 min)

Regia: Terry Gilliam

Sceneggiatura: Terry Gilliam, Tony Grisoni

Fotografia: Nicola Pecorini

Scenografia: Benjamín Fernández

Interpreti principali: Jonathan Pryce (Javier/Don Quijote), Adam Driver (Toby/Sancho Panza), Stellan Skarsgård (il boss), Olga Kurylenko (Jaqui), Joana Ribeiro (Angelica)

6 pensieri riguardo “Al cinema: L’uomo che uccise Don Chisciotte, di Terry Gilliam

  1. Si possono dire mille cose sui difetti di questo film, devo ancora scriverne quindi dovrò pure farlo, per ora posso solo dire che l’ho amato più di quanto avrei mai potuto credere o anche solo sperare, Quixote vive! Un enorme grazie, ancora una volta al talento e alla testa durissima di Terry Gilliam 😉 Cheers

  2. geniale è l’aggettivo più azzeccato, nonché quello che sento ricorrere maggiormente tra chi ha visto ed apprezzato il film…
    mi accodo ad essi (e a te), dopo averlo visto stasera e averlo trovato a suo modo straordinario…
    ho trovato felliniano non solo il climax finale, ma l’intero spirito della pellicola, che a mio avviso richiama in modo evidente 8 e 1/2…
    grande ritorno di Gilliam e… valeva la pena aspettare tutto questo tempo!

  3. Questa volta non concordo, l’ho trovato un film fatto più con la testa che col cuore, e inutilmente lambiccato. Per una storia straordinaria come quella di Don Chisciotte non c’era bisogno, secondo me, di intrecciare piani narrativi e temporali, bastava la visionarietà insita nel testo di Cervantes. Mi chiedo invece quanto avrebbe potuto essere straordinario un film di Gilliam “fedele” al testo.

  4. Mi ci hanno costretta, non per Gilliam che stimo, ma per Chisciotte, che mi snerva. Invece sono uscita dal cinema stupita di sentirmi dentro un po’ di quella libertà che emana dal film, sia per le scelte del regista, che certo dopo tanto volerlo questo film se l’è preso, sia per la follia di Chisciotte, che alla fine appare quasi una scelta, se non una fuga dallo squallore di certa umanità.

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