Confronti: Pennebaker, Scorsese, Haynes. Il cinema canta Bob Dylan

bob-dylanLa vita di Robert Allen Zimmerman, in arte Bob Dylan, è stata più volte raccontata dal cinema nel corso degli anni.

Il ragazzo del Minnesota che stravolse il mondo della musica negli anni ’60 (e non solo), di recente premiato con il Nobel per la letteratura “per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana”, ha lasciato un solco nella cultura americana del Novecento che va oltre i suoi pur straordinari testi. 

Di lui il cinema si è occupato fin da quegli anni Sessanta in cui si trovava sulla cresta dell’onda e non ha smesso di farlo una volta entrati nel nuovo secolo, nel cui primo decennio si è avuta l’uscita di due importanti pellicole.

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bob dylan dont look backIl primo film sul menestrello di Duluth è Dont Look Back (senza apostrofo), opera pionieristica del documentario musicale che racconta il backstage della tournée inglese di Bob Dylan del 1965.

Il regista, D.A. Pennebaker, si dimostra un precursore del Direct Cinema moderno (quello che in Francia era stato definito cinéma vérité) ad oggetto musicale, e lo fa scegliendo di seguire con una 16 millimetri portatile quell’artista che stava rivoluzionando il mondo della musica, contrapponendosi al dominio britannico di Beatles, Rolling Stones e compagnia bella. E proprio in Inghilterra, giocando in trasferta, Dylan mette in mostra la sua insolenza che tanto contrasta con la sua provenienza dalla musica folk. Non per nulla quello londinese sarà uno degli ultimi concerti in cui Dylan si esibirà da performer solitario, con il solo accompagnamento di chitarra e armonica, prima della contestata svolta elettrica.

L’incipit del documentario è costituito dal videoclip (uno dei primi esempi del genere) di Subterranean Homesick Blues, in cui il cantante fa scorrere velocemente dei cartelli contenenti alcune parole del testo, con il poeta della Beat Generation Allen Ginsberg che fa da comparsa sullo sfondo.bob dylan dont look back intro

Nel film, accanto a Dylan, troviamo artisti più o meno celebri come Joan Baez, a quei tempi compagna di un rapporto in disfacimento, e lo scozzese Donovan, allora diciannovenne, lanciato in patria come l’anti-Dylan britannico. Il loro duetto in una stanza d’albergo è una delle sequenze più memorabili della pellicola, con Donovan palesemente surclassato dalla straripante personalità del più esperto collega americano, che risponde al timoroso To Sing for You dello scozzese con un’impetuosa improvvisazione di It’s All Over Now, Baby Blue.

Il film di Pennebaker si concentra per la maggior parte del tempo sui dietro le quinte della tournée e sulla miriade di interviste in cui Dylan – ingoiando sigarette una dietro l’altra – mostra una sicurezza di sé che sfocia nella tracotanza.

01334214.tifIl regista cattura anche quegli aspetti meno ricordati del Dylan degli anni Sessanta: quegli atteggiamenti divistici che mal si conciliano con la sua fama di cantore impegnato, di paladino della rivoluzione sociale. Ma non bisogna dimenticare che il Bob Dylan di quegli anni era pur sempre un cantante giovane e già famosissimo, che all’età di ventiquattro anni era già un’icona musicale.

Lo stile confuso e intricato del documentario si sposa alla perfezione con i frettolosi live di Dylan, che nel finale raggiungono vertici interpretativi assoluti: come si fa a non rimanere paralizzati dal magnetismo di It’s Alright Ma (I’m Only Bleeding), eseguita al Royal Albert Hall?

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bob-dylan-eat-the-documentMeno fortuna ebbe il documentario prodotto l’anno successivo, relativo al tour inglese del 1966, Eat the Document. Girato anch’esso da Pennebaker, la regia fu questa volta accreditata allo stesso Dylan, in quanto supervisore del progetto e, soprattutto, del montaggio finale.

Il film mostra la conversione ormai completata del compositore americano verso la musica elettrica, con il passaggio dal folk al rock. Ed infatti piovono le accuse di tradimento da alcuni suoi fan (il famoso grido “Giuda!”), che non vengono risparmiate dal montaggio e che rispecchiano quelle giunte al Newport Folk Festival del ‘65. Dylan non suona più in solitaria, come in Dont Look Back, chitarra classica sotto il braccio e armonica allacciata al collo; è accompagnato dagli Hawks, come si faceva chiamare allora il gruppo The Band.

Il documentario fu un flop, sia per lo stile pasticciato che un non addetto ai lavori come Dylan aveva imposto durante il montaggio finale, sia perché troppo simile al precedente film di Pennebaker. La sua distribuzione venne perciò rifiutata dalla ABC (che lo aveva prodotto), anche se attualmente la pellicola si rintraccia agevolmente. La famigerata scena in cui Dylan e John Lennon si trovano in taxi e discutono in preda allo stordimento da sostanze stupefacenti venne esclusa dal final cut.

