Confronti: 5 film sulla seconda guerra mondiale nel Canale della Manica (aspettando Dunkirk)

aspettando dunkirk 0Sale l’attesa per Dunkirk, il film di Christopher Nolan che tra 5 giorni uscirà nelle sale italiane, dopo essere sbarcato nei cinema di mezzo mondo già nel mese scorso (del perché di questo delay ne abbiamo parlato qui). Un film attesissimo, sia per il regista che lo ha confezionato, ormai diventato un autore di culto, sia perché narra di alcune vicende della seconda guerra mondiale relativamente poco conosciute ma estremamente importanti. Quella di Nolan non è la prima pellicola che racconta dell’evacuazione di Dunkerque del 1940 (sull’Operazione Dynamo sono già stati girati Dunkerque di Leslie Norman e Week-end a Zuydcoote di Henri Verneuil, rispettivamente del 1958 e del 1964). Sulle vicende belliche occorse nel Canale della Manica ai tempi del secondo conflitto mondiale, il cinema si è del resto soffermato svariate volte, costruendo alcune delle pellicole di guerra più celebri e celebrate della storia del cinema. Se è vero che la maggior parte di esse sono focalizzate su un episodio specifico e diverso da quello narrato in Dunkirk, lo sbarco in Normandia del 1944, è altrettanto innegabile che saranno proprio tali film a costituire il primo metro di paragone per valutare l’ultima fatica di Nolan. Tanto vale, pertanto, passare in rassegna alcune di queste opere, limitando l’analisi a cinque delle pellicole più importanti ambientate (anche solo in parte) sulle coste del Nord della Francia, una per ciascun decennio dagli anni Cinquanta agli anni Novanta.

aspettando dunkirk 1Procedendo in ordine cronologico, il primo film di un certo livello che si incontra è Rommel, la volpe del deserto (1951). Dopo essere stato uno dei protagonisti della blitzkrieg sul fronte francese, il generale Erwin Rommel fu gran trionfatore in Africa, dove – giunto per dar manforte agli italiani che stavano subendo umilianti sconfitte da parte degli inglesi – seppe ribaltare la situazione, dimostrando una maestria nel combattimento in spazi aperti che gli varrà il soprannome di Volpe del deserto. Tornato in Germania per prestarsi a delle cure mediche, Rommel ottiene la promozione a feldmaresciallo, il più alto grado dell’esercito. Rientrato in Egitto, questa volta viene sconfitto dagli inglesi ad El Alamein, dove dispone la ritirata sottraendosi all’ordine perentorio del Führer di resistere fino alla vittoria oppure morire. Tornato in Europa, viene assegnato sul fronte occidentale in vista dell’ormai imminente sbarco alleato nel nord della Francia. Nel film lo vediamo passare in rassegna le difese predisposte sulle coste francesi, per cercare di scovare eventuali falle. Proprio in Francia verrà avvicinato dai cospiratori che stanno organizzando un attentato a Hitler, quello che appare l’unico modo per mettere fine ad una guerra nella quale la Germania si sta avviando inesorabilmente verso la sconfitta.

Il film, tratto da un libro autobiografico di un ufficiale inglese che incontrò di sfuggita Rommel durante la guerra nel nord Africa, ricostruisce gli ultimi anni di vita di quello che è senza dubbio il più famoso generale tedesco della seconda guerra mondiale, rispettato ed ammirato anche dai nemici per la sua sagacia, le sue capacità militari e la sua sostanziale correttezza.

Quello di Henry Hathaway è un biopic pulito e dallo stile tradizionale, che curiosamente non descrive i trionfi di Rommel, iniziando la narrazione nel momento in cui egli aveva già raggiunto l’apice dei successi militari. Un qualcosa di sicuramente anomalo, ma che contribuisce a creare fin dalle prime battute un’aura di mito attorno al personaggio.

