Speciale Russia (Confronti): tre film sulla battaglia di Stalingrado (a 75 anni dalla sua conclusione)

stalingrad pic 2Prosegue il nostro Speciale dedicato alla Madre Russia, e devo dire che sta portando anche una discreta fortuna, visto che una settimana dopo che lo abbiamo cominciato l’Italia non si è qualificata per il mondiale che si terrà a giugno proprio da quelle parti. Ad ogni modo, in questi giorni ricorrono alcuni importanti anniversari legati al Paese che fu degli zar, due dei quali riguardano uno dei più grandi registi sovietici (forse il più grande in assoluto): Sergej Michajlovič Ėjzenštejn. Il 22 gennaio, infatti, si sono celebrati i 120 anni dalla nascita del Maestro di Riga (attuale capitale della Lettonia, ma al tempo facente parte dell’Impero zarista), mentre l’11 febbraio ricorreranno i 70 anni dalla sua scomparsa, essendo egli morto pochi giorni dopo il suo cinquantesimo compleanno. Ma soprattutto, oggi si celebrano i 75 anni dalla fine della battaglia di Stalingrado, uno degli avvenimenti bellici più importanti della Storia del Novecento. 

La battaglia di Stalingrado ebbe inizio nel luglio del 1942, quando la VI armata tedesca, agli ordini del generale Paulus, arrivò nei pressi della città che sorge sulle rive del Volga. Per i russi l’importanza strategica della tenuta di Stalingrado si coniugava con ragioni simboliche, altrettanto fondamentali, almeno da un punto di vista del morale delle truppe, già messo a dura prova dall’avanzata repentina e pressoché senza ostacoli dei nazisti: la città portava infatti il nome del leader supremo dell’Unione ed era l’ultimo baluardo che divideva le forze di Hitler dai giacimenti petroliferi del Caucaso, raggiunti i quali i tedeschi avrebbero potuto contare su un consistente afflusso di nuove risorse per proseguire il conflitto.

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Ecco perché, una volta che i tedeschi raggiunsero la città, l’ordine di Stalin fu perentorio: non più un passo indietro! Un ordine che costerà perdite ingentissime, se si conta che, solo da parte sovietica, il numero dei morti sfiorò il mezzo milione di individui, in oltre sei mesi di durissimi combattimenti. La tenuta di Stalingrado fu tuttavia un episodio fondamentale negli equilibri della seconda guerra mondiale. Da molti storici è ritenuta la singola battaglia che più ha influito sull’esito finale del conflitto a vantaggio degli Alleati. Se la città sul Volga non avesse retto alla forza d’urto delle armate tedesche, la Russia avrebbe seriamente rischiato la capitolazione, con la conseguente possibilità per il Terzo Reich di spostare tutte le sue forze ad Occidente per contrastare gli anglo-americani.

Questo fondamentale evento bellico è stato raccontato a più riprese dal cinema. Di seguito vi proponiamo una breve analisi di tre pellicole abbastanza recenti (tutte successive al crollo dell’Unione Sovietica) incentrate sul conflitto tenutosi sulle rive del Volga: una tedesca, una russa ed una coproduzione di Paesi occidentali.

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stalingrado 2Il primo dei tre film, Stalingrad, è un’opera tedesca del 1993, uscita dunque a meno di un lustro dal crollo del muro di Berlino e in occasione del cinquantenario dalla fine della battaglia. È di gran lunga l’opera più nota (almeno a livello internazionale) del regista bavarese Joseph Vilsmaier, che fu anche direttore della fotografia, reparto tecnico di cui si è occupato in prima persona in alcuni dei film da lui diretti (ma non in questo).

La storia è quella di un gruppo di soldati della Wehrmacht, di riposo in Italia dopo aver combattuto a El Alamein, che viene spedito sul fronte russo, a Stalingrado, dove la VI armata di Paulus sta tentando di sfondare le difese sovietiche. Giunti nella città sul Volga, i soldati tedeschi conosceranno gli orrori di una guerra che ha perso ogni parvenza di umanità.

Il film di Vilsmaier ripercorre le vicende con grande realismo, narrandole dalla parte tedesca e sforzandosi di far emergere la distinzione tra nazisti convinti e soldati che si limitavano ad eseguire gli ordini, disprezzando la guerra e le sue nefandezze.

Ciò emerge con nettezza nelle caratterizzazioni dei protagonisti, il caporale Reiser (interpretato in maniera eccellente dal francese Dominique Horwitz), il tenente Von Witzland (Thomas Kretschmann, che dieci anni dopo ricoprirà il ruolo dell’indimenticato capitano Hosenfeld ne Il pianista di Polanski) e il sottufficiale Rohleder (Jochen Nickel, già visto nello Schindler’s List di Spielberg).