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bob dylan no direction homeCon un salto temporale di quarant’anni, si giunge a No Direction Home (2005), diretto nientemeno che da Martin Scorsese, uno che di documentari (e in particolare di quelli musicali) se ne intende. Basti dire che Scorsese aveva svolto il suo apprendistato dietro la macchina da presa – dopo aver studiato cinema alla New York University – nel documentario su Woodstock girato da Michael Wadleigh (di cui abbiamo parlato qui), in cui si era occupato del montaggio e dell’assistenza alla regia. Con L’ultimo Valzer (The Last Waltz, 1978) il regista italoamericano – ormai divenuto un nome di punta di Hollywood dopo aver girato un capolavoro come Taxi Driver (1976) – aveva rivoluzionato lo stile del documentario rock celebrando l’ultimo concerto dei The Band, il gruppo che aveva accompagnato proprio Dylan nel ’66, con quest’ultimo che partecipa al concertone d’addio prendendosi la scena nel finale.

In No Direction Home, Scorsese parte dalle ispirazioni giovanili di Dylan, Woody Guthrie su tutti, e ci accompagna nel lungo tragitto che porta alla consacrazione del menestrello di Duluth, non immune da polemiche. La formazione nel Greenwich Village di New York, nei primi anni ’60. Le prime canzoni folk, pregne di significato.

O forse no? Dylan è un poeta, un ermetico, cui piace giocare con le parole. É reticente, sa che i suoi testi ispireranno tutte le interpretazioni che la gente vorrà dare loro.

Con Blowing in the Wind crea un inno, forse suo malgrado, e diventa un simbolo della lotta per i diritti civili. I giovani hanno bisogno di simboli e lui e le sue canzoni sono perfetti per questo ruolo.

É il 1962 e Scorsese insiste parecchio su quest’anno.

A Hard Rain’s a Gonna Fall: canzone stupenda, simbolo di una fine imminente. Un mese dopo averla incisa ci fu la crisi dei missili di Cuba e molti videro in quel brano una sorta di profezia del disastro nucleare. Ma Dylan nega tutto: “No, non è la pioggia atomica, è solo una forte pioggia. Non è la pioggia radioattiva. Intendo una sorta di fine che sta per accadere…“.bob dylan no direction home2

Dylan è sempre reticente nelle interviste. Tende a sminuire la sua opera. Del resto lui fa musica. A lui interessa quello e gli altri pensino ciò che vogliono. Ma la poesia è profezia. E Dylan è un poeta.

Scorsese passa al 1963: Martin Luther King nella marcia dei diritti civili a Washington pronuncia il celeberrimo discorso “I Have a Dream“. Poco dopo il giovane Bob canterà a quello stesso microfono davanti a una folla sterminata. L’entusiasmo del movimento viene spento dall’assassinio di JFK e dalla recrudescenza del conflitto in Vietnam.

Dylan amava il folk. Ma chissà come gli viene fuori quel capolavoro che è Like a Rolling Stone. Nelle tournée europee del ‘65-‘66 (per le quali il regista utilizza a piene mani il materiale di Pennebaker) il pubblico lo fischia perché ormai si è venduto al pop-rock. Lo criticano perché non fa più canzoni di protesta. E lui si prende gioco di tutti.

Con l’incidente in moto del ’66 e la successiva, temporanea uscita dalle scene, Scorsese decide che le 3 ore e mezza di documentario possono bastare.

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bob dylan io non sono quiL’ultimo film di un certo livello su Bob Dylan è quello girato dal californiano Todd Haynes, uscito nel 2007. Questa volta non siamo di fronte ad un documentario, bensì ad un’opera a soggetto, per quanto ispirata “alla musica e alle molte vite di Bob Dylan”.

Con un’operazione originale ed affascinante Io non sono qui scompone il personaggio di Bob Dylan in sei alter ego, ciascuno interpretato da un attore diverso (in un caso addirittura da un’attrice). Il nome di Dylan non viene mai menzionato perché ciascuno di essi ha una personalità diversa, a sé stante. Gli episodi che riguardano ciascuno degli alias di Dylan si intrecciano continuamente, senza alcuna logica temporale.

Marcus Carl Franklin è il piccolo Woody Guthrie, un ragazzino di colore che salta da un vagone merci all’altro vagando per il Paese con la sua chitarra, sulla cui custodia spicca la frase “This Machine Kills Fascists”. Il personaggio è chiaramente ispirato all’omonimo cantante folk che fu grande ispiratore del giovane Dylan. Con esso si presenta la fase giovanile e adolescenziale del cantante, quella che introdusse in lui la coscienza critica che riempirà i suoi testi.

Ben Whishaw è Arthur Rimbaud e rappresenta il Dylan poeta, una proprietà di recente consacrata, come detto, dal conferimento del Nobel per la letteratura. Whishaw è vestito esattamente come il poeta di Charleville e come lui si esprime, in un mix di ermetismo e decadentismo.