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Il finale mostra ciò che accadde al feldmaresciallo (interpretato dal sempre eccellente James Mason), ma che si seppe soltanto dopo la fine della guerra: coinvolto, anche se solo marginalmente, nelle cospirazioni contro Hitler, venne costretto da questi al suicidio, evitando così un processo che avrebbe macchiato la fama di un personaggio molto amato dall’esercito, ma poco dai suoi colleghi e dai più stretti seguaci del Führer.

aspettando dunkirk 3A poco più di dieci anni di distanza dal film di Hathaway troviamo Il giorno più lungo (The Longest Day, 1962). In quasi tre ore di durata, il produttore Darryl Zanuck – che coordina i tre registi accreditati e dirige egli stesso alcune scene, vero deus ex machina dell’operazione – ricostruisce il giorno dello sbarco in Normandia con un realismo notevole, senza risparmio di uomini e mezzi. Gli effetti speciali vinsero l’Oscar (insieme alla fotografia, rigorosamente in bianco e nero), anche se ovviamente non siamo ai livelli che raggiungerà Spielberg con Salvate il soldato Ryan (ma del resto i due film sono divisi da quasi quattro decenni di progressi tecnici).

La pellicola si concentra interamente sul giorno dello sbarco, sui preparativi degli Alleati e sulla routinaria predisposizione delle difese da parte dei tedeschi, che come noto non si aspettavano l’operazione in quel momento e in quel luogo. Il vero punto di forza di quest’opera è il cast stellare, una vera e propria parata di divi tra cui solo John Wayne e Robert Mitchum (quest’ultimo superiore al primo) si ritagliano un ruolo da protagonisti. Tra gli altri attori figurano grandi nomi come Henry Fonda, Sean Connery, Rod Steiger, Robert Ryan, Richard Burton e Paul Anka, che compone anche uno dei motivi della colonna sonora.

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La coralità del film viene compromessa da un coordinamento non sempre perfetto dei diversi fronti su cui si sposta l’azione, eppure l’opera è nel complesso ben riuscita. L’obiettivo principale, che emerge con chiarezza, è del resto quello di celebrare l’episodio dello sbarco (che determinò – o per certi versi soltanto accelerò – la vittoria finale), piuttosto che ambire ad una ricostruzione documentaristica.

aspettando dunkirk 5Con un salto di otto anni si arriva a Patton, generale d’acciaio (Patton, 1970). Un giovane Francis Ford Coppola scrive il copione (insieme a Edmund North) della vita di uno dei più famosi, controversi e stravaganti generali della seconda guerra mondiale, il californiano George Patton, che crede nella reincarnazione e conosce a menadito praticamente ogni battaglia combattuta sul pianeta – dai romani a Napoleone – a suo dire perché vi ha preso parte personalmente. Sbarcato in Marocco nel 1942 per attaccare le forze italo-tedesche in Tunisia – messe già a dura prova dal generale britannico Montgomery, ma che ancora tengono testa grazie all’abilità tattica del feldmaresciallo Rommel – Patton guida i suoi alla vittoria, rimanendo però deluso nello scoprire che alla battaglia decisiva non ha preso parte lo stesso Rommel, che stima moltissimo. Dopo essersi assicurati il Nord Africa, gli Alleati sbarcano in Sicilia. Fortemente criticato per i suoi metodi, Patton verrà messo da parte nel decisivo sbarco in Normandia e utilizzato per depistare i tedeschi, facendo credere che il generale da loro tanto temuto si appresta a sbarcare a Calais.

Reduce dal successo de Il pianeta delle scimmie, Franklin J. Schaffner apre uno dei suoi film più riusciti con la celeberrima scena del discorso di Patton alle truppe, davanti ad una gigantesca bandiera a stelle e strisce: per trovare qualcosa di iconicamente simile nel cinema americano dobbiamo tornare indietro fino al comizio di Kane in Quarto potere. Per circa sei minuti si assiste alla mera alternanza di piani sul generale che parla ai suoi soldati, dal campo lungo al dettaglio, senza nemmeno un controcampo a inquadrare la platea.

