Il mestiere del critico. Intervista a Giampiero Frasca

frasca 5Due giorni fa abbiamo parlato di alcuni mestieri del cinema, in particolare quelli che si svolgono dietro la macchina da presa. Oggi abbiamo l’onore di ospitare un’intervista al critico cinematografico Giampiero Frasca, concessaci nei giorni scorsi e che pubblichiamo in occasione dell’uscita del suo ultimo libro.

Torinese, classe 1970, Frasca affianca al mestiere di critico quello di insegnante. Scrive su Cineforum e cura la rubrica (dis)Sequenze per Cineforumweb. Ha tenuto corsi di storia del cinema alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino e nella scuola di cinema e scrittura “Macchina dei sogni” di Milano. È stato consulente cinematografico per le trasmissioni televisive Il senso della vita, Ciao Darwin e Domenica in. Tra le sue pubblicazioni, una monografia su Easy Rider (Dennis Hopper. Easy Rider, Lindau, 2000), quattro libri editi da UTET (Road Movie; Manuale dei generi cinematografici; C’era una volta il western; Storia e storie del cinema americano), un saggio su cinema e scuola (Il cinema va a scuola, 2011) e un’opera sulla suspense (La suspense. Forme e modelli della tensione cinematografica, Dino Audino, 2015). Il suo ultimo libro, uscito qualche giorno fa, è I cancelli del cielo (Gremese, 2017). Ha infine curato per l’editore Dino Audino il volume Lev Kulešov – L’arte del cinema (2016).

Prendiamola alla larga: com’è nata la tua passione per il cinema?

Credo di doverla a mio padre, che era un grandissimo appassionato. Soprattutto di cinema hollywoodiano, di commedie all’italiana e di pellicole nere francesi. Sfruttando i pochi canali che allora la televisione offriva, mi piazzava davanti allo schermo, cosa che gli educatori attuali giudicherebbero con orrore, e mentre vedevamo insieme i film trasmessi, mi spiegava i risvolti della storia, le vicende personali degli attori, i loro momenti particolari, e mi preparava alle fasi salienti del film in modo che potessi guardarle con un’attesa partecipe. Mio padre aveva una concezione pre-politica degli autori: citava con precisione fino a sei attori per ogni film, ma non nominava mai chi fosse il regista, se non in casi veramente eccezionali. Credo tuttavia che mio padre sia stato responsabile di un’altra passione, più becera e viscerale ma che nella mia vita ha un’incidenza sicuramente maggiore, quella della squadra del cuore. Potrei perdermi con estrema serenità un film, ma mai una sua partita.

… e cosa ti ha portato a fare di questa passione un mestiere, quello di critico cinematografico?

Fortuna. Scrivere è facile, soprattutto adesso con le possibilità che offre il web; guadagnare dei soldi per occuparsi di cinema non lo è per niente. Soldi che sono sempre pochi, maledetti e mai subito. Anzi. E fare il critico è un reale mestiere in pochissimi casi, meglio considerarlo quello che negli anni Settanta si chiamava “secondo lavoro”. Io ho iniziato in un piccolo periodico della provincia torinese, che non credo esista neanche più. Sono entrato scrivendo di cronaca e di costume. Un delirio. Pur amando scrivere, non avevo la vocazione e tanto meno m’interessava occuparmi di quelle cose. Ma soprattutto non mi piaceva il clima di competizione che avvertivo all’interno della redazione. Lo trovavo patetico e se non abiti a New York e non sei il personaggio di un film lo è quasi sempre. Dopo poco più di un anno mi hanno proposto di aprire una rubrica di cinema, così ebbi l’ambita occasione di estraniarmi dall’insieme. Alla fine ero l’unico che avesse a che fare con gli omicidi, anche se di finzione. Ed è stato un periodo molto utile, di reale allenamento. Poi, subito dopo essermi laureato, mi hanno proposto di scrivere un libro e di compilare le voci di un’enciclopedia che non credo sia mai uscita, pur essendomi stata pagata come se lo fosse. Tutto il resto è venuto così, sull’onda dell’inizio. Quindi fortuna, essenzialmente. Esserci quando si verifica il momento propizio. Ma forse, vista la mia indolenza, più che esserci dovrei dire trovarmici.

Come e perché si diventa critici cinematografici, e cosa ne pensi dello strumento della rete e del proliferare di “critici non professionisti” (youtuber, blogger, ecc.)?

