Al cinema: Dogman, di Matteo Garrone

30420767-160224807978263-4557987999146023396-o_187a.jpgDopo la breve e fortunata divagazione fantastica de Il Racconto dei Racconti, Matteo Garrone torna agli ambienti e ai personaggi più tipici della sua filmografia con una storia al tempo stesso brutale e delicata, poetica e squallida. Dogman è un puro Garrone certificato al 100%, incentrato su personaggi ambigui e spesso controversi impegnati a sopravvivere in città disumanizzate e vittime delle proprie idiosincrasie, che li porta lentamente ma inesorabilmente alla rovina; un soggetto cupo, bilanciato da un leggero tocco di realismo magico per cui realtà e immaginazione, soggettivo e oggettivo si fondono fino a risultare impossibili da distinguere.

Garrone prende spunto per il suo film da un cruento caso di cronaca nera che ha turbato la città di Roma nel 1988: stanco di subire le angherie dell’ex pugile Giancarlo Ricci (Simoncino nel film), Pietro de Negri (Marcello) lo attira con un pretesto nel suo negozio di toelettatura per cani, lo imprigiona e lo uccide dopo una lunga notte di barbare torture. Oppure no; come nel film la realtà sembra piegarsi e distorcersi nella mente di Marcello, sempre più isolato e disperato man mano che la storia procede, così anche nella realtà la ricostruzione dei fatto che ha fornito de Negri non sembra corrispondere del tutto alla realtà dei fatti quanto al delirio distruttivo impossessatosi di un uomo allo stremo della sopportazione psicologica.

Su questo punto sembra volersi soffermare il regista nel raccontare la sua storia, che segue solo a grandi linee la cronaca prendendosi anche diverse libertà e licenze poetiche. Come tanti altri film di Garrone, Dogman non è tanto un racconto, quanto l’analisi di un tipo umano: Marcello viene posto sotto un microscopio sempre più potente, vivisezionato in parti sempre più minute facendolo diventare l’unico punto focale dell’intero film. L’ambientazione e i personaggi di contorno perdono progressivamente importanza lasciandolo alla fine solo su un palcoscenico ideale, unico attore di un dramma che si è consumato in segreto e nella sua testa prima ancora che nella realtà.

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L’intero film è una lenta discesa negli inferi della solitudine e della sottomissione psicologica, il disfacimento progressivo di una personalità debole che ha l’unica colpa di essere eccessivamente mite e incapace di imporre le proprie ragioni. Costretto a decidere a chi votare la sua fedeltà, Marcello sceglie Simoncino, violento e deviato, certo, ma anche l’unico che gli dimostri una parvenza di amicizia. Marcello si aggrappa all’illusione di questo legame, e in nome di questa amicizia inesistente sacrifica la sua libertà e la sua vita. Sofferta e toccante, la parabola di Marcello si conclude nel peggiore dei modi: non con l’omicidio, che pure ne segna il destino in modo irrevocabile,ma con l’annichilazione dell’umanità del suo protagonista, che fugge dalla realtà che lo circonda rifugiandosi dentro di sé, con l’unico collegamento con il mondo dato da uno sguardo vacuo ormai incapace di decodificare le proprie esperienze.

La profonda umiliazione e progressiva disumanizzazione di Marcello riprendono il titolo del film, quel Dogman che tanta ironia aveva suscitato per l’assonanza con i cinecomic d’oltreoceano. Nel corso del film, Marcello è più volte paragonato a un cane, e come tale spesso si comporta, scodinzolando figuratamente quando in compagnia, ma incapace di partecipare ad alcun tipo di interazione sociale in modo soddisfacente, e seguendo fedelmente Simoncino, suo padrone a tutti gli effetti. La sua metamorfosi si fa via via sempre più evidente nella seconda parte della pellicola, quando Simoncino gli schiaccia il volto contro la moto che aveva distrutto, impartendogli una lezione come si fa con un cane che ha sporcato casa, fino alla fine del film, quando si completa il processo e Marcello si rifugia nella stessa bestialità da cui aveva tratto l’unico affetto nella sua vita. Significativo in questo caso come porti gioiosamente il cadavere di Simoncino in mostra a quelli che considera i suoi amici, o il lungo primo piano finale, in cui Marcello si guarda intorno, ansimante come un cane dopo uno sforzo intenso, con lo sguardo vitreo e assente di un animale in attesa del padrone.

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Questo immenso lavoro sul personaggio non sarebbe possibile senza l’interpretazione viscerale di un grande attore, e Marcello Fonte offre tutto il suo talento per portare in vita il suo protagonista. Meritatissimamente premiato al Festival di Cannes, Fonte recita soprattutto col corpo e le espressioni prima ancora che con la voce e i dialoghi, in quella che è un’immedesimazione completa nel personaggio. La sottomissione di Marcello, la sua ricerca di intimità e di contatto umano non hanno bisogno di essere esplicitate dalla sceneggiatura: è sufficiente osservare l’interpretazione di Fonte, la sua postura curva, a tratti quasi ossequiosa, e lo sguardo sfuggente, supplice, ma sempre col sorriso onesto di un uomo buono. Il lavoro degli attori è supportato anche dalla regia, che privilegia lunghi piani sequenza in cui i personaggi sono lasciati liberi di interagire e strettissimi primi piani, con i volti che occupano quasi per intero l’inquadratura come a spingerci a immergerci nel loro sguardo, e nella loro anima.

Garrone riesce a prendere un macabro fatto di cronaca e a rivisitarlo fino a strutturarlo come una profonda indagine sull’animo umano e i meccanismi della solitudine e dell’isolamento sociale, a prova della sua sensibilità di artista e di uomo. Una nuova, eccezionale prova d’autore di una grande voce del nostro cinema nazionale.

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Dogman (2017, Italia, 102 min)

Regia: Matteo Garrone

Sceneggiatura: Matteo Garrone, Ugo Chiti, Massimo Gaudioso

Fotografia: Nicolaj Brüel

Musiche: Michele Braga

Interpreti principali: Marcello Fonte (Marcello), Edoardo Pesce (Simoncino)

4 pensieri riguardo “Al cinema: Dogman, di Matteo Garrone

  1. Io aspetto di vederlo. Mi piace lo sguardo garroniano su una vicenda così barbara e infelice. Molto poetico, molto intimo. Ha tralasciato forse le verità per raccontare l’umanità.

    P.s. io aspetto sempre la serie su Il racconto dei racconti.

    Moz-

  2. visto stasera… il film mi è piaciuto davvero molto e la tua recensione coglie tutti gli aspetti degni di nota, con un’interpretazione che mi trova pienamente d’accordo…
    anche da un punto di vista stilistico il film è eccellente, sembra quasi un mix tra Bela Tarr e Von Trier, e non mancano pure alcuni piccoli spunti comici che rendono paradossali certe situazioni…
    insomma, promosso a pieni voti e fino a questo momento, per quanto mi riguarda, il miglior film italiano del 2018.

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