Al cinema: The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde, di Rupert Everett

the happy prince 1Rupert Everett è generalmente associato all’idea di bellezza maschile e alla sua dichiarata omosessualità, tanto che col tempo è finito per diventare un’icona di entrambe le cose. Negli ultimi anni era sparito dai radar (se non per ruoli secondari), ma rieccolo affacciarsi sulla scena, all’alba dei sessant’anni, con il primo film di cui, oltre a recitare nella parte del protagonista, cura anche la regia e la sceneggiatura. Presentato in anteprima al Sundance, The Happy Prince ha avuto un passaggio alla Berlinale prima di approdare nei cinema italiani, stranamente, una volta tanto, ben due mesi prima della sua prevista uscita nei cinema inglesi.

La storia è quella degli ultimi anni di vita di Oscar Wilde, gli anni successivi alla sua condanna per omosessualità (o gross public indecency, come era definita eufemisticamente nell’Inghilterra vittoriana). Scontati i due anni di pena, Wilde non può più vedere moglie e figli e si rifugia in Francia, in Normandia, dove i suoi vecchi amici Reggie Turner e Robert Ross gli procurano una nuova identità e la possibilità di ricostruirsi una vita lontano dall’Inghilterra. Ma un uomo come Wilde, abituato a seguire i suoi istinti e ad assecondare completamente i suoi vizi, ben presto scapperà a Napoli con il suo giovane amante Bosie Douglas. Tornato in Francia e rifugiatosi a Parigi, lo scrittore vivrà alla giornata, vittima delle dipendenze da alcoolici e stupefacenti. Due giovani fratelli diventeranno i suoi unici compagni di vita: il più piccolo per ascoltare la fiaba de Il principe felice, che Wilde raccontava ai suoi figli; l’altro sarà il suo nuovo, giovanissimo amante…

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Quello di Everett è un biopic onesto, ma dalla struttura molto tradizionale, incentrato sugli ultimi tre anni di vita di Wilde, quelli della decadenza e della povertà, della caduta in disgrazia dopo una vita di successi. Sono gli anni seguenti alla condanna ai lavori forzati per omosessualità, un reato da cui lo scrittore è stato riabilitato soltanto nel 2017, come ci informano i titoli di coda.

La fotografia lugubre e cupa di John Conroy si schiarisce nelle scene ambientate a Napoli. Questo passaggio continuo tra location inglesi, francesi e italiane, porta ad una commistione di lingue che rende quasi marginale il ruolo del doppiaggio. La suadente voce del protagonista si sente infatti nelle molte scene recitate in francese e tanto valeva allora gustarsi il film in lingua originale, per vedere, peraltro, come se la cavava con l’italiano del periodo campano.

Il film di Everett non brilla particolarmente per la regia (se non per una messa in scena raffinata ed elegante), né per una sceneggiatura piuttosto lineare, con il mero espediente dell’intreccio di vicende temporalmente disallineate che interviene a scombinare un resoconto abbastanza piatto.

Un plauso convinto va invece all’Everett attore, abbruttito e imbolsito per rendere il degrado fisico, ma anche morale, di un Wilde completamente allo sbando, che pur rimpiangendo la famiglia da cui è stato allontanato, non riesce a negarsi i piaceri e i vizi di una vita dissoluta, tra assenzio, cocaina e rapporti omosessuali con giovani partner attirati più dai suoi (oramai pochi) soldi che dal fascino di un uomo che dalla breccia dell’onda su cui si trovava ha dovuto subire una rapida e catastrofica discesa agli inferi. Sebbene la stagione 2018 sia appena iniziata e dunque le tempistiche non depongano a suo favore, non sarei sorpreso se la performance del buon Rupert dovesse finire nelle mire dell’Academy per le candidature del prossimo anno.