Non so dirvi perché si diventi critici se non proporvi la banalità per cui si cerca di vivere attivamente una passione che si sente talmente esorbitante da volerla esprimere oltre se stessi. Se invece pensi di fare il critico perché sei convinto che il mondo stia attendendo l’avvento del tuo verbo, fatti vedere perché hai sicuramente qualche problema. E oggi si hanno molte più possibilità di esercitare la propria passione rispetto a quando ho iniziato io. Credo che la mia rubrica di cinema ai tempi gloriosi in cui avevo ancora i capelli avesse un centinaio di lettori (perlomeno lo voglio sperare); oggi, una qualunque recensione diffusa attraverso un social, di lettori ne fa cento in un clic. Piaccia o meno, il presente è la critica online. Pur amando la carta stampata, a me non turba particolarmente. È un normale avvicendamento. E critici non professionisti non significa necessariamente non professionali: molti critici, soprattutto di alcuni quotidiani, scrivono di cinema come una piacevole abitudine e dicono ovvietà riciclate, anche perché costretti alla velocità dai tempi di uscita del giornale. Internet ha una grande arma per sbaragliare qualunque rivista e qualunque rubrica di cinema di un qualunque quotidiano (rubriche che sono sempre di meno e sempre più stringate): la gratuità (non si pagano più né i libri né i dischi, perché acquistare una rivista?) e l’immediatezza. Un lettore di oggi, se vuole vedere un film, clicca sul motore di ricerca, l’algoritmo gli sceglie chi è nella prima pagina e lui legge cosa se ne dice. Il pericolo della rete è la massificazione e l’incapacità di distinguere l’informazione dalla critica effettiva. Se prendi dieci siti di divulgazione cinematografica, almeno sette scrivono con la fretta del quotidiano, l’ingenua presunzione della verità inoppugnabile e l’untuosa compiacenza del leccapiedi: hai creato un blog, hai finalmente conquistato le anteprime, puoi vantartene con gli amici su facebook, perché scrivere male di un film, anche se brutto, con il rischio di contrariare l’ufficio stampa che così gentilmente ti ha fatto approdare al circolo esclusivo a cui puntavi? Meglio prendere il pressbook che ti passano e rielaborarlo. Fate la prova e vedrete. Non tutti i siti fortunatamente sono così. Altri scrivono cose interessantissime e molto documentate con intuizioni straordinarie e il fatto che non siano scritte su carta non vuol dire assolutamente nulla. So che è impopolare dirlo, ma tutto sta nel controllo: se ho un comitato di redazione che sceglie i collaboratori per la loro bravura (e non per il fatto che siano disponibili a scrivere con ritmi da piantagione di cotone gratis) e vigila sugli scritti, avrò un’ottima rivista online. Oppure, se ho persone che si sono guadagnate seguito e stima con la profondità dei loro articoli, pur essendo ancora degli sconosciuti nel campo della critica, benissimo. Ma se nessuno controlla il nulla che ho da dire, il web non sempre è capace di selezionare. E quel nulla, con un’abile campagna sui social, si propaga.

Detto questo, trovo che anche la critica online sia ormai superata: l’immediatezza cui ho accennato prima esige tempi brevi e pronta ricezione anche con device differenti, molto più piccoli dello schermo di un computer. E la critica, quella migliore, parla di immagini, ma lo fa dilungandosi con le parole, quasi sempre offrendo gli opportuni esempi chiarificatori con un intervallo che diventa una barriera, sforzandosi di descriverli e smarrendo quell’immediatezza essenziale che è un obbligo imprescindibile. Chi fa critica utilizzando le immagini ha superato l’ostacolo: penso ad alcuni fenomeni della comunicazione presenti su YouTube come Nerdwriter, Every Frame a Painting e Lessons from the Screenplay, che si concentra sulle modalità di narrazione utilizzate, oppure ai video saggi di Kogonada, Catherine Grant o a quelli che si possono ammirare sul sito Fandor. In tre, massimo quattro minuti dicono tutto quello che c’è da dire. E quando dico immediatezza la intendo come volontà del messaggio, non come sua origine e preparazione, perché alla base c’è un paziente lavoro di ricerca delle sequenze adatte, un’innata capacità ritmica del montaggio, una sapiente elaborazione degli effetti grafici, elevatissima cultura, non solo cinematografica e anche una spiccata attitudine narrativa. Sono artisti della comunicazione. In questa prospettiva è molto più immediato prendere un foglio di word e scrivere un articolo. I saggi visivi sono tutto meno che democratici, non ci possono provare tutti, come nella scrittura. Ma in questo caso, viva l’oligarchia, perché ci fornisce la qualità dell’analisi nel piacere dell’intrattenimento.

Da giovane hai avuto qualche “faro” tra i critici della vecchia scuola? In generale cosa ne pensi dei tuoi colleghi, più o meno celebri?

