Top 20 western (n.4)

Top20 western 04 1Bene, eccoci alla quarta posizione, si intravede già il podio all’orizzonte.

Per ora, occupiamoci di un gigante del cinema, quasi certamente più bravo come regista che come attore, che ha saputo spaziare tra vari generi, ma che molti ricordano di preferenza con lo sguardo truce sotto alle larghe falde di uno Stetson.

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Non c’è che dire, Clint ha fatto sua la lezione dello spaghetti western, in cui ha militato come attore – e con il migliore dei suoi registi – e l’ha applicata quando si è messo dietro la macchina da presa. Inoltre, con il tempo ha imparato ad aggiungerci del suo, prima bilanciando tra le regole dell’epoca classica americana e la ventata di novità da oltreoceano, poi conferendo una personalità originale alle proprie opere, culminando con Gli spietati (Unforgiven), suggello e forse punto più alto del cosiddetto western revisionista. Si tratta di una sapiente miscela di tutti questi elementi, che mescola il disincanto tipico delle pellicole europee con l’aura mitica e i paesaggi di quelle americane, senza scordare un tocco personale.

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Questo film si discosta marcatamente dal manicheismo di un certo modo di intendere i western certamente rassicurante ma forse un po’ sempliciotto, che aveva tra i suoi capisaldi la confortante idea di personaggi buoni da una parte e cattivi dall’altra, con un protagonista che vuole solo rifarsi una vita lavorando sodo e contando sul sogno americano. Perché qui abbiamo sì un ex assassino che vorrebbe starsene semplicemente nel proprio orticello a tirare su i figli, ma siamo lontani dall’eroe costretto dalle circostanze ad impugnare di nuovo le armi per difendere i deboli. Il movente sono i soldi, ricompensa per chi decida di farla pagare a dei mandriani che hanno sfigurato una prostituta e sono rimasti impuniti.

Quindi ecco ancora una volta (l’ultima) il vecchio Clint in sella nei panni di Munny, affiancato dall’amico Ned (Morgan Freeman) e dal giovane e miope Schofield (Woolvett). A contrapporsi a loro lo sceriffo Little Bill, interpretato da un eccellente Gene Hackman che si aggiudicò un Oscar per questa sua performance. Un uomo borioso e vanesio, che vorrebbe a sua volta starsene in pace a spadroneggiare sulla cittadina e, per rendere più chiaro il concetto, non esita a riempire di botte prima il cacciatore di taglie Bob l’inglese (Richard Harris), poi lo stesso Munny. Personaggio controverso e complesso, come sfaccettati sono tutti gli altri. Ci si barcamena tra bramosia – o bisogno – di denaro e morale, tra spavalderia dichiarata e dolore di fronte alla dura realtà, tra amicizia e dovere familiare.

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Siamo lontani dai romantici ideali di alcuni celebri precursori, così come dalla resa dei conti tra giustizia e ingiustizia, con tanto di ricompensa finale consistente nell’amore della bella e nell’affetto dei cittadini. C’è spazio solo per la violenza, per la vendetta di un uomo che non ne può più di tutto lo schifo che ha dovuto vedere e che lo rende ben chiaro nel magnifico monologo finale. Una scena magistralmente girata, con un ambiente quasi fastidiosamente cupo, come a riflettere quanto c’è di oscuro nell’uomo e nella società. Solo le scritte al termine della pellicola aprono un minuscolo spiraglio ad un esito vagamente positivo. Per il resto, ci sono solo la crudezza e l’ingiustizia di un mondo – la frontiera – che non viene più idealizzato. Una precisazione: violenza, sì, ma mai compiaciuta, mai pretestuosamente inserita, bensì realisticamente sofferta; come dice Munny, “È una cosa grossa uccidere un uomo: gli levi tutto quello che ha… e tutto quello che sperava di avere”.

Un film giustamente premiato dalla critica, tanto da aggiudicarsi quattro statuette alla notte degli Oscar, inclusa quella per il miglior film, terzo ed ultimo caso per il genere western, dopo I pionieri del West (1931) e Balla coi lupi (1990). Il buon Paolo lo ha definito “la pietra tombale del cinema western” e, pur nella sua forse eccessiva lapidarietà, tale affermazione nasconde del vero: difficile trovare qualcosa di paragonabile girato dopo questo trionfale commiato.

<<< [Posizione n. 5]

>>> [Posizione n. 3]

7 pensieri riguardo “Top 20 western (n.4)

  1. Mi ha sempre fatto effetto vedere Clint/Munny non riuscire ad uccidere un uomo al primo colpo, trasformando la sua esecuzione in un lento martirio, è un film rugginoso (si dice così di certi western no?) dove la ruggine non dorme mai come cantava Neil Young, ogni tanto vado a rivedermelo questo film, ogni volta mi piace sempre di più, concedergli il quarto posto è quasi una scelta poetica, in linea con l’atmosfera del film 😉 Cheers!

  2. ora getto un po’ di zizzania nella top20 😉 😉
    ma quindi mi state dicendo che l’allievo Eastwood (n. 4 nella top) ha superato il Maestro Leone (n. 6 con Il buono, il brutto, il cattivo)??…
    premetto che lo dico sempre da ignorante del genere 😀

      1. lo ammetto, la mia era una boutade esplorativa… 😉
        perché immaginavo che non fosse finita con Leone 😀
        ora resta da capire quale…

Commenti

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