Confronti: i primi due Fantozzi, in una gustosa carrellata di sequenze e previa una necessaria analisi del personaggio

villaggioLa recente scomparsa dell’ideatore e interprete di Fantozzi, Paolo Villaggio, ha riaperto il dibattito sul personaggio del celebre ragioniere, emerso in qualche post interessante (1, 2, 3, 4, 5, 6) e nei commenti che ne sono scaturiti. C’è chi adora Fantozzi e chi invece ne è infastidito, chi lo trova irresistibile e chi lo giudica banale. Più difficile riscontrare l’intermedio sentimento dell’indifferenza, che del resto, come molti insegnano, è il più pericoloso, in quanto rappresenta il primo passo verso l’oblio. 

In questo articolo proverò a dire la mia, nel contesto di una carrellata-confronto tra i primi due episodi di quella che è una delle più longeve saghe del cinema italiano, iniziata nel 1975 e proseguita fino al 1999, per un totale di dieci lungometraggi.

Dieci episodi di cui soltanto i primi due sono a mio avviso davvero memorabili, quelli che caratterizzano e descrivono alla perfezione un personaggio che è stato protagonista del cinema italiano degli ultimi tre decenni del Novecento. Dopo Il secondo tragico Fantozzi (e a dire il vero per certi versi già con esso), inizia un declino del resto inesorabile, con l’inevitabile caduta nella ripetitività di situazioni e gag, fino al talvolta imbarazzante clima crepuscolare degli ultimi film, francamente inutili. Premesso dunque che quando parlerò del personaggio Fantozzi il riferimento andrà a quello dei primi due film, occorre iniziare il discorso prendendolo alla larga (ma senza dilungarsi troppo).

Se da un lato è vero che con la figura dell’impiegato vessato e deriso Villaggio non ha inventato niente – essendo rinvenibili alcuni celebri precedenti già nella letteratura dell’Ottocento (da Il cappotto di Gogol alla commedia in piemontese di Vittorio Bersezio Le miserie di Monsù Travet, il cui protagonista ha dato il nome -per antonomasia- al pavido e grigio esponente medio del ceto impiegatizio) – dall’altro occorre dire che con Fantozzi Villaggio ha fotografato alla perfezione un certo modo di essere di un certo tipo di italiano del periodo successivo al boom economico.

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Villaggio ha trasposto in chiave fortemente (e tragicamente) comica la figura del perdente, che se nella letteratura era già stata esplorata in maniera compiuta (e in tal senso, infatti, i libri di Fantozzi sono meno originali nel panorama letterario rispetto a quanto lo siano i film nel panorama cinematografico), nel mondo della settima arte cominciava ad affermarsi con una certa insistenza soltanto dalla fine degli anni Sessanta (ossia da quando la New Hollywood aveva fatto del loser uno dei suoi temi portanti, da contrapporre alla figura dell’eroe del cinema classico). E con perdente non ci si riferisce alla miseria, già descritta in modo ineccepibile ai tempi del neorealismo. Il perdente identifica un certo modo di essere, il che consente di aprire il discorso sulla personalità di Fantozzi e su ciò che rappresenta, ossia su ciò che, in fondo, sta alla base della sua comicità.

Innanzitutto devo confessare che fino ad un certo punto della mia vita anch’io trovavo banale e scontato l’umorismo fantozziano (guarda caso anche lui ha generato dei neologismi – esattamente come Monsù Travet – e qualcosa vorrà dire).

Poi l’ho completamente rivalutato, comprendendone la genialità soltanto quando sono rimasto invischiato in quelle stesse situazioni che Villaggio descrive con tanta precisione (essendo stato anch’egli impiegato di un colosso come l’Italsider).

Per capire veramente il personaggio Fantozzi sembra dunque che si debba sperimentare sulla propria pelle (o su quella dei propri vicini di scrivania) determinate situazioni.

Bisogna vivere per un periodo apprezzabile di tempo la routine dell’impiegatuccio vessato e frustrato: che corre per timbrare in orario il cartellino (sostituito nel tempo dai badge elettronici, ma la sostanza non cambia); che guarda con ansia l’orologio aspettando la fine dell’orario giornaliero per fiondarsi fuori dall’ufficio; che viene coinvolto nelle attività del dopo-lavoro da impacciati amanti dell’outdoor.