C’è sempre da imparare. Anche adesso c’è ancora qualcuno che ha un’intuizione particolarmente intelligente che ti lascia piacevolmente sorpreso e che ti dona una prospettiva nuova, a cui non avevi pensato. Quando ero molto giovane, leggevo qualunque cosa, avido di conoscere e di carpire segreti. Le grandi riviste (Cineforum, Segnocinema, i Cahiers, Sight & Sound), molte delle persone con cui ho avuto la ventura di parlare di film, anche i miei compagni di università, con i quali, ai tempi, formavo un gruppo molto affiatato, i grandi saggisti (Metz, Bordwell, Branigan, Casetti ecc.) rappresentavano spunti fondamentali per una concezione di cinema in progress. Se vogliamo fare dei nomi, credo che Rondolino e Tomasi, non il manuale di linguaggio cinematografico, ma proprio loro come persone e docenti, abbiano rappresentato dei riferimenti davvero importanti.

Non ho un’idea sui critici come categoria. Trovo però insopportabile quando, in una recensione, l’autoreferenzialità, se non espressamente richiesta, supera di gran lunga l’oggetto film, che dovrebbe sempre essere al centro del discorso. Capita sovente, soprattutto quando ci si illude che la propria firma sia sufficiente a giustificare un approccio di questo tipo. In passato, ho smesso di leggere un paio di riviste per questo motivo, perché sembrava che fosse diventato la modalità predominante. Attenzione, nessuno ne è immune, poiché di solito non si scrive perché le masse ne avvertano il bisogno ma perché è il proprio ego che lo richiede.

frasca 2Il tuo primo libro pubblicato è una monografia su Easy Rider (riedita nel 2014), mentre l’ultimo, uscito pochi giorni fa, è un saggio su I cancelli del cielo di Michael Cimino. E’ un caso o è una scelta ben precisa il fatto che tu abbia deciso di scrivere riguardo due dei film che, rispettivamente, aprono e chiudono la stagione della New Hollywood?

Non ci avevo mai pensato. Però, sì, interessante. Non avendoci pensato, va da sé che credo sia del tutto casuale. Easy Rider era solo una delle quattro-cinque ipotesi vagliate ed è stata scelta dalla casa editrice. Cimino (il libro su I cancelli del cielo anticipa una monografia sull’autore che uscirà il prossimo anno) è la chiusura di un cerchio: un libro rimasto in sospeso con un’altra casa editrice all’inizio degli anni 2000 e che giunge a compimento, purtroppo, con la sua morte. Quindi, nessuna precisa scelta. Invece non è casuale la mia grande passione per la New Hollywood: per anni ho pensato – e a volte lo penso ancora – che fosse il momento più esaltante mai prodotto dal cinema.

In mezzo a questi due libri monografici hai pubblicato diverse opere di più ampio respiro ma con un’attenzione particolare al cinema americano: perché è una tua specializzazione o perché ritieni che Hollywood abbia una marcia in più rispetto al cinema di altre latitudini?

Ci si specializza se si scrive sempre dello stesso argomento. Se scrivi quasi sempre volumi sul cinema americano è normale essere ritenuto uno che si occupa di cinema americano. Al punto che l’estate scorsa ho curato una pubblicazione su Kulešov e qualcuno, pur lavorando nel cinema, ha creduto si trattasse di un caso di omonimia. Non so se il cinema hollywoodiano abbia una marcia in più rispetto ad altre cinematografie, ma mi interessa il rapporto che, in quanto capillare sistema industriale, esso intrattiene con la società che riproduce, in cui si rispecchia e a cui fornisce dei precisi modelli culturali, i quali, si accetti o meno l’idea, condizionano gran parte del resto del mondo.

frasca 4Il tuo mestiere di insegnante ti ha portato anche ad approfondire il tema del cinema a scuola, in un libro edito da Le Mani, sopra citato. Un po’ tutti abbiamo avuto qualche professore illuminato che tentava di andare al di là delle rigide imposizioni dei programmi per presentarci alcuni argomenti attraverso il mondo della settima arte. In che modo credi che il cinema possa intervenire efficacemente nella didattica?

