touch of modern: Pulp Fiction, di Quentin Tarantino

pulp fictionCi vogliono trenta minuti, ce ne metterò dieci.

Inizio con questa citazione tratta dal frasario di Mr. Wolf perché non basterebbe un libro di 500 pagine per parlare a dovere di Pulp Fiction. E siccome un post di un blog non è sicuramente la sede adatta per dilungarsi oltre misura, proverò a fare come il personaggio interpretato da Harvey Keitel.

Cercando Pulp Fiction su Google escono fuori circa 16,5 milioni di risultati (in continuo aumento). Se si circoscrive la ricerca, inserendo le virgolette prima di Pulp e dopo Fiction, i risultati sono comunque oltre 11 milioni, segno che nel settanta per cento dei casi gli esiti della ricerca mostrano le due parole scritte assieme. Tutto ciò per dire che è molto difficile dire qualcosa di originale su Pulp Fiction, su cui è già stato detto di tutto, eppure ci proverò, in quanto lo abbiamo selezionato – quasi inevitabilmente – tra le migliori palme d’oro scelte per lo speciale dedicato alla settantesima edizione del Festival di Cannes. Intanto una prima riflessione può partire proprio da questo aspetto: tutti coloro che lo hanno visto (e viene da chiedersi chi non lo abbia visto) hanno sicuramente in mente qualche scena, tra quelle più famose e celebrate: il ballo al Jack Rabbit Slim’s; il buco a casa di Lance; tutta la sequenza del signor Wolf; Butch che sceglie l’arma per vendicarsi dei due molestatori. E invece, molto probabilmente in pochi ricordano, per l’appunto, che Pulp Fiction vinse la Palma d’oro a Cannes, nonché l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale. Questo perché il film ha avuto un successo talmente enorme, è entrato nell’immaginario collettivo in modo così pervasivo, da risultare quasi un dettaglio trascurabile il fatto che abbia vinto premi – pur prestigiosi – come quelli.

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Andrò subito al sodo, ben sapendo che alcuni la pensano diversamente: Pulp Fiction è l’essenza del cinema. È il meraviglioso parto di un cinefilo che neanche trentenne aveva dimostrato di avere idee sensazionali per la testa, riversate soprattutto nella scrittura di sceneggiature (Una vita al massimo, Assassini nati – Natural Born Killers, Dal tramonto all’alba) e nell’unico film girato fino ad allora, Le iene – Reservoir Dogs, che aveva riscosso grande successo con il suo stile crudo e violento e i suoi dialoghi sui generis. Ma con Pulp Fiction Quentin Tarantino farà un ulteriore passo avanti, arrivando a modellare il suo capolavoro (e lo dico dopo che in passato ho trascorso anni a pensare che Le iene fosse superiore).

La cinefilia del regista emerge da piccoli dettagli, ma soprattutto dalla scelta di strutturare la pellicola in un modo assolutamente particolare: i tre capitoli “nominati” (“Vincent Vega and Marsellus Wallace’s Wife“, “The Gold Watch“, “The Bonnie Situation“) non sono in ordine cronologico, ma si mescolano con i capitoli “senza nome” in un intricato groviglio di situazioni. Una struttura che ricorda, come è già stato rilevato, quella adottata da Kubrick in Rapina a mano armata.

Il prologo alla caffetteria si fonde con l’epilogo. E in mezzo c’è pure spazio per un flashback nostalgico (quello relativo al padre del pugile Butch), che in teoria costituirebbe il primo capitolo di un’eventuale versione del film in ordine cronologico (esperimento che qualcheduno ha pensato bene di fare).

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La grandiosità di Pulp Fiction risiede essenzialmente nella sua sceneggiatura, nei suoi dialoghi che, concentrandosi su aspetti della vita quotidiana (come il famoso resoconto sui panini dei McDonald’s francesi), esulano dalla tradizione del gangster movie. Perché Pulp Fiction è un gangster movie, il più originale e innovativo degli ultimi quarant’anni, influenzato dai b-movies, ma anche dalla New Hollywood (film come Mean Streets di Martin Scorsese); dal cinema di Sergio Leone come da quello di Jean-Luc Godard, dalla cui opera Bande à part è stato tratto il nome della casa di produzione della pellicola, A Band Apart (ma un chiaro omaggio al cineasta francese sembra anche il mancato controcampo nel dialogo tra Marcellus Wallace e il pugile Butch).

Avevo detto che avrei provato ad essere originale, ma in realtà lo sto facendo solo in parte.

E allora proviamo questa strada.

Posto che le scene di Pulp Fiction sono pressoché tutte citabili a memoria da appassionati e cinefili, è innegabile che ve ne siano alcune che hanno fatto maggiormente breccia nel grande pubblico. Una di esse è sicuramente quella cosiddetta “Ezechiele 25:17”, in cui Sam Jackson recita un passaggio della Bibbia (in realtà apocrifo, in quanto a sua volta tratto da un film di arti marziali del ’76) prima di sparare ai malcapitati di turno che si sono impossessati della mitica valigetta.

