Oldies but Goldies: Il ponte sul fiume Kwai, di David Lean

il-ponte-sul-fiume-kwai-01Il luogo: l’ostile giungla del Sud-Est asiatico. L’anno: il 1943. Numerosi prigionieri di guerra vengono costretti a costruire strade e ponti per il nemico giapponese. I fatti narrati non sono accaduti realmente, ma si basano comunque su eventi che si verificarono realmente, sebbene non con quei personaggi e in quel modo. I protagonisti sono dunque i prigionieri inglesi, i carcerieri giapponesi e un pugno di americani.

Il ponte sul fiume Kwai è, per me, uno dei migliori film di guerra mai girati, probabilmente nella mia classifica personale è secondo solo a Lawrence d’Arabia. Se ne deduce che David Lean, regista di entrambi, è nel mio Gotha cinematografico.

Cos’ha quest’opera da meritare attenzione, anche a distanza di sessanta anni dalla sua uscita nelle sale? In cosa supera le numerose pellicole belliche prodotte nel corso dei decenni?

La regia di Lean è pulita, direi quasi perfetta. Le manca forse solo quel supporto della fotografia che in Lawrence d’Arabia, complici le ambientazioni, rasentava l’eccellenza. E comunque, sia regia che fotografia hanno incassato il loro bell’Oscar. Una perfetta fusione di esecuzione tecnica ineccepibile, con attenzione ai dettagli pur nell’epicità e grandiosità della produzione. Dagli scenari pluviali ai volti scavati dei moribondi, dal colossale progetto ingegneristico inglese (e non giapponese, si punta a far notare) agli sguardi tesi scambiati tra gli ufficiali europei e asiatici.

La sceneggiatura è ben studiata, i momenti morti sono inesistenti, i dialoghi – soprattutto quelli tra Nicholson e Saito – vibranti di passioni e ragioni che si scontrano. Il finale, forse non così imprevedibile e mozzafiato come si sarebbe voluto, è tuttavia di una potenza emotiva e scenica considerevole. Ma non sono solo i momenti clou ad essere ben rappresentati, bensì anche le difficoltà quotidiane in cui incorrono i prigionieri, costretti a ritmi di lavoro massacranti senza le necessarie cure e alimentazione. A James Donald, Peter Williams e John Boxer il compito di interpretare i subalterni di Nicholson, combattuti tra la volontà di opporsi al nemico, la rassegnazione, la fiducia verso il superiore.

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Passando agli attori principali, l’interpretazione di Alec Guinness nel ruolo di Nicholson è magistrale, forse la migliore della sua carriera: la parte sembra quasi essere stata studiata apposta per lui, per la sua sobrietà inglese e per la sua ricercata pacatezza. Pur essendo un film a tema bellico, dà il proprio meglio nella caratterizzazione e introspezione delle figure principali, e Guinness rende benissimo quella mescolanza di timore e coraggio, pietà e orgoglio che un uomo nella sua posizione doveva provare. Un Oscar meritatissimo, per quanto mi riguarda. Dispiace, invece, che la statuetta non se la sia aggiudicata anche Sessue Hayakawa, che interpreta il colonnello Saito, direttore del campo di prigionia. Prigioniero lo è però anche lui, stretto com’è tra gli ordini imposti dai superiori e la natura matrigna. Tutto ciò non può che renderlo ancora più disumano verso i prigionieri, colpevoli di morire e ammalarsi anziché edificare per la gloria del nemico. Anche William Holden, nei panni di un americano che deve far saltare in aria il ponte, svolge con perizia il proprio compito.

Per concludere gli elogi, cito la colonna sonora. L’intramontabile motivetto fischiettato dai soldati britannici è diventato quasi un emblema del cinema di guerra in generale. Il compositore Malcolm Arnold è stato a sua volta premiato la notte degli Oscar.

Passo a quelli che possono essere considerati i difetti principali del film (ovviamente da parte di incompetenti che non sanno nulla di cinema, da parte di alcuni spettatori con gusti diversi dai miei). Innanzitutto, è ritenuto troppo celebrativo, gli eroi sono troppo perfetti, il bene e il male troppo disgiunti. Se devo ammettere che, effettivamente, lo stoico eroismo britannico, così come la c***oduraggine americana sono certamente punti centrali del film, credo che a ben guardare questi cosiddetti eroi risultino più sfumati di quello che può sembrare ad un primo sguardo. Il colonnello Nicholson, pur nella sua rigidità mentale, si mostra capace di andare contro alcuni suoi principi fondamentali in nome di altri: ed è uno degli elementi focali del film. Allo stesso modo, il personaggio di William Holden, è sì l’eroe che salva la giornata (o almeno dovrebbe), ma viene fin da subito presentato come tutt’altro che senza macchia.

