Wes Anderson compie 50 anni: vita e opere dell’autore più hipster di Hollywood

MV5BMTY1MjgzODIwNF5BMl5BanBnXkFtZTcwNTM2NzExMw@@._V1_UY317_CR10,0,214,317_AL_Tagliare il traguardo del mezzo secolo è sempre un momento importantissimo nella vita di una persona, in cui, oltre a festeggiare come si deve, immagino sia inevitabile fermarsi un secondo e tirare le somme di una vita che ha già compiuto un buon numero di giri intorno a una stella. Oggi compie 50 anni Wes Anderson, probabilmente l’artista più hipster di Hollywood, uno degli autori dallo stile più immediatamente riconoscibile grazie alle peculiari palette cromatiche cui ci ha abituato e alle sue fiabe spesso agrodolci. Nell’unirci tutti a fargli i migliori auguri di compleanno, ho deciso di addossarmi l’onere di ripercorrere la carriera di questo grande artista, facendo il punto sui suoi traguardi e sulla sua speciale poetica; per l’occasione ho finalmente colmato anche le ultime lacune della sua filmografia recuperando tutti i suoi film e, soprattutto, i corti; te li consiglio, sono deliziosi!

Wes nacque a Huston in Texas il primo Maggio del 1969, portando un nome piuttosto pesante: Wesley Mortimer Wales Anderson. Già da bambino, il nostro regista realizzò alcuni film muti con la cinepresa Super8 del padre, obbligando fratelli e amici a prendere parte ai suoi progetti in veste di attori. La sua ambizione, tuttavia, era inizialmente quella di diventare scrittore, una passione per la parola scritta che non si è sopita nel corso del tempo se pensiamo alla ricorrenza con cui appaiono pseudobiblia nei suoi film e allo stile delle sue sceneggiature, decisamente barocche.

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Vita e arte si mescolano continuamente nell’opera di Wes Anderson, che riprende molto spesso nei suoi film tematiche e avvenimenti che lo hanno particolarmente segnato; è il caso, ad esempio, del divorzio dei genitori, un tema ricorrente all’interno della sua filmografia quasi a voler rielaborare costantemente un avvenimento particolarmente doloroso. I rapporti famigliari disfunzionali e la ricerca di una riconciliazione tra i membri di una stessa famiglia sono spesso al centro delle sue storie, come I Tenenbaum o Il treno per il Darjeeling, dimostrando come la ricostruzione di un nucleo famigliare in seguito alla sua dissoluzione, volontaria o meno, sia sempre una delle sue molte ossessioni. Allo stesso tempo anche la sua carriera studentesca entra prepotentemente a far parte del suo lavoro, ispirando il suo secondo lungometraggio, Rushmore, ricchissimo di elementi biografici di Wes e dell’amico Owen Wilson, che co-scrisse il film.

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Quello con Wilson è un fortunato sodalizio di vita e lavoro che ebbe inizio all’Università del Texas, dove Wes si iscrisse per studiare filosofia. Compagni di stanza, la personalità istrionica di Owen fu probabilmente il trampolino di cui Wes aveva bisogno per buttarsi anima e corpo nel cinema, dal momento che i due realizzarono molto presto il loro primo cortometraggio, Bottle Rocket. Il film fu successivamente presentato al Sundance, dove ottenne i fondi per diventare un lungometraggio, scritto nuovamente dalla coppia Anderson-Wilson, che ampliarono notevolmente il soggetto del corto, e diretto dal primo. Distribuito in Italia come Un Colpo da Dilettanti, il film fu un colossale flop, ma ebbe il merito di far conoscere la figura di Wes Anderson, lanciandone di fatto la carriera; in più permise al regista di conoscere e stringere amicizia con i fratelli di Owen, Luke e Andrew, che ritorneranno nei suoi film successivi in ruoli da protagonista.

Dopo il già citato Rushmore, cui la fortuna sorrise molto di più al botteghino, Anderson realizzò uno dei suoi film più celebri, nonché uno dei miei preferiti: I Tenenbaum. Uscito nel 2001, I Tenenbaum comprende gran parte dei temi cari al regista texano, e inizia a presentare anche una certa maturità stilistica con gran parte delle sue firme autoriali che contribuiranno a rendere riconoscibile il suo lavoro, come i geometrici movimenti di camera e le violente tonalità cromatiche che caratterizzano ogni film (in questo caso il rosso e il giallo, altro feticismo di Wes Anderson). I Tenenbaum può quindi essere considerato il manifesto di Wes Anderson, una summa del suo lavoro e una dichiarazione di intenti.

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Da questo momento, Wes Anderson è sulla cima dell’onda, e continuerà a rimanerci nonostante il rendimento non troppo soddisfacente del film successivo, Le Avventure Acquatiche di Steve Zissou. Nel 2009 si colloca una nuova piccola avventura per il regista, che dopo aver sfruttato l’animazione stop-motion in alcune sequenze sottomarine di Le Avventure Acquatiche di Steve Zissou decide di realizzare un film interamente animato. La scelta del soggetto cadde sul romanzo di Roald Dahl Furbo, il Signor Volpe, che Anderson rielabora a modo suo. La produzione ebbe luogo a Londra, dove il regista ebbe a disposizione la stessa crew che portò in vita La Sposa Cadavere di Tim Burton; ad aiutare Wes durante la realizzazione del film avrebbe dovuto esserci Henry Selick, il quale dovette però rinunciare per lavorare a Coraline, il primo lungometraggio dello studio Laika tratto dal romanzo di Neil Gaiman. Il film è realizzato prevalentemente con la tecnica dello stop-motion, e riesce a tradurre in animazione le idiosincrasie e forme stilistiche del suo regista, che si dimostra perfettamente in grado di padroneggiare anche l’animazione, e a suo agio su un set in miniatura popolato da pupazzi da muovere.