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Una scena a sé, giustamente anteposta ai titoli di testa, dopo i quali inizia il film vero e proprio, che pur non discostandosi dalla tradizione delle pellicole di guerra anni Sessanta (come il più sopra esaminato Il giorno più lungo), fa emergere la grande padronanza delle riprese da parte di Schaffner.

Per il resto, tutto il film ruota attorno alla recitazione semplicemente eccezionale di George C. Scott, che solo sei anni prima aveva entusiasmato il pubblico di mezzo mondo con la umoristica interpretazione di un altro generale, l’eccentrico “Buck” Turgidson, ne Il dottor Stranamore di Kubrick.

Scott è assolutamente impeccabile nel ruolo del protagonista, con un istrionismo accentuato ma mai fuori posto o ridondante. Scott semplicemente è Patton.

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Perfettamente in linea con il carattere del generale, l’attore stupì il mondo rifiutando un Oscar meritatissimo. Fu il primo in assoluto a farlo (seguito, due anni dopo, dal Godfather Marlon Brando) definendo la cerimonia una “parata di carne umana da due ore di durata”.

Una “parata” che valse al film ben sette statuette, incluse quelle di miglior film, regia e sceneggiatura originale (la prima di una lunga serie per Francis Ford Coppola).

aspettando dunkirk 8A dieci anni da Patton troviamo un altro film celebratissimo, Il grande uno rosso di Samuel Fuller (The Big Red One, 1980). La pellicola prende il nome dalla prima divisione di fanteria americana, di cui si seguono le vicende durante il secondo conflitto mondiale. Come avvenne per le forze comandate da Patton, anche la prima divisione fu impegnata nei tre grandi sbarchi in Nord Africa, Sicilia e Normandia.

All’interno della prima divisione di fanteria aveva realmente combattuto il regista Samuel Fuller, che può così conferire un tocco autobiografico alla pellicola (da lui anche sceneggiata) attingendo dalle sue memorie. Fuller era reporter di guerra (filmò, tra le altre cose, la liberazione del campo di concentramento di Falkenau, in Cecoslovacchia) e venne decorato al valore.

Il grande uno rosso si presenta come opera a soggetto ma è improntata ad un tale realismo che dimostra come quei fatti siano stati vissuti in prima persona da chi li racconta: dall’aiuto che i soldati prestano a una donna belga che sta per partorire (dentro un carro armato, usando preservativi al posto dei guanti), all’agguato tedesco nelle Ardenne, con i panzer che sparavano alla cieca contro gli alberi per generare schegge di legno che in molti casi uccidevano i militari americani rifugiati nei boschi.

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C’è mezza guerra mondiale nel racconto di Fuller (dallo sbarco in Nord Africa alla liberazione dei campi di concentramento) e questo lo rende un film completo ed efficace, purtroppo brutalmente tagliato nella versione cinematografica uscita nel 1980, cui però si è posto rimedio con una seconda edizione estesa uscita per l’home video.

La lunga sequenza dell’arrivo al campo di concentramento e della scoperta degli orrori dei nazisti (i forni crematori, i prigionieri apatici e in condizioni pietose, che non riescono a provare gioia per l’avvenuta liberazione) è tra le più significative e memorabili della pellicola.

Una cosa che invece non convince è il cast decisamente male assortito. Lee Marvin non si discute, ma era nella fase calante della sua carriera e con qualche anno di troppo. Mark Hamill (alias Mr. Luke Skywalker) è in secondo piano (e forse è stato un bene). L’unico personaggio davvero convincente è il soldato italoamericano Vinci, interpretato da Bobby Di Cicco (ma stiamo parlando sostanzialmente di una meteora).

aspettando dunkirk 10E siamo agli anni Novanta, con Salvate il soldato Ryan (Saving Private Ryan, 1998). Come per Il giorno più lungo, il film è sostanzialmente incentrato sullo sbarco in Normandia del 6 giugno 1944, anche se per Steven Spielberg l’avvenimento sembra solo il pretesto per mettere in scena la storia del soldato semplice James Francis Ryan, paracadutista della divisione aviotrasportata, unico sopravvissuto di quattro fratelli, tre dei quali morti in quei giorni in azioni belliche. Per evitare ad una madre il dolore della contemporanea perdita di tutti i suoi figli, il capo di stato maggiore delle forze armate statunitensi, generale George Marshall, ordina che quel ragazzo venga trovato e riportato in patria.