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La disciplina rigida e implacabile dei nipponici è contrapposta a quella severa ma giusta dei britannici, sempre così dignitosi e un filo spocchiosi anche nelle situazioni più avverse. Nel mezzo, l’esuberanza e il deus-ex-machismo degli americani. Insomma, una serie di stereotipi che vengono presentati al pubblico ma che, come dicevo prima, non sono affatto pesanti.

Il secondo difetto generalmente citato è la lunghezza, eccessiva. Bè, questo capita a film che hanno qualcosa da dire e sanno dirlo bene, cosa che non posso affermare con sicurezza per quanto riguarda numerose produzioni contemporanee, che hanno fatto della durata considerevole un punto fisso, a volte senza materiale che la giustifichi. Per quanto mi riguarda, ogni minuto, ne Il ponte sul fiume Kwai, era necessario.

Insomma, non posso che consigliare di recuperare questo capolavoro, nel caso in cui manchi ancora alla propria filmografia. Mi sento di poter azzardare che dovrebbe rientrare tra i film di guerra preferiti di qualsiasi appassionato di cinema, anche se non nego che molti altri prodotti dello stesso genere siano particolarmente riusciti. Di certo, è nell’Olimpo di quelli sulla seconda guerra mondiale. Ed è uno dei relativamente pochi film stranieri (parzialmente, in realtà) ad aver vinto l’Oscar come miglior film.

———

The Bridge on the River Kwai (1957, Regno Unito/USA, 161 min)

Regia: David Lean

Soggetto: Pierre Boulle

Sceneggiatura: Carl Foreman, Michael Wilson

Fotografia: Jack Hildyard

Musica: Malcolm Arnold

Interpreti principali: Alec Guinness (Nicholson), William Holden (Shears), Sessue Hayakawa (Saito),  Jack Hawkins (Warden)

9 thoughts on “Oldies but Goldies: Il ponte sul fiume Kwai, di David Lean

  1. Grandissimo film!
    L’autore del romanzo originale, Pierre Boulle, fu davvero prigioniero degli asiatici in tempo di guerra e in generale visse sulla sua pelle il crollo del colonialismo francese: quelli che fino a poco prima erano considerati “servitori” ora osavano alzare lo sguardo e spodestare gli europei. Pierre mise tutta questa frustrazione in un romanzo scambiato erroneamente per fantascienza: “Il pianeta delle scimmie“, dove non è difficile riconoscere la prigionia di un uomo bianco in terre comandate da ex servitori ribelli, un uomo bianco pieno di sé che non capisce che il suo mondo è cambiato per sempre 😉

      1. Non è un’interpretazione “ufficiale”, ma quando ho riletto il bel romanzo di Boulle per il ciclo sul Pianeta delle Scimmie, sapendo della sua prigionia in tempo di guerra, è risultato molto evidente. E si spiega quel finale del romanzo che al cinema hanno dovuto sempre manomettere 😉

      2. Giusto! Boulle! Ehhh ma vuoi mettere? Il pianeta delle scimmie di Schaffner vince il confronto a mani basse u_u
        (eheh un guilty pleasure va perorato sempre!)

  2. Grandissimo film, il primo kolossal di Lean, con uno strepitoso Alec Guinness (Holden purtroppo non può reggere il confronto)…
    Due aneddoti:
    – il crollo del ponte, che come in The General di Buster Keaton fu reale e non un effetto speciale…
    – avevo letto che Lean al posto del celeberrimo fischiettio voleva che si cantasse (sulla stessa melodia, la Colonel Bogey March) una canzone irrisoria nei confronti del Fuhrer: “Hitler, has only got one ball!”… scelta poi bocciata dai produttori…
    per finire: che ne pensate del parallelo col. Nicholson/Alec Guinness – col. Kurtz/Marlon Brando? io ci avevo visto dei forti collegamenti…

    1. Scelta per fortuna bocciata, per quello che mi riguarda.
      Mh, sul confronto tra i due non saprei… Kurtz è senza dubbio uno dei personaggi più emblematici del cinema di guerra e più ancora che Nicholson rappresenta un uomo la cui mentalità è cambiata completamente di fronte alla realtà in cui era calato. Ci sono tantissime differenze e somiglianze tra i due casi in questione, ci si potrebbe anche fare una tesi di laurea.

  3. Uah quel motivetto è mitico, entra in testa per non uscire mai più. Ben più fischiettato della “suoneria” di Kill Bill 😉 Complimenti, mi hai fatto voglia di rivederlo.

Commenti

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