Tutti i film successivi furono dei grandi successi per Wes Anderson, da Moonrise Kingdom, speciale nel seguire l’andamento di un sogno a occhi aperti di un bambino innamorato, a Grand Budapest Hotel, un altro dei miei preferiti che gli valse la sua prima candidatura come Miglior Film agli Oscar del 2015, fino al successo di L’Isola dei Cani.

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L’opera di Wes Anderson spicca per essere immediatamente riconoscibile anche con una sola occhiata distratta. Questo grazie al suo peculiare stile visivo che rasenta l’ossessivo, con la perfetta simmetria delle sue inquadrature e i perfetti movimenti di macchina, geometrici e precisi che misurano le dimensioni di un set – e di un mondo – assolutamente autocontenuti e chiusi in sé stessi. La scelta di uno stile visivo così personale e artificioso, che rifiuta qualsiasi pretesa di naturalismo, esplicita anche la presenza del regista e la natura fittizia dei film: Wes non pretende mai di creare un’illusione di realtà, anzi, dichiara apertamente la sua presenza e il suo ruolo nel decidere cosa mostrarci e in quale misura, guidando il nostro sguardo attraverso una serie di set altrettanto artificiosi e artificiali. Di fronte ai suoi film siamo sempre ben consapevoli di star assistendo a una raffinata messa in scena allestita da un abilissimo narratore che sa sempre, in ogni momento, cosa rivelare e cosa nascondere, dove posare lo sguardo e dove andare, nella migliore traduzione per immagini della figura del narratore letterario, perfettamente onnisciente perché non solo conosce tutto quello che sta avendo luogo nel suo film, ma sa anche perfettamente quando spostarsi per mostrarcelo, facendoci spesso assistere al movimento fisico invece di ricorrere semplicemente al montaggio.

Questo cinema inteso come una successione di tableau risulta coerente con la sua poetica, che indugia molto spesso in microcosmi chiusi e generalmente refrattari alle influenze esterne. I mondi di Wes Anderson sono sempre chiusi, anche geograficamente, e al loro interno valgono una serie di regole che altrimenti non avrebbero modo di esistere nel mondo reale; si tratta di piccoli mondi che, sebbene evidentemente inverosimili se confrontati con la realtà, al loro interno risultano perfettamente coerenti ed equilibrati. I personaggi che popolano queste bizzarre realtà sono spesso persone malinconiche e, come il loro autore, vittime di ossessioni che rischiano di trascinarli alla rovina. Nonostante i suoi film siano commedie, Wes parla sempre di nuclei disfunzionali popolati da personaggi certo eccentrici, ma spesso dolenti, con esperienze di assenze e lutti che continuano a riverberare sul loro presente, condizionando quello che sono e le scelte che fanno. Le famiglie sono spesso disunite, le amicizie improbabili e le innocenze perdute sempre molto presto, nonostante l’apparente infantilismo della confezione. Con una palette di personaggi così particolari e complessi è un’ottima cosa che i suoi film siano sempre character-driven: si seguono i personaggi e i loro percorsi, e una trama si sviluppa solo come una conseguenza, naturale ma non per questo necessaria.

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Wes Anderson ha dato vita a un favolistico cinematografico che pur senza ricorrere alla magia crea mondi fantastici simili al nostro, ma che al nostro non sono mai perfettamente sovrapponibili. Nonostante il suo stile sia molto lodato e abbia creato un notevole seguito tra fan e addetti ai lavori, mi sembra che non abbia generato un vero e proprio seguito, come avvenuto al contrario con Tim Burton, le cui figurine storte si ritrovano molto spesso anche al di fuori dei suoi film; forse l’unico film a cui riesco a pensare che si avvicina il più possibile alla poetica di Anderson è Captain Fantastic, diretto da Matt Ross nel 2016 e interpretato da Viggo Mortensen, Frank Langella e un ampio, ottimo cast giovane e giovanissimo. Anche in questo caso si assiste a un microcosmo volutamente chiuso e in cui vigono regole diverse da quelle che reggono il mondo, ma i suoi personaggi non raggiungono il medesimo livello di surrealtà che la scrittura di Wes Anderson riesce a costruire, compromettendo la natura al tempo stesso satirica e tragica della storia.

6 pensieri riguardo “Wes Anderson compie 50 anni: vita e opere dell’autore più hipster di Hollywood

  1. anch’io devo confessare il mio amore incondizionato per I Tenenbaum, altra grande collaborazione Anderson – Wilson…
    e quanto allo stile hai usato il termine più azzeccato: ossessivo…

  2. Bellissimo articolo! Arrivo colpevolmente in ritardo su Wes Anderson. Mi sono goduto il suo Isle of Dogs al cinema e ho tre suoi DVD nello scaffale più alto (con gli altri registi che iniziano con la A e qualcuno che inizia con la B)… ma non li ho ancora visti! Devo rimediare al più presto!

    1. Assolutamente!
      No va bé, io me la tiro ma anche io ho recuperato tutti i suoi film che mi mancavano solamente l’anno scorso quando è uscito Isle of Dogs. Più che altro sono invidioso dell’idea di una serie di scaffali pieni di DVD in ordine alfabetico, potrei vendermi l’anima per una cosa del genere!

      1. Rigorosamente in ordine alfabetico per regista. Ne ho più di 600, senza un ordine rigoroso non troverei mai niente!

        E poi si, in alcune cose sono ossessivo compulsivo…! X–D

      2. Bè io ho tutti i libri in ordine di altezza, dal più alto al più basso, e dal più grande al più piccolo. Quando queste due cose entrano in conflitto vado in crisi! Più, a parte, due scaffali dedicati solo a Stephen King e a Neil Gaiman.

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