Ma lo sbarco in Normandia è anche l’occasione di cui ha approfittato Spielberg per regalare alla storia del cinema i venti minuti più intensi e realistici mai visti fino ad allora in un film di guerra. La conquista della spiaggia di Omaha, il luogo in cui si consumò l’orrenda mattanza di militari americani (ne morirono oltre tremila), è l’avvenimento storico usato dal regista dell’Ohio per raggiungere questa memorabile vetta di tecnica cinematografica. Il realismo è assoluto e fotografa alla perfezione la carneficina di Omaha Beach, e in particolare della prima ondata di sbarchi, i cui partecipanti furono esposti al fuoco incontrastato dei tedeschi asserragliati sulle difese costiere.

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C’è da dire che in realtà il realismo di Spielberg concede qualcosa allo spettacolo, ed infatti la sequenza inizia direttamente dallo sbarco, senza fare alcun cenno agli intensi bombardamenti, navali ed aerei, che colpirono le coste normanne nelle ore precedenti l’arrivo di Rangers e Marines (cosa che invece fa la pellicola di Zanuck).

Passata la prima mezz’ora di combattimenti forsennati, di sangue e mutilazioni, di morte e grida di dolore, si apre la parte principale del film, con la storia del soldato Ryan e del suo disperato e arduo tentativo di salvataggio. Lo sceneggiatore si basò su una storia vera dell’età della guerra civile, citata nel film da un George Marshall che si rende protagonista di un poco verosimile slancio retorico.

La sceneggiatura è in ogni caso la parte debole (basti citare la stucchevole scena dello scambio di persona) di un film che per l’appunto si ricorda più che altro per la citata sequenza iniziale.

Anche gli attori nel complesso non entusiasmano. Lo stesso Tom Hanks – sempre ottimo nelle sue interpretazioni – non sembra particolarmente convinto della parte a lui affidata del capitano ex professore di lettere incaricato del salvataggio. Matt Damon per fortuna è protagonista soltanto nel titolo, mentre l’unico comprimario davvero convincente è Tom Sizemore, nei panni del sergente Horvath, braccio destro del capitano.

Non a caso i cinque Oscar vinti dalla pellicola sono tutti attinenti ai reparti tecnici: oltre a quello – inevitabile – alla regia, particolarmente meritato è il riconoscimento a Janusz Kaminski per la sua splendida fotografia desaturata.

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Per concludere – e volendo tentare un bilancio di questi cinque film – da questo confronto emergono l’epicità di Rommel, la volpe del deserto, l’imponenza produttiva de Il giorno più lungo, l’equilibrio narrativo di Patton, generale d’acciaio, il realismo de Il grande uno rosso, la perfezione registica di Salvate il soldato Ryan. Brillano le interpretazioni dei protagonisti di Rommel e Patton, luccica di stelle il cast di The Longest Day, commuove The Big Red One, travolgono per la loro verosimiglianza le sequenze dello sbarco girate da Spielberg.

Il film più completo e meglio riuscito, a parere di chi scrive, è forse il Patton di Franklin J. Schaffner.

E voi cosa ne pensate? Riuscirà il film di Nolan ad avvicinarsi o addirittura a superare questi capisaldi del cinema bellico ambientati sul fronte europeo-occidentale della seconda guerra mondiale? Qual è il più riuscito di questi cinque masterworks usciti tra gli anni Cinquanta e gli anni Novanta?