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Everett aveva già recitato in lungometraggi tratti da commedie di Oscar Wilde (Un marito ideale, L’importanza di chiamarsi Ernest) e cullava da tempo il sogno di portare sul grande schermo la storia del suo autore preferito, colui che fu tra i primi a innalzare il tema dei diritti dei gay all’attenzione mondiale, con una condanna cui decise di non sottrarsi. Lo fa, paradossalmente, mostrando il lato peggiore di Wilde, dipingendo il degrado dei suoi ultimi anni, ma in tal modo accusando l’ipocrisia della società vittoriana che trasformò uno dei suoi migliori intellettuali in un reietto, un emarginato costretto a vivere nell’indigenza.

Ed è così che la fiaba del principe felice diventa metafora della sua condizione: quella statua prima ammirata da tutti poi distrutta e dimenticata una volta spogliata dei suoi ornamenti.

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The Happy Prince (2018, USA / Italia / Belgio / Regno Unito, 105 min)

Regia e Sceneggiatura: Rupert Everett

Fotografia: John Conroy

Musiche: Gabriel Yared

Interpreti principali: Rupert Everett (Oscar Wilde), Colin Firth (Reggie Turner), Colin Morgan (Alfred Bosie Douglas), Emily Watson (Constance Wilde), Edwin Thomas (Robbie Ross)

12 pensieri riguardo “Al cinema: The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde, di Rupert Everett

  1. Aspettavo di leggere qualcosa di questo film. Ho guardato le locandine con sospetto, annusando puzza di bluff. Mi sembra che tu, nella tua recensione, ti mantenga prudentemente a metà tra l’apprezzamento e la critica. Ma forse quello che mi ha trattenuto più di tutto è stato il fatto di non voler vedere Wilde rovinato anche fisicamente negli anni della sua morte, perché poveretto ci ha messo degli anni a morire, socialmente prima e personalmente dopo. Una storia veramente tragica.

    1. Sì diciamo che se si guarda il film per l’ammirazione che si ha per Wilde si rischia di uscire con un magone derivante, per l’appunto, dal fatto che ne viene mostrato il periodo peggiore, quello del degrado fisico e morale. Se invece si guarda all’opera cinematografica non si può non apprezzare l’ottima interpretazione di Everett, anche se il biopic resta di taglio tradizionale e privo di grossi guizzi che lo facciano apprezzare per aspetti che non siano, per l’appunto, la recitazione. Per questo il mio giudizio non è entusiastico, ma nemmeno negativo.

  2. Sono molto dubbioso dei film biografici su Wilde, non ricordo neanche se mi sia piaciuto quello di Stephen Fry, però la tua rece mi ha incuriosito. Probabilmente avevo l’età degli amanti di Oscar quando ho visto “L’ultima Salomè” del geniale Ken Russell, rimanendone folgorato e stregato, e da allora di solito mi piacciono i film dalle opere wildiane. Quando invece si parla di biografia subentra il forte rischio di moralismi da un lato e dall’altro. Qui poi mi si va a citare la favola di Wilde più amo, che mi fa piangere da quando da bambino ne vidi una versione animata tristissima: se mi si cita a sproposito il Principe Felice mi indispettisco! 😛

    1. Il rischio moralismo in un’opera incentrata su Wilde è dietro l’angolo. C’è da dire che Everett fa di tutto per fornire un resoconto crudo e onesto della sua vita, gliene va dato atto. Quanto al principe felice, la metafora sta in piedi, anche se potrebbe apparire un po’ forzata. Di certo senza quella il film probabilmente non si sarebbe fatto, essendo l’unico espediente in grado di portare l’opera su un piano di suggestione (e redenzione), altrimenti, per il resto, sarebbe un film di una tristezza sconfortante…

    1. Grazie.😉 Non è un film fondamentale, non ti perderai moltissimo. Potrebbe tornare sugli scudi nel caso in cui Everett si becchi qualche nomination per la recitazione per qualche premio importante. Ma altrimenti credo che la sua collocazione resterà in un onesto secondo piano

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