Una pellicola più che discreta, che denota una buona verosimiglianza nel rappresentare una battaglia storica come quella di Stalingrado, combattuta fabbricato per fabbricato, tra le rovine e le macerie di una città che simboleggiava perfettamente l’Europa del periodo.

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stalingrado 3Otto anni dopo Stalingrad esce nelle sale Il nemico alle porte (Enemy at the Gates) una coproduzione occidentale (in particolare franco-britannico-irlandese-tedesco-americana) diretta dal regista francese Jean-Jacques Annaud (quello de Il nome della rosa, per intenderci). Rispetto a Stalingrad, più che concentrarsi sulla battaglia in sé il film di Annaud si dedica alla narrazione delle vicende di due personaggi che di quel conflitto divennero un po’ i simboli.

Tedeschi e russi combattono strada per strada, casa per casa, tra le macerie di Stalingrado, in quella che è ormai diventata la battaglia più importante dell’Operazione Barbarossa, il piano predisposto da Hitler per invadere l’Unione Sovietica. Una battaglia epica e simbolica, che i russi sembra stiano perdendo di fronte all’inesorabile avanzata dei tedeschi. Al fronte giunge il commissario politico Nikita Chruščëv (un Bob Hoskins decisamente somigliante nella fisionomia), inviato da Stalin con l’ordine di far resistere l’Armata Rossa fino all’ultimo uomo, senza cedere di un solo passo davanti al nemico. Un sottoposto di Chruščëv ha un’idea per galvanizzare le truppe: trovare un eroe che faccia da cassa di risonanza della propaganda sovietica, diventando un esempio e un simbolo per gli altri soldati. Tale eroe viene identificato in Vassili Zaitsev, un tiratore scelto resosi protagonista di alcune efficaci missioni da cecchino contro ufficiali tedeschi. Zaitsev è così implacabile che i tedeschi, per tentare di fermarlo, faranno arrivare dalla Germania il capo della scuola per tiratori scelti della Wehrmacht, dando vita ad un duello all’ultimo respiro tra le rovine di una città ormai pressoché distrutta.

Ispirato da una vicenda che non si sa bene se appartenga alla Storia o alla leggenda, la sceneggiatura de Il nemico alle porte si basa sulle gesta del cecchino dell’Armata rossa Vassili Zaitsev, personaggio realmente esistito ma le cui azioni furono sicuramente ingigantite dalla propaganda sovietica (e ancor di più da questo film, decisamente romanzato). Il personaggio del maggiore Erwin König, il capo della scuola per tiratori scelti della Wehrmacht chiamato in fretta e furia dalla Germania per cercare di fermarlo e mettere così fine allo stillicidio di uccisioni tra gli ufficiali tedeschi (perché a quelli puntava principalmente – e strategicamente – Zaitsev), dovrebbe essere identificabile (secondo alcune fonti) nel colonnello delle SS Heinz Thorwald (anche se l’incertezza regna sovrana, sia sulla sua esistenza, sia sul fatto che effettivamente vi fu un duello simile nell’ambito della battaglia di Stalingrado). Ciò che è certo è che quest’ultimo personaggio viene interpretato in modo eccellente dal sempre ottimo Ed Harris, la cui recitazione svetta nettamente rispetto a quella dei tre giovani coprotagonisti: Jude Law (nel ruolo di Zaitsev), Joseph Fiennes e Rachel Weisz.

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Il film è innegabilmente avvincente, tranne quando va a calarsi negli inutili e forzati romanticismi che sembra non possano mancare nelle pellicole contemporanee che puntano ai grandi incassi.

Le fasi della fatidica battaglia di Stalingrado vengono descritte confusamente, in ciò andando molto vicino alla realtà delle cose. Perché a Stalingrado si combatté effettivamente casa per casa, maceria su maceria, in uno dei momenti più drammatici della storia del Novecento: se Hitler fosse passato, per l’Unione Sovietica probabilmente non ci sarebbe stata speranza. Per questo Stalingrado divenne una battaglia fondamentale, da combattere fino all’ultimo uomo, come da ordini dati prima da Stalin (quando nell’autunno del ’42 pensava che la vittoria tedesca fosse vicina), poi da Hitler, per cercare di resistere al contrattacco russo che portò alla resa di Paulus.

Il film di Annaud metaforizza una battaglia campale da oltre un milione di morti con il duello personale tra due tiratori scelti d’eccezione. Per certi versi si svilisce così la portata dell’evento (che invece viene ben rappresentato nelle scene di massa); per altri, invece, si costruisce un modello suggestivo che intreccia il war movie, il thriller e il western.