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The Desert Fox: The Story of Rommel (1951, USA, 88 min)

The Longest Day (1962, USA, 180 min)

Patton (1970, USA, 170 min)

The Big Red One (1980, USA, 113/162 min)

Saving Private Ryan (1998, USA, 169 min)

17 pensieri riguardo “Confronti: 5 film sulla seconda guerra mondiale nel Canale della Manica (aspettando Dunkirk)

  1. Sicuramente li avrò visti tutti, sia perché sono figlio di padre amante del warmovie sia perché negli anni Ottanta passavano molto spesso in TV (a parte ovviamente Hanks), ma li ricordo poco. L’unico di quelli che citi e che ricordo bene è lo splendido Rommell, perché l’ho rivisto recentemente (passò sulla compianta piccola emittente ReteOro, che faceva un mare di ottimi film ogni sera!)
    James Mason mi ha stregato, ma ovviamente sono cresciuto con la mascella d’acciaio di Patton: e magari la passerella di carne umana durasse solo due ore! 😛
    In occasione del film magari me ne rivedo qualcuno: grazie per il servizio informativo! ^_^
    P.S.
    Appena uno di questi film verrà trasmesso in chiaro nel weekend, metterò il tuo link nella mia guida TV 😉

    1. beh sì, James Mason era un grandissimo e molto adatto a questi ruoli simil-epici (come quando recita nel ruolo di Bruto nel Giulio Cesare di Mankiewicz)…
      però con Patton, ragazzi, George C. Scott ha fatto un capolavoro…
      comunque sì, è da anni che il war movie, quello puro e crudo intendo, era stato messo un pò in soffitta, sia per i nuovi film che per i passaggi televisivi, se non in occasione di ricorrenze particolari… per fortuna ci ha pensato Nolan a riportare l’attenzione sul genere, ora vedremo com’è il film…
      qualche anno fa era uscito Fury, quello con Brad Pitt, ma era passato un pò in sordina… e poi film minori a bizzeffe, quello sì…

      1. Un popolo guerrafondaio (come si diceva una volta) come l’America sembra parlare SOLO di guerra, anche se si tratta di supereroi. A cambiare sono i soldi, che sono pochissimi e i grandi film spettacolari ormai un lontano ricordo, così si fanno filmini minuscoli che sono un’altra cosa. Teoricamente “Fury” è la versione moderna di “Sahara”, ma Pitt non è Bogart e gli sceneggiatori non sono più quelli degli anni Cinquanta, quando si copiava dai sovietici quindi le trame erano ottime.
        Al netto dell’insopportabile moralismo e della propaganda bellica, preferisco il grande cinema della tradizione americana, quello pieno di razzismo becero e luoghi comuni da lavandaie: era moralmente discutibile ma lo spettacolo era assicurato! ^_^
        Non ho alcuna fiducia nel contenuto di “Dunkirk”, ma spero almeno che Nolan sappia regalare spettacolarità e spessore alle immagini.

      2. 😀 😀
        sì diciamo che quei film beceri e chiaramente di parte erano un pò il marchio di fabbrica della Vecchia Hollywood, poi con il Vietnam sono arrivati i film della contestazione, anche se qualcuno di essi è riuscito a mischiare vecchio e nuovo, es. Full Metal Jacket, che è una vetta inarrivabile…
        in che senso non hai fiducia nel contenuto di Dunkirk? l’episodio storico è da alcuni ritenuto una delle svolte della seconda guerra mondiale, uno degli errori di Hitler che alla lunga porteranno alla sua sconfitta, e – secondo alcuni – visto il momento e visto il fatto che non ha sfruttato una posizione di assoluto vantaggio, uno dei principali di tali errori…

      3. Sull’evento storico non discuto, la mia sfiducia va a come gli americani possano usarlo per una sceneggiatura. Di solito annacquano tutto con una storiella d’amore e magari qualche bel falso storico piegato alla propaganda attuale: trattandosi di Nolan spero che non si arriverà a tanto…
        Non ho fretta di vederlo, invece sono curiosissimo di leggere la tua futura recensione ^_^