Il Dylan dei primi anni del folk, quello di The Times They Are a-Changin’, è impersonato da Christian Bale sotto il nome di Jack Rollins. In questi spezzoni emerge il Dylan impegnato degli anni ’62-’65, gli anni della lotta per i diritti civili e quelli dell’inizio dell’escalation in Vietnam. Bale riappare nella pellicola, invecchiato di oltre un decennio, anche in un secondo ruolo, quello del pastore John, circostanza che farebbe deporre per la presenza di un settimo alter ego nel film. Il personaggio di John rappresenta la rinascita di Dylan dopo gli anni degli eccessi, la maturità degli anni Settanta che segue la disinvoltura dei Sixties. Rappresenta il Dylan che, ad un certo punto della sua vita, abbracciò la fede con grande fervore religioso.

bob dylan io non sono qui2

La bravissima Cate Blanchett (che vinse la Coppa Volpi come miglior attrice al Festival di Venezia) interpreta Jude Quinn, alter ego del Dylan della svolta elettrica, quella cominciata con il Newport Folk Festival del ’65 (il tradimento viene metaforizzato dalla scena in cui Dylan spara sul pubblico con un mitra, insieme ai membri della sua band). Jude Quinn è il Dylan dei due celebri tour britannici (1965 e 1966), immortalati nei documentari cui sopra si è accennato. È il Dylan che sembra totalmente cambiato, non solo per il suo modo di fare musica, ma per quello che pare un completo ripudio del suo impegno civile che fino a quel momento lo aveva contraddistinto. La Blanchett è semplicemente grandiosa nel replicare la strafottenza e la sfrontatezza del Dylan di quegli anni, così come la sua inclinazione agli eccessi.

Nel personaggio di Robbie Clark, un giovane attore interpretato da Heath Ledger, c’è la vita privata di Bob Dylan, il suo rapporto con le donne e con i figli.

Richard Gere è infine Billy McCarty alias Billy the Kid, che impersona il Dylan emarginato e fuorilegge, come si sentì ad un certo punto della sua carriera. Vi è ovviamente un chiaro rimando al film Pat Garrett e Billy Kid di Sam Peckinpah, cui Dylan partecipò come attore. Perché Bob Dylan, oltre che ad essere stato omaggiato dal cinema come cantante e musicista, si è spesso prestato alla settima arte come regista, sceneggiatore ed attore. Ma questa è un’altra storia…

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L’abbiamo visto cantare ubriaco o fare tour negli Stati del sud contro la segregazione.

L’abbiamo visto prendere spunto da un’insegna di un negozio di animali per creare un geniale calembour.

L’abbiamo visto negare un autografo a un fan, perché gli andava di fare così.

L’abbiamo visto dialogare con Allen Ginsberg, duettare con Donovan o condividere un taxi con John Lennon.

L’abbiamo visto litigare con i giornalisti e con i fan.

Signore e signori, l’abbiamo visto.

Bob Dylan.

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Dont Look Back (1965-1967, USA, 91 min)

Eat the Document (1966, USA, 54 min)

No Direction Home (2005, USA, 208 min)

I’m Not There (2007, USA, 135 min)

10 thoughts on “Confronti: Pennebaker, Scorsese, Haynes. Il cinema canta Bob Dylan

  1. Ellapeppa quanta grazia! Quello di Haynes è su Netflix, credo proprio che lo guarderò (per quanto non sia un fan del Menestrello)

    1. Diciamo che quello presuppone già una certa conoscenza di Dylan… Se sei proprio a digiuno potresti trovarlo ostico… ma prova…vale sicuramente la visione se non altro per la grande prova della Blanchett, che è UGUALE al Dylan post Newport

  2. bellissimo articolo, degno del grande cantautore, d’altronde non è facile fare un film sopra un personaggio così completo, a tal punto che un critico una volta disse, che se Dylan fosse stato una forma geometrica, sarebbe un cerchio, talmente sono tanti i lati della sua personalità-
    A me sono piaciuti tutti, perché sono tutti particolari… Memorabile è la sequenza dei cartelli con il testo della canzone: grande intuizione di allora.
    Tutto bello!

    1. Sì, un personaggio imperscrutabile (una delle poche volte in cui posso usare con profitto questo bell’aggettivo 😀 )… il videoclip con i cartelli, come ben dici, fu una geniale intuizione… roba che ha più di 50 anni e c’è gente che oggi ha il coraggio di riproporla spacciandola per originale… ma del resto non tutti possono avere una cultura musicale così profonda, c’è anche da dire, e qualcuno se ne approfitta…

    1. Ciao, ti ringrazio a nome di tutti gli autori, sia per i complimenti, sia per la nomination. Essendo già stati nominati in precedenza, abbiamo già partecipato al Liebster Award ma passo volentieri sul tuo blog per rispondere alle domande!😀

Commenti

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