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Ecco… siccome questa scena è pluricitata e siccome mi sono proposto di essere originale, non vi parlerò di essa, ma dei minuti che la precedono, che pur godendo di minor fama sono altrettanto importanti per comprendere la portata innovativa di un film come Pulp Fiction.

Basta del resto far emergere pochi dettagli: dopo la celebre chiacchierata in auto, Jules e Vincent arrivano in anticipo davanti alla porta dell’appartamento dei ragazzi ai quali dovranno portare il castigo di Marcellus Wallace. Già qui bisogna fare i conti con il tempismo hollywoodiano che difficilmente inserisce un arrivo in anticipo o in ritardo, se non con finalità diegetiche, ossia che abbiano un effettivo impatto sulla sceneggiatura. Qui invece i due arrivano in anticipo, ne prendono atto (“non è ancora il momento”), e cosa fanno? Si allontanano di qualche passo per discutere animatamente di un massaggio ai piedi. Là dove un qualsiasi sceneggiatore americano avrebbe inserito un appostamento, magari con la canonica sigaretta alla bocca, ebbene, Tarantino inserisce un dialogo su un massaggio ai piedi che fa quasi a pari con quello dei panini dei McDonald’s francesi o con quello circa l’opportunità o meno di lasciare la mancia ai camerieri con cui inizia Le iene – Reservoir Dogs.

Un altro aspetto che rende grande un film come Pulp Fiction è costituito dalla meravigliosa prova di tutti gli attori, un cast di stelle – almeno, oggi lo sono sicuramente e non poco merito va proprio a quel film – che è superfluo stare ad elencare. Una menzione merita però John Travolta, che interpreta il protagonista all’interno di un gruppo di protagonisti. Vincent Vega è il personaggio chiave del film. Ogniqualvolta si reca in bagno si verifica una svolta narrativa alla sceneggiatura (in quello che si rivela come un classico esempio di ironia tarantiniana). Ma bisogna anche citare un personaggio che spesso passa in sordina, il cameriere travestito da Buddy Holly interpretato da un irriconoscibile Steve Buscemi.

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In conclusione, Pulp Fiction è un mix di dialoghi eccezionali, una colonna sonora pazzesca e scene assolutamente indimenticabili, girate magistralmente da Tarantino. L’alternanza dosata alla perfezione di questi tre elementi porta ad uno dei film più importanti del postmodernismo, una vera e propria pietra miliare della settima arte.

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Pulp Fiction (1994, USA, 154 min)

Regia: Quentin Tarantino

Soggetto e Sceneggiatura: Quentin Tarantino, Roger Avary

Fotografia: Andrzej Sekuła

Interpreti principali: John Travolta (Vincent Vega), Samuel L. Jackson (Jules Winnfield), Uma Thurman (Mia Wallace), Bruce Willis (Butch Coolidge), Ving Rhames (Marsellus Wallace), Harvey Keitel (Winston Wolf), Tim Roth (Ringo “Zucchino”), Amanda Plummer (Yolanda “Coniglietta”), Christopher Walken (cap. Koons), Eric Stoltz (Lance), Quentin Tarantino (Jimmie Dimmick), Maria de Medeiros (Fabienne), Peter Greene (Zed), Duane Whitaker (Maynard), Angela Jones (Esmeralda Villalobos), Phil LaMarr (Marvin), Steve Buscemi (Buddy Holly, il cameriere)

6 thoughts on “touch of modern: Pulp Fiction, di Quentin Tarantino

  1. Eh eh non ce la fai a celare il tuo folle amore per questo film 😀
    Hai detto benissimo, Tarantino nasce e si afferma come gran sceneggiatore; il soffermarsi su dettagli risibili nei suoi dialoghi – che praticamente era l’anatema per ogni sceneggiatura, prima del suo inarrestabile avvento – è stato senza dubbio il suo asso nella manica.
    Credo sia l’unico film che io riesca ad amare nonostante l’ abnorme, esagerato fanatismo che riesce a suscitare, tremendamente fastidioso…

    1. Personalmente ho più avversione verso coloro che difendono Tarantino a prescindere, non riconoscendo i momenti in cui ha sbagliato qualcosa o si è lasciato prendere la mano, piuttosto che quelli che idolatrano il singolo film, che ci può stare. Nessuno è perfetto, e men che meno Tarantino, ma qui probabilmente ha rasentato la perfezione😉

    1. Volendo essere sintetici… nulla. Però ce ne sarebbe da dire, ed infatti mai come per film come questo vale la pena leggere una bella monografia approfondita, come, ad esempio, quella edita dalla Lindau..

Commenti

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