      4. Eh sì confidiamo in Nolan, direi che ormai ha abbastanza potere per non subire decisioni dall’alto… ne scriveremo sicuramente, forse non io…😉

  2. Dovrei rivedermeli, Ricordo che in “Salvate il Soldato Ryan” anch’io avevo avuto una sensazione quasi di compiacimento delle scene più cruente, iniziali anche se in questi casi è sempre difficile dire dove finisce il voler rappresentare la realtà e dove comincia la spettacolarizzazione. Mostrare quello che una guerra davvero comporta è una cosa “forte”, come dimostra il fatto che mi abbia colpito profondamente al punto da ricordarmi in buona parte la scena a distanza di anni. Degli altri credo di aver visto il secondo, e probabilmente parte del primo e del terzo ma non li ricordo abbastanza. Non amo i film di guerra in genere ma ti dirò che nutro molte aspettative su Nolan, credo che il suo potrei anche andarlo a vedere 🙂

    1. eh sì, è decisamente il film più atteso dell’anno, forse se si eccettua l’ottavo star wars (ma quello è atteso soprattutto per i fan)…
      a me invece i film di guerra piacciono soprattutto per l’aggancio che hanno con la storia, materia che ho sempre adorato…
      e tra i film del passato che facevano della guerra un’epica e quelli moderni che invece la rappresentano in tutta la sua crudezza e crudeltà, beh preferisco – da un punto di vista morale – questi ultimi, almeno mostrano alle nuove generazioni, che non sanno cosa sia la guerra, quanto essa sia terribile, evitando così che vi sia invece un’esaltazione per essa (come credono alcuni falchi al Pentagono e non solo)…

  3. Tutti film eccezionali e probabilmente tutti visti, anche se di questi preferisco certamente Salvate il Soldato Ryan, con un grandissimo Tom Hanks 😉
    Comunque io ci metterei anche Dove osano le aquile, piccolo gioiellino 🙂

    1. Dove osano le aquile è molto bello, peraltro con una colonna sonora memorabile… non l’ho preso in considerazione perché, se non ricordo male, non è ambientato neanche in parte sul canale della Manica, cosa che invece accomuna questi cinque, in attesa di Dunkirk che sarà ambientato lì…
      per il resto Hanks per me è un ottimo attore, ma mi dà come l’idea che in questo caso non fosse convintissimo della parte…

  4. Dei cinque film che hai citato, secondo me il migliore rimane “Patton”, anche se il cast stellare de “Il giorno più lungo” mi manda in brodo di giuggiole.
    Come dici tu, con il passare degli anni ci si è concentrati sempre più sulla crudezza e la spietatezza della guerra e sempre meno sulla sua epicità. Aggiungerei che di pari passo – forse inevitabilmente – lo sguardo si è focalizzato dai personaggi importanti (vedi Rommel e Patton) ai soldati semplici, proprio per dare alla guerra un tocco più umano e drammatico.
    Personalmente ho il timore che “Dunkirk” sarà l'”ennesimo film di guerra”, che nulla aggiunge a quanto già fatto in passato, ma la capacità da regista di Nolan lascia ben sperare per un lavoro originale, oltre che ovviamente spettacolare.

    1. Sì concordo, servono grandi registi per questi generi su cui è già stato detto praticamente tutto… giusta l’osservazione sullo spostamento dell’attenzione sui Ryan di turno…
      Quindi siamo già in due per Patton 😉😉

  5. Recuperato su Netflix il sorprendente Patton generale d’acciaio. Mamma mia che regista Schaffner! Mi aspettavo la consueta linearità dei war movie, tutti quadrati e tutti presi dalla storia che stanno raccontando, e invece mi ritrovo una regia originale, a tratti bizzarra, con sottolineature quasi kubrickiane! Me ne sono innamorato subito!

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