Solo allora si comprende la genialità di trovate quali la crocifissione in sala mensa, l’acquario con i dipendenti, la poltrona in pelle umana… solo quando si entra nei meandri degli arzigogolati organigrammi aziendali si comprende l’ilarità insita nella sola declamazione di posizioni come i “megadirettori naturali e laterali”, il “megadirettore galattico” o il “megadirettore clamoroso”, o di strutture come “l’ufficio impiegati smarriti” e il “Consiglio dei Dieci Assenti”.  È quando si entra nella spirale delle operazioni societarie che si comprende lo humour del nome della Megaditta in cui “presta tragicamente servizio” il rag. Fantozzi, la ItalPetrolCemeTermoTessilFarmoMetalChimica.

Al giorno d’oggi è cambiato poco o nulla, nonostante quarant’anni di sviluppo economico e tecnologico. L’unica cosa che è cambiata davvero è il fatto che la posizione a quei tempi considerata da “sfigato”, quella dell’impiegato di basso rango con il posto fisso e l’orario standard, è nel frattempo diventata un lusso.

Fantozzi è questo: se ci sei dentro lo capisci senza troppe parole, lo comprendi al volo.

Eppure all’interno dello stesso mondo impiegatizio ci si divide tra chi adora Fantozzi e chi invece lo vive come un’oppressione. Ma questo è un discorso ulteriore, perché subentrano considerazioni sociologiche (e psicologiche) legate all’autoconsiderazione e all’autostima. Generalmente, chi sa vivere la propria (talvolta mesta) condizione con autoironia (che non necessariamente vuol dire rassegnazione) è portato ad apprezzare una descrizione ineccepibile di certe circostanze e situazioni del mondo del lavoro impiegatizio nella grande azienda quali quelle che mostra Fantozzi. Chi invece tende a prendersi troppo sul serio e non è disposto ad ammettere ancorché minimi (o più pronunciati) fallimenti personali (per quanto assolutamente reversibili) è portato a vivere la descrizione parodistica del proprio sé come un’oppressione fastidiosa.

Ma nella vita ci vuole un po’ di autoironia (o forse ce ne vuole molta). E Fantozzi, pur essendo un personaggio assolutamente non autoironico, è geniale in quanto riesce ad instillare autoironia in coloro che sanno riconoscersi in determinate situazioni.

C’è poi chi tende a far prevalere lo spirito di conservazione della dignità personale rispetto alle istanze autoironiche. Del resto la sfaccettatura dei caratteri umani è ben varia, e ci mancherebbe. Ed è abbastanza ovvio che per chi ha questa forma mentis un personaggio come Fantozzi possa risultare tutt’altro che ironico.

Nel concludere dunque – con il solito compromesso democristiano che sempre dovrebbe emergere quando si giudicano i gusti personali – che il personaggio Fantozzi può piacere o non piacere, può risultare geniale o banale, e pensando di aver chiarito i motivi che – personalmente – mi portano ad apprezzarlo, si può passare infine ad una carrellata commentata dei primi due film (quelli degni di essere definiti immortali).

Di essi emerge, in primo luogo, la struttura spezzettata, per sketch. Un aspetto per certi versi criticabile, per altri encomiabile, perché consente una fruizione anche a piccole dosi del fenomeno Fantozzi, esattamente come si farà qui di seguito.

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fantozzi 1Fantozzi (1975, Italia, 98/108 min)

Regia: Luciano Salce

Soggetto: Paolo Villaggio

Sceneggiatura: Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Luciano Salce, Paolo Villaggio

Fotografia: Erico Menczer

Musiche: Fabio Frizzi

Interpreti principali: Paolo Villaggio (rag. Ugo Fantozzi), Anna Mazzamauro (Sig.na Silvani), Gigi Reder (rag. geom. Renzo Silvio Filini), Giuseppe Anatrelli (geom. Luciano Calboni), Umberto D’Orsi (direttore Onorevole Cavaliere Conte Diego Catellani), Liù Bosisio (Pina Fantozzi), Plinio Fernando (Mariangela Fantozzi), Paolo Paoloni (Megadirettore Galattico)

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Il servilismo della famiglia Fantozzi e il fatto che il ragioniere sia meno che un numero all’interno della Megaditta in cui lavora emerge fin dall’incipit: Pina, la moglie, si permette di telefonare all’Azienda soltanto dopo 18 giorni dalla data in cui non ha più avuto notizie del marito. Viene interessato l’Ufficio impiegati smarriti che scopre che Fantozzi è stato murato nei bagni durante alcuni lavori di ristrutturazione.

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La giornata tipo di Fantozzi inizia con la sveglia e la preparazione a prova di cronometro, per proseguire con il rito del bus stracolmo di persone e quello della timbratura del cartellino. Fino alla corsa fuori dall’ufficio al termine dell’orario di lavoro.

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Il funerale della madre di uno dei dirigenti dell’Azienda, “immaturamente scomparsa all’età di 126 anni”, è l’occasione per Fantozzi (che per l’occasione sfoggia il lutto al braccio) di provare a corteggiare una sua collega, la signorina Silvani, “eletta per due volte consecutive miss quarto piano”, con un invito di quelli che non si possono rifiutare: “posso avere l’onore di averla a colazione da Gigi il troione?”. Segue tragicomica rissa con i tre energumeni, nella quale Fantozzi non riesce ad esimersi da un atto di totale anti-cavalleria, scaricando la colpa sulla stessa Silvani.

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Filini e le attività ricreative organizzate per il dopolavoro: la partita di calcio tra “scapoli e ammogliati”, nel disastrato campetto di periferia e durante la quale appare per la prima volta la mitica nuvoletta dell’impiegato.

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La gita in campeggio al lago con i tedeschi che rinfacciano ai due ragionieri di essere un po’ troppo rumorosi “noi tedeschi, no italiani mandolino!” (un po’ di sano stereotipo non guasta mai).

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Il Natale in Ditta, con l’umiliazione della figlia da parte dei megadirettori. Ciononostante, Fantozzi augura comunque ai superiori i suoi “più servili auguri per un distinto Natale e uno spettabile anno nuovo”.

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Il veglione di Capodanno, con festeggiamento anticipato.

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La partita a biliardo tra il direttore Catellani e Fantozzi, alla ricerca di una promozione.

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La mitica partita a tennis nella nebbia con Filini.

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Il tentativo di dimagrimento di Fantozzi, ospite alla clinica Le Magnolie, in cui viene di fatto recluso e tenuto senza cibo, salvo vedersi offerti, in un balordo mercato nero, succulenti piatti a carissimi prezzi. Si tratta di una scena esclusa dalla versione cinematografica, ma inserita nella versione home video e poi ripresa nel terzo film della serie, Fantozzi contro tutti, nella sequenza della dieta del prof. Birkermaier.

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La cena al ristorante giapponese con la signorina Silvani.

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La vacanza sulla neve a Courmayeur con Calboni e la signorina Silvani; la polentata con la figlia della contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare e i suoi ospiti vip.

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Il Fantozzi politico, che dopo aver conosciuto Folagra (“la pecora rossa della ditta”) abbraccia le sue teorie anti-padronali. Dopo un atto di ribellione, viene convocato dal megadirettore galattico, che alla fine lo convince a rientrare nel seminato o, per meglio dire, ad entrare nell’acquario dei dipendenti.

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il-secondo-tragico-fantozzi-fantozzi 1Il secondo tragico Fantozzi (1976, Italia, 105 min)

Regia: Luciano Salce

Soggetto: Paolo Villaggio

Sceneggiatura: Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Paolo Villaggio, Luciano Salce

Fotografia: Erico Menczer

Musiche: Franco Bixio, Fabio Frizzi, Vince Tempera

Interpreti principali (nuovi rispetto a Fantozzi): Mauro Vestri (Prof. Guidobaldo Maria Riccardelli, il cinefilo), Antonino Faa’ Di Bruno (megadirettore clamoroso Duca Conte Pier Carlo Ingegner Semenzara), Nietta Zocchi (Contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare)

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L’incipit è decisamente meno incisivo rispetto al primo film e narra dello straordinario svolto da Fantozzi per coprire le tresche extraconiugali del megadirettore di turno. Una scena che prosegue – risollevandosi un po’ – nella claustrofobica oppressione di un Fantozzi che non riesce a tornare a casa perché inizia la giornata lavorativa degli altri dipendenti, che affluiscono da ogni dove e bloccano il suo rientro.

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La lunga sequenza della gita a Montecarlo per accompagnare il megadirettore clamoroso Duca Conte Pier Carlo Ingegner Semenzara è assimilabile a quella del biliardo del primo episodio: questa volta Fantozzi spera in una promozione aiutando il superiore nei suoi rituali scaramantici.