In una società i cui prodotti sono eminentemente visivi, in cui la comunicazione stessa tra adolescenti (e non solo) è mediata spesso attraverso brevi filmati realizzati con il cellulare, in cui il selfie è la modalità con cui ci si propone in un palcoscenico sociale più o meno ampio, anche la didattica, la memoria e la sua conservazione devono necessariamente passare attraverso un archivio di immagini. Non è una ricetta, è una possibilità. Ogni argomento, una volta discusso, chiarito, sviscerato, problematizzato e scomposto, va anche fissato con le immagini, siano esse di un film che poi analizzato e ridiscusso insieme oppure di un montaggio composto da più situazioni/sequenze unite per mezzo di un filo conduttore inerente alla lezione che si vuole approfondire. Oppure ancora, ma ci vuole un impegno fuori dal comune che l’esiguità del tempo a disposizione non sempre concede, attraverso la stesura di una sceneggiatura e la successiva realizzazione di un piccolo film. Attenzione anche al linguaggio utilizzato dall’audiovisivo che s’intende utilizzare: io insegno da vent’anni e quello che andava bene alla fine degli anni Novanta non può andare bene adesso, pena la mancanza di concentrazione degli allievi. Il linguaggio e lo stile evolvono talmente in fretta che ogni ciclo di studi richiede una nuova e profonda messa in discussione. Sembra una banalità, ma testandola così spesso come mi capita di fare, non lo è. Io nella mia scuola ho anche la fortuna di avere a disposizione una magnifica aula magna con videoproiettore e un grande schermo: pare la sala di un cinema ed uscire per alcuni momenti fuori dalla routine dell’aula di lezione garantisce quell’immersione che è molto utile all’applicazione.

frasca 1Tornando, in conclusione, all’oggetto del tuo ultimo libro: puoi spiegare in poche righe ai nostri lettori perché vale la pena recuperare un film incompreso come I cancelli del cielo?

Perché è un capolavoro. Perché è un monumento alla velleità artistica imbevuta nella paranoia umana. Perché sarebbe stata la vetta di un intero periodo se non fosse naufragato a causa della sua aspirazione verso l’assoluto. Perché ha sfiorato il sublime cibandosi dell’immensità del paesaggio americano. Perché è fondato su un’architettura di simboli e geometrie che ha pochi eguali nel cinema. Per la sfrontatezza fuori dal tempo con cui Cimino ha scelto la tronfia ipertrofia proprio mentre Hollywood faceva professione di essenzialità. Per le sequenze di ballo e per la commozione che generano gli sguardi interlocutori degli amanti. Per il coraggio o l’ingenuità di proporre un’accusa deliberata al sistema capitalistico qualche settimana prima che s’insediasse Ronald Reagan. E ce ne sarebbero altri. Ma questi credo siano già sufficienti. Certo, se ci s’imbatte nella versione da due ore e ventinove minuti, che è l’unica esistente in dvd in Italia, meglio continuare a ignorarlo.

In chiusura un pronostico secco: su chi punti a Venezia?

Su nessuno in particolare, benché sia curioso di vederne molti, come il film di Payne, quelli di Aronofsky, Schrader (del quale so che sarà un film mediocre, ma sono curioso lo stesso) e la prova americana di Virzì (che spero rimanga se stesso). Puoi azzeccare gli Oscar, ben più difficile indovinare il vincitore di un festival. Primo perché sono film che non hai ancora visto, secondo perché le giurie seguono percorsi tortuosi e insondabili che alla fine m’interessano poco. Una certezza però c’è: il film che vince a Venezia, a differenza di Cannes, molto difficilmente rimane nella memoria della storia del cinema.

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5 pensieri riguardo “Il mestiere del critico. Intervista a Giampiero Frasca

  1. Lacrimuccia sull’imprinting cinematografico dei nostri padri. La mia mente è tornata a razzo a quel divano del soggiorno e al vecchio catodico a tasti con la scritta sullo schermo: “regia di John Ford”. Solo lui aveva diritto di nomina, il resto erano soltanto film “con Charlton Heston”, “con Humphrey Bogart”, “con Alberto Sordi” 🙂

    1. provo a spiegare quello che ho inteso io, sperando che Giampiero possa passare per l’interpretazione autentica 😉 :
      il film che vince a Venezia, a differenza di Cannes, molto difficilmente rimane nella memoria della storia del cinema
      tranne in pochi casi – e, mi verrebbe da dire, casi soprattutto del passato – il film che vince a Venezia viene ricordato in quanto tale, mentre il film che vince a Cannes molto spesso è un film che verrebbe ricordato comunque, a prescindere dal pur prestigioso riconoscimento… non so, penso a Taxi Driver, Apocalypse Now, Pulp Fiction… film entrati nella storia del cinema ma di cui la gente spesso si dimentica che avevano “anche” vinto una Palma d’oro…
      poi, per carità, ci sono le eccezioni anche su Venezia, però se guardiamo soprattutto la tendenza dei premi degli ultimi 10-20 anni, mi sembra condivisibile questo aspetto…

  2. Non ci avevo mai fatto caso ma è verissimo. Basta guardare anche solo l’elenco degli ultimi dieci Leoni d’oro; non c’è un solo titolo mainstream, forse solo The Wrestler ha avuto la notorietà che meritava.

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