Nel complesso è un film interessante, macchiato dalla suddetta marchetta sentimentale, ma che è tuttavia caratterizzato da una buona fotografia e dalle pertinenti musiche di James Horner.

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92081_Stalingrad_OS_r1.pdf.pdfCon il terzo film di questa carrellata arriviamo finalmente ad una produzione russa, diretta dal figlio d’arte Fëdor Bondarčuk (suo padre Sergej aveva diretto una decina di film, tra cui quello sulla Rivoluzione d’ottobre, I dieci giorni che sconvolsero il mondo).

Il titolo è lo stesso del film tedesco del 1993, Stalingrad, ma questa volta – per quanto ovvio – al centro della scena c’è un manipolo di soldati dell’Armata rossa, anziché della Wehrmacht, impegnati nella lotta strada per strada, casa per casa, nel contesto della battaglia che si sta tenendo sui due lati del Volga, il fiume che i sovietici cercano regolarmente di passare per riconquistare la città, con grandi perdite di vite umane. Barricatisi in un fabbricato situato in un punto strategico, da cui tentano azioni isolate contro i nazisti, i soldati troveranno una ragazza che non si è rassegnata a lasciare la sua abitazione.

Bondarčuk mette in scena una ricostruzione spettacolare della battaglia di Stalingrado approfittando delle nuove tecnologie (si tratta del primo film russo interamente in 3D, nonché del primo film non americano in formato IMAX), con uno stile ampolloso e retorico, che esalta (forse oltre misura) il patriottismo ed il coraggio dei soldati russi.

Stroncato dalla critica principalmente per tale motivo (come se i più celebrati film di guerra hollywoodiani fossero immuni da tali aspetti), la pellicola è in ogni caso discretamente avvincente e abbastanza precisa quanto meno nella ricostruzione del clima della Stalingrado della fine del ’42.

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L’abuso del ralenti e la gestione dinamica delle scene di combattimento pongono l’opera a metà tra war movie e film d’azione, con effetti speciali in stile Matrix ed una logica da videoclip tipica del cinema contemporaneo.

Il maggiore tedesco Kahn è interpretato da Thomas Kretschmann, già protagonista dell’omonimo film del ’93 di Vilsmaier sopra citato. Le musiche sono dell’italoamericano Angelo Badalamenti, noto per le sue collaborazioni con David Lynch.

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Stalingrad (1993, Germania, 134 min)

Enemy at the Gates (2001, USA / Regno Unito / Germania / Irlanda / Francia, 131 min)

Сталинград – Stalingrad (2013, Russia, 132 min)

15 pensieri riguardo “Speciale Russia (Confronti): tre film sulla battaglia di Stalingrado (a 75 anni dalla sua conclusione)

  1. Complimenti e grazie per le segnalazioni ^_^
    Avrei voluto fare qualcosa anch’io ma alla fine sono rimasto strozzato dai progetti già iniziati: magari riuscirò a fare qualcosa in futuro 😉

    1. grazie Lucius!
      la vicenda narrata in Enemy at the Gates potrebbe essere un trampolino di lancio imperdibile per uno dei tuoi eccezionali post “La storia e la finzione”, visto questo alone di metà storia / metà leggenda che si porta appresso…
      te la butto lì 😉

      1. Anni fa ho letto, e ancora conservo gelosamente, “Fortezza Stalingrado”, un romanzo splendido che non capisco come mai non venga citato nei crediti di “Il nemico alle porte”, visto che è esattamente la stessa storia. Solo che non c’è la parte “donna amata da due uomini”, tipicamente americana. E poi c’è pure la cecchina russa che è spettacolare: un romanzo eccezionale che ti tiene inchiodato fino alla fine. La “sfida dei cecchini” vista su video è solo una pallida ombra di quella letteraria…

      2. ecco, ci scommettevo che avevi letto qualcosa sull’argomento… a questo punto sono io a ringraziarti per la segnalazione… anche se devo dire che mi interesserebbe di più un saggio che un romanzo… non credo che ci sia un saggio che parli esclusivamente di quella vicenda, ma probabilmente quei tomoni storici su Stalingrado dovrebbero affrontare l’argomento….