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Vi è poi la scena della battuta di caccia con Filini, che ci riporta al tema del dopolavoro outdoor. Sequenza pacchiana e iperbolica nel suo degenerare in una sorta di guerra, con annessa citazione di Chaplin (Fantozzi che perde la bomba a mano nella manica dopo averla disinnescata).

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Il varo della nuova turbonave aziendale da parte della Contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare e la successiva sequenza della cena nella villa della Contessa.

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La mutua e il timore della visita fiscale, altro richiamo semplice semplice per chi ha svolto attività di lavoratore subordinato.

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La mitica sequenza della “corazzata Kotiomkin”: il professor Guidobaldo Maria Riccardelli, superiore di Fantozzi e appassionato di cinema d’essai, obbliga i dipendenti a sorbirsi il cineforum aziendale (pure nel giorno in cui l’Italia espugna Wembley contro l’Inghilterra: “chi ha fatto palo?”). Dopo la ribellione del ragioniere, che sfocia in rivolta, c’è il contrappasso dantesco costituito dall’obbligo di interpretare la scena della scalinata.

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L’uscita con Calboni e Filini al night club “L’ippopotamo” (è la scena del “facci lei” urlato a Filini).

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La vacanza di Natale a Capri con la signorina Silvani, previe dimissioni dalla Megaditta. Fantozzi verrà recuperato dalla moglie e dalla figlia nel banco del pesce di un supermercato.

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Il reintegro in servizio ricominciando dal gradino più basso della scala gerarchica, ossia come parafulmine (grazie alla magnanimità del megadirettore galattico, che ancora una volta si dimostra comprensivo e generoso nei confronti della sua pecorella smarrita… del resto il megadirettore ha un quadro con una rappresentazione di San Francesco dietro le spalle!!).

17 thoughts on “Confronti: i primi due Fantozzi, in una gustosa carrellata di sequenze e previa una necessaria analisi del personaggio

  1. Analisi perfetta che condivido su tutta la linea, anche se qualche gag per me indimenticabile la possiamo trovare anche in alcuni seguiti, personalmente sono molto affezionato anche a Superfantozzi. La cosa che più mi ha colpito nel rivedere questi film da adulto è come fosse avanti e moderno l’umorismo usato, diverso da qualsiasi cosa dell’epoca dove magari l’umorismo era dettato più dalle battute che non dalle situazioni, non so se è chiaro ciò che voglio dire.

    1. Sì è chiaro e non posso che concordare. È un tipo di umorismo che da un lato è legato al tema della maschera, dall’altro se ne discosta in chiave sociale… lo stesso humour del congiuntivo deformato non è battuta ma ha una sua funzione sociale. Per il resto,è vero che anche nei successivi episodi ci sono gag memorabili, ma iniziano ad essere ripetitive oppure hanno bisogno di personaggi nuovi, capaci di portare una ventata di freschezza, per essere veramente efficaci…

  2. Ho molto amato i primi film, e da ragazzino leggevo e rileggevo i libri fantozziani di Villaggio, ridendo fino alle lacrime: nei racconti che scrivevo a 14 anni (1988) c’era il surplus di avverbi che avevo letto in quei libri.
    Poi però la titanica genialità di Villaggio – che ha conosciuto a fondo la storia del cinema e ha saputo abusarne, copiando anche ciò che meritava di essere copiato – è rimasta la stessa, film dopo film, ripetendo e riciclando gag a più non posso. Finché il risultato erano pellicole ispirate come “Fracchia la belva umana” – che ripete identici tutti gli sketch di Fantozzi ma con in più comprimari da antologia – il risultato è ancora gradevole, ma quando vedi il ventesimo film dove fa la lingua di fuori e ripete “com’è umano” per la centesima volta, be’ diciamo che perde molto smalto.
    Ho visto tutti i suoi film comici, anche quelli anni Ottanta non-fantozziani che certo non brillavano. Da “Dottor Jekyll e gentile signora” a “Bonnie e Clyde all’italiana” a “Com’è dura l’avventura”, tutta roba da dimenticare: le parti divertenti erano semplici derivazioni di gag fantozziane e le “novità” non erano gran che. Diciamo che ha saputo creare un personaggio ma poi per tutta la vita non ha fatto altro che ripeterlo: per carità, nulla di male in questo – George Lucas ha avuto un’idea sola, neanche tutta sua, e ci campa da quarant’anni! – ma magari se avesse saputo creare altri personaggi oggi ricorderemmo molti più film di semplici Fantozziani e pseudo-fantozziani.
    Non sembri una critica, è sempre un nome immortale del cinema italiano e, come dici giustamente tu, il non aver mai generato indifferenza è un pregio non da tutti.

    1. sono d’accordo su molte delle cose che hai detto…
      poi vedo che anche tu hai notato il citazionismo… la scena della bomba a mano che scivola nella manica poco prima di essere lanciata è pari pari a quella de Il Grande dittatore, con tanto di svenimento finale…
      per quanto riguarda l’ultima considerazione, è vero che certe persone rimangono incastrate in un personaggio di successo e difficilmente ne riescono poi ad uscire… questo è uno di quei casi, ma non per forza la cosa è negativa…

      1. Sicuramente poi saranno state fortissime le pressioni dei fan per nuovi film fantozziani, anche quello è da mettere in conto.
        Raccogliendo informazioni per il mio saggio “Gynoid”, ho scoperto per caso che la celebre gag d Fantozzi che mangia di nascosto (“Tu mancia? Tu mancia!”) è presa di netto da “Bambola di carne” (1919) di Ernst Lubitsch, divertentissima anche lì 😉

  3. La storia è una delle tante rivisitazioni del mitico “Uomo della Sabbia” di Hoffmann (come lo è il balletto “Coppelia”), totalmente spogliata del dramma e trasformata in irresistibile commedia. Lubitsch si rifà ad un testo teatrale molto amato che addirittura entrò nel repertorio del nostro Eduardo Scarpetta. La versione napoletana della storia battezzò una nuova stellina del palco, che era tanto brava a fingere di fare la “pupella” (la donna-robot) che quel nome le rimase attaccato per tutta la vita: era Pupella Maggio.
    Nel filmato la protagonista è umana ma – per un gioco da perfetta commedia degli equivoci – deve fingere di fare la ginoide. Il suo accompagnatore è convinto che lei non abbia bisogno di mangiare, essendo una macchina, invece anticipando Fantozzi la donna… mancia! ^_^

    1. E lo fa bene!…siamo partiti da Fantozzi e siamo arrivati a Lubitsch… il bello del cinema è anche questo, del resto!!… Grazie per questa interessante digressione e per avermi fatto scoprire questa citazione cinematografica😉

      1. Figurati, come dicevo Villaggio ne sapeva di cinema e peccato non abbia mai scritto un personale saggio sull’argomento (almeno che io sappia).
        In alcune interviste ha raccontato di quell’ambiente dei cineforum che – con le dovute proporzioni – ho frequentato anch’io. Solo che io avevo 9 anni e mi trascinavano i miei genitori comunisti mangia-bambini, lui invece lo faceva coscientemente 😀
        Non posso dire di essermi divertito, ma ti assicuro che per gli occhi di un bambino le titaniche scene di “Ivan il terribile” (1945) di Sergei Ejsenštejn sono qualcosa che rimane nell’anima: il suo “Aleksandr Nevskj” ha più cielo che terra e ti comunica la sterminata vastità delle steppe indomabili. La “Corazzata Poëmkin” l’ho vista anni dopo, ma ormai Ejsenštejn aveva seminato in me e non potevo che adorarla. Conservo ancora gelosamente le VHS Skema Video del 1990 che acquistammo direttamente dalla casa romana, e ricordo i giorni terribili di un anno di liceo particolarmente disastroso. I miei lavoravano e quando tornavo a casa, emotivamente a pezzi, ero solo: rivedere i film di Ejsenštejn mi ha aiutato tantissimo. Giusto per dire quanto dei film grandiosi ti entrano dentro anche quando sei l’unico bambino (svogliato) in un cineforum! 😉

      2. Che storia! Da un lato invidio la tua precocità (io sono cresciuto a Bud Spencer e Terence Hill e con le prime tv anni novanta dell’ammiraglia Mediaset)… poi ho recuperato in fretta e furia e ti dirò che con Ejzenstejn e la corazzata sfondi una porta aperta!!!

      3. Per carità, anch’io sono cresciuto con Bud e Terence, mettevo in croce i miei finché non mi portavano al cinema a vederli tutti, nei primi anni Ottanta: accettavano forse perché si sentivano in colpa di trascinarmi poi al cineforum 😀

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