      3. E’ un romanzo con importanti dosi di saggistica, ma ho scoperto che i saggi sull’argomento sono meno di quanto si pensi. Il problema è che è una cosa grossa, una battaglia molto complessa che ad affrontarla tutta è un problema. Per esempio ho letto “La battaglia di Stalingrado” di Alfio Caruso, che è una bella panoramica ma non va a fondo più di tanto, perché è davvero un argomento vastissimo. Si dovrebbe trovare un saggio su un solo specifico aspetto, così da approfondire solo singoli aspetti in sequenza, ma non sono riuscito a trovare molto.
        Sarebbe bello poi trovare un saggio scritto da uno storico russo contemporaneo per sapere loro come la vedono oggi quella battaglia, ma questo pare ancora più difficile…

      4. quello di Caruso lo conosco e ha il vantaggio di essere abbastanza sintetico…
        poi ci sono i tomi tipo quello di Beevor, che però ha una vision occidentale (come ce l’aveva il suo maestro Keegan, di cui ho letto la storia della seconda guerra mondiale)…
        saggi russi magari ce ne sarebbero anche, bisogna vedere se gli editori italiani hanno la voglia di tradurre e pubblicare opere di quel tipo in un mercato editoriale depresso (e deprimente) come il nostro…

      5. Sono tentato dall’edizione Osprey, ma quei libretti sono concepiti come ricerche di storia militare, non analisi storica generica, e il problema è che non sapere gli spostamenti delle truppe per me è inutile, se lo storico non mi dà una chiave di interpretazione di quello spostamento.
        Su un numero che ho in caldo de “La Storia e la Finzione” ho studiato proprio un volume Osprey che, seppur asettico e davvero poco esplicativo, lo stesso ha citato più fonti dei saggi italiani che ho consultato, che senza dire niente al lettore hanno scelto la fonte da seguire senza stare a specificare che usare un’altra fonte significa dire l’esatto contrario! Una vittoria è una sconfitta, se la fonte che la riporta la racconta come tale, e quando hai solo due fonti, e ognuna la racconta in modo opposto, che fai? Secondo il mio giudizio un bravo storico avverte del problema e poi cerca di convincerti del suo punto di vista (cioè del perché ha seguito una fonte invece di un’altra).
        Stalingrado credo abbia un problema opposto e ancor più grave: troppe fonti! Quindi servirebbe un bravo storico che sfoltisca le fronde e raccontasse con passione solo il succo.

      6. sono assolutamente d’accordo, oltre che felice di sapere che hai in caldo un nuovo appuntamento de La storia e la finzione…
        comunque sì, il compito dello storico dovrebbe essere quello, ma non è affatto semplice, nonostante la relativa vicinanza temporale della battaglia di Stalingrado… il problema che hai evidenziato dell’eccesso di fonti si somma a quello, non secondario, del ruolo che ebbe l’episodio per la propaganda sovietica, che vedeva nella vittoria sul Volga l’inizio della rivincita…
        per cui tante di quelle fonti saranno pure “inquinate”…

      7. La propaganda è una brutta bestia, ed ecco perché in libreria puoi trovare 10 libri sul medioevo e 100000000000000000 sul Novecento. Eppure succedevano in soldoni le stesse cose, gli ebrei venivano perseguiti anche nel Medioevo così come i politici dell’epoca sparavano robe impossibili (tipo snellire la spesa pubblica e abolire le tasse), però se questo succede nel Novecento lo si può ideologizzare e quindi c’è più gusto e ci sono più lettori.
        Credo che il sogno di uno storico è avere un numero limitato di fonti che coincidono: averne troppo poche, come avviene per l’antichità, o averne uno sproposito esagerato, come nella modernità, credo sia un incubo. Raccontare Stalingrado temo sia impresa immane nella sua interezza, ecco perché sarebbe meglio divierla “a spicchi”.
        Sulla nuova puntata della Storia e la Finzione sto temporeggiando perché ho trovato un mare di materiale e vorrei metterlo per bene, senza scrivere un post infinito ma presentando il succo. 😉

  2. Davvero complimenti! Secondo me la battaglia di Stalingrado non ha ancora avuto una trasposizione degna, ci vorrebbe un’operazione kolossal tipo Nolan per Dunkirk. Magari uno Stalingrad di Sokurov! 🙂

    1. sono d’accordo, sono tre film interessanti ma sicuramente nessuno che possa entrare nell’Olimpo dei war movies…
      eppure l’episodio storico si presterebbe per una rappresentazione degna di un potenziale capolavoro del cinema di guerra…
      chissà che non sia proprio Sokurov a riportare Stalingrado sul grande schermo… difficilmente lo farà un americano, perché delle vicende in cui non hanno messo piede di solito si disinteressano completamente…

  3. bene Vincenzo, bel raffronto. che possa portare “discreta fortuna” anche per la riscossa della Sinistra alle prossime elezioni? ah, non c’è più la Sinistra?
    vero. peccato.

    1. ciao Giampiero, grazie!
      che dire… per quello servirebbe altro che uno “Speciale Russia”…
      servirebbe un miracolo, sia per la riscossa, sia per l’eventuale riformazione di una “sinistra” 😉
